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3月22日 Dopo i botti dell'ultimo mese e mezzo, le acque in Nba si stanno calmando, anche se rimangono comunque notizie di cui dar conto.
Come il rumor secondo cui i New York Knicks avrebbero offerto ai Bucks le prestazioni di Zach Randolph assieme a una draft pick e una quantità di denaro non precisata, chiedendo in cambio Charlie Vllanueva, Dan Gadzurdic e Bobby Simmons.
L'ex GM Larry Harris (esonerato mercoledì),
avrebbe accettato, salvo vedere l'offerta respinta dal front office del
team del Wisconsin.
Isiah Thomas, dal canto suo, ha piccatamente negato ogni
dettaglio, ma c'è qualche solito ben informato pronto a giurare che il
tutto si sia svolto in questi precisi termini...
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| | Pau resta ancora a bordo campo
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Spostandoci sulla costa pacifica, riportiamo le parole di Phil Jackson sulla situazione fisica e il recupero di Pau Gasol: ''Svolge
esercizi con e senza palla in campo, ma non credo lo vedrete in campo
nelle prossime due partite (domani a Los Angeles, lunedì a Oakland
sempre contro i Warriors). Golden State rappresenterebbe una buona
opportunità di rientro per lui, ma credo che al momento sia un'ipotesi
impossibile. E' molto più facile che sia pronto per la fine di questa
settimana.''
Intanto gli incommentabili Miami Heat hanno messo sotto contratto con un decadale la guardia Blake Hearn, quest'anno ai Dakota Wizards, in NBDL.
Perchè riportiamo la notizia? Più che altro per le particolari
dichiarazioni dal giocatore, interrogato sulle sue percentuali ai
liberi (94%) al college: ''E' sempre stata mia abitudine fare 1000
tiri al giorno, dai liberi, da due e da tre. E tenevo conto delle mie
percentuali su un 'apposito quaderno. Ho registrate tutte le mie
percentuali giorno per giorno. Volete sapere quanto ho fatto il 3
luglio del 2003? Ve lo posso dire.'' Che dire, complimenti!
Intanto, giusto per atterrire ulteriormente i fans degli Heat, Udonis Haslem è stato operato alla caviglia infortunata, e resterà fuori fino alla fine della stagione.
Andando avanti così il team della Florida ha sempre più chances di
scegliere alla numero 1 del prossimo draft, dove il candidato principe
alla chiamata è Michael Beasley, clamoroso talento da Kansas
State, che evoluisce proprio in posizione di ala grande (benchè i dubbi
sul suo impiego in ottica Nba non siano del tutto diradati) quindi
Haslem potrebbe non essere troppo tranquillo in queste ore... Nicolò Fiumi |
3月21日 DALLAS Ore agitate a Dallas dopo la sconfitta contro i Lakers di martedì scorso. Mark Cuban ha incontrato privatamente Avery Johnson,
e si temevano ripercussioni sul destino del coach, ma la situazione
sempre essersi appianata dopo che gli stessi Cuban e Johnson,
interpellati inseguito da alcuni giornalisti, hanno contestualizzato la
riunione come “ qualcosa di ordinario. Tutto a posto.”. Nonostante il record positivo dall’arrivo di Jason Kidd,
è chiaro come a Dallas si cominci a storcere un po’ il naso sul modo di
allenare di Johnson, che continua ad affidarsi a giochi in isolamento e
a rallentamenti dell’azione su metà campo piuttosto che estrapolare il
meglio da Kidd e cercare la rapidità. Scelta quest’ultima non
inattuabile vista la presenza di ottimi corridori come Terry, Howard,
Nowitzki, appunto Kidd e la presenza offensiva poco influente di Erick Dampier, oltre che la rinuncia a Desagana Diop.
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| | Pat Riley: che stagione...
| MIAMI Si sta coprendo sempre più di
ridicolo la stagione dei Miami Heat. La scorsa notte contro Toronto la
franchigia della Florida è scesa in campo senza gli infortunati Shawn Marion, Dwyane Wade, Dorell Wright, Udonis Haslem, Alonzo Mourning e Marcus Banks:
è chiaro che la situazione infortuni (più o meno gravi, ma questo è un
altro discorso) è diventata col tempo sempre più insostenibile. I 54
punti all’Air Canada Centre sono la terza peggior prestazione della
storia NBA dall’introduzione dell’orologio dei 24 secondi (stagione
1954-55). Pat Riley si continua a lamentare dell’atteggiamento irrispettoso verso il gioco, ma appare più che altro ormai rassegnato: “ Sono
molto dispiaciuto per l’incapacità dei miei ragazzi di giocare in
maniera decente ed evitare figure di questo tipo. Ma purtroppo
quest’anno va così”.
WASHINGTON Il futuro di Washington si chiama playoff e il ritorno imminente di Gilbert Arenas
potrebbe essere un valore aggiunto importante per una squadra che senza
il proprio leader sta facendo molto bene nella pur annacquata Eastern
Conference. Ma l’estate prossima sarà infuocata nella Capitale, perché
si dovrà decidere il destino sia dello stesso Arenas, sia di Antawn Jamison, MVP alla pari con Caron Butler
per i Wizards di quest’annata. “Agent 0” potrà rinnovare a sua scelta
il suo contratto per 12,8 milioni di dollari nella prossima stagione,
oppure uscire dal contratto stesso e rinegoziare un accordo a lungo
termine. Le due operazioni al ginocchio e la lunga assenza fanno
tentennare Washington, che sembra maggiormente intenta a costruire su
Butler (accordo solido fino al 2011) e Jamison, anch’esso però
all’ultimo anno di contratto. L’ex North Carolina è nel cosiddetto contract year:
non ha infatti alcun accordo per l’anno a venir e chiude un contratto
che gli ha garantito per il 2007/2008 oltre 16 milioni di dollari. Il
rinnovo sarà difficile ma non impossibile. Più complicata la
questione-Arenas: i Clippers sarebbero disposti a sacrificare mezza squadra pur di accoppiarlo ad Elton Brand, mentre i Lakers sono pronti a mettere sul piatto Derek Fisher e Lamar Odom per un sign-and-trade che unirebbe in un sol colpo Arenas, Bryant e Gasol, oltre a Bynum. 3月12日
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Si è svolta questa mattina al Centro Sportivo di Collecchio la presentazione ufficiale del nuovo allenatore del Parma FC Hector Cuper: “Il mister arriva in un ambiente collaudato e che ha voglia di crescere – ha detto il Presidente Tommaso Ghirardi, durante l’introduzione – porta con sé un know how importante,
una carriera di prima scelta a livello tecnico.” “So che non abbiamo
tanto tempo a disposizione – ha detto Cuper – ma proprio per questo
esprimo quella che può sembrare una contraddizione: abbiamo fretta ma
dobbiamo andare piano. Non abbiamo bisogno di cambiare tutto e non ci
servono rivoluzioni, ma semplicemente abbiamo la necessità di
correggere alcuni aspetti che non vanno. Una squadra deve avere
carattere, altrimenti è molto difficile raggiungere l’obiettivo
prefissato. Credo che in un team l’allenatore
abbia un compito molto importante, ovvero quello di motivare il gruppo,
dando carattere e creando una struttura alla squadra stessa: il gruppo
deve avere un ordine. Dopodichè il giocatore dovrà tirare fuori tutto
quello che ha, e questo è sintomo di personalità, non solo del singolo
ma di tutta la squadra.”
L’INTRODUZIONE DEL PRESIDENTE DEL PARMA FC TOMMASO GHIRARDI
“Buongiorno
a tutti e grazie di essere venuti: vi abbiamo fatto alzare un po’
presto stamattina però dovete portare pazienza, perchè il lavoro da
fare è tanto e perciò era giusto iniziare presto.
Vorrei cominciare con i ringraziamenti a mister Domenico
Di Carlo, che fino a pochi giorni fa è stato con noi e che ci ha dato
un contributo importante: a lui auguro la massima fortuna ed un roseo
futuro per la sua carriera che con la sua professionalità ha dimostrato
di meritare.
Oggi siamo qui a presentare, con grande soddisfazione, un mister che
ha avuto un recente passato di successo e che mi auguro sia venuto a
Parma con l’obiettivo di poter ottenere dei risultati importanti.
Devo
dire che, a differenza di quello che alcuni hanno pensato o hanno
potuto interpretare, noi abbiamo puntato su questo allenatore subito,
una volta deciso di cambiare la nostra guida tecnica. Con grande
entusiasmo – lo stesso che ho manifestato a Cuper ieri sera in
occasione del primo incontro fisico che abbiamo avuto – ho avuto molta
soddisfazione nell’apprendere che, fin dal primo momento, da quando i
suoi rappresentanti sono stati contattati dai nostri dirigenti, il mister
ha immediatamente manifestato la volontà di venire a Parma e di sposare
un progetto che noi riteniamo importante per oggi e per il futuro.
Siamo
una società giovane, probabilmente qualche errore lo abbiamo commesso e
lo commetteremo in futuro: credo che sbagliare sia umano e sono
convinto che nella vita sbaglino tutti coloro i quali decidono di
mettersi in gioco: solo chi non fa niente non sbaglia.
Il mister arriva in un ambiente collaudato e che ha voglia di crescere; porta con sé un know how
importante, una carriera di prima scelta a livello tecnico. Si comincia
oggi con questa nuova avventura, consapevoli del fatto che non sia una
festa, perché quando si cambia un allenatore sicuramente si attraversa
un momento difficile, a cui tutti hanno partecipato con i propri sbagli
e con i propri errori, dalla Società ai calciatori, allo stesso
tecnico.
Con
il massimo entusiasmo oggi ricominciamo, ripartiamo con un’avventura
importante con un tecnico importante. A questo punto darei la parola al
mister.”
L’INTERVENTO DI HECTOR CUPER, NUOVO ALLENATORE DEL PARMA FC:
“Io
sono veramente molto felice di tornare in Italia grazie al Presidente
Ghirardi. Ho fiducia e voglia di cominciare: so che siamo di fronte ad
una situazione difficile, ma voglio mettermi al lavoro da subito. Sono
convinto che ce la faremo; l’unica cosa che vorrei oggi è cominciare a
lavorare al più presto con la squadra. So che tutti voi vorrete fare
delle domande, ma abbiamo fretta, devo prendere per mano la squadra e
lavorare per le prossime partite. Per questo sono qui oggi: ripeto,
ringrazio il Presidente Ghirardi perché mi è stata concessa la
possibilità di arrivare in una grandissima squadra, perché il Parma in
Italia è sì una società giovane, ma che ha una lunga e gloriosa storia
alle spalle. Per questo mi fa veramente piacere essere stato chiamato
alla guida tecnica del Parma. Spero che i risultati ci accompagneranno
in questa nuova avventura; per il futuro, vedremo. Sono convinto che la
faccenda si risolverà in modo positivo. Auguro ad ognuno di noi che il
futuro sia molto positivo per tutti.”
LE RISPOSTE DI HECTOR CUPER ALLE DOMANDE DEI GIORNALISTI
Mister
Cuper, la squadra ha avuto fino a questo momento alti e bassi: spesso i
limiti più evidenti sono stati quelli caratteriali…
“Diciamo
una cosa: prima di parlare della squadra dovrei avere un contatto
diretto con tutti i calciatori. Ho visto il Parma giocare, però per
fare un’analisi dettagliata avrei bisogno di un minimo di tempo, che
non abbiamo, per conoscere tutti, e non parlo solo dal punto di vista
delle caratteristiche o delle qualità come calciatori, ma anche e
soprattutto la parte personale e psicologica di ognuno. Proprio per
questo motivo affermo che in questo momento io non debba fare nessun
commento sulla squadra; non ho avuto ancora il primo incontro con i
giocatori: qualcuno l’ho visto e l’ho salutato, però devo cominciare a
lavorare da subito, e solo dopo potremo fare un’analisi di quello che
ho visto personalmente.”
Una delle sue più grandi qualità è quella di saper dare carattere alle squadre che allena…
“Una squadra deve avere carattere, altrimenti è molto difficile raggiungere l’obiettivo prefissato. Credo che in un team l’allenatore
abbia un compito molto importante, ovvero quello di motivare il gruppo,
dando carattere e creando una struttura alla squadra stessa: il gruppo
deve avere un ordine. Dopodichè il giocatore dovrà tirare fuori tutto
quello che ha, e questo è sintomo di personalità, non solo del singolo
ma di tutta la squadra.”
Lei
conosce già alcuni calciatori in forza al Parma: Corradi, Lucarelli e
Morfeo. Sono tutti giocatori di carattere: ha già parlato con loro?
“No,
li ho salutati ma non ci ho parlato. In realtà io non ho avuto con me
in squadra Lucarelli: lo conosco come giocatore, ma non l’ho mai
allenato, perché quando io arrivai a Valencia, lui era appena andato
via. Sia Corradi che Morfeo li conosco perché li ho allenati all’Inter:
comunque con loro e con tutti ho solo avuto un contatto superficiale,
però poco a poco, anche se abbiamo fretta, avremo un confronto più
concreto. Ripeto, fino a questo momento non ho avuto nessun contatto
diretto con la squadra, ma nei prossimi giorno potrò avere ragguagli
più dettagliati. Siamo in una situazione difficile ma siamo fiduciosi
per il futuro: il Parma rimarrà in serie A.”
L’anno
scorso nella sua stessa situazione si trovò un altro allenatore di
esperienza, Claudio Ranieri, anche lui ex tecnico del Valencia: teme un
possibile confronto con lui?
“No,
no, no. Non ho paura di un possibile confronto con Ranieri, anche
perché io non devo avere un confronto con lui. Ranieri è Ranieri, ha
fatto bene con il Parma nelle passata stagione, basta. Adesso ci sono
qua io, e Ranieri allena un’altra squadra, con cui peraltro avremo un
confronto futuro: quello sì che sarà un confronto che mi interesserà
vincere…”
Ha detto che ha bisogno di tempo: basteranno le rimanenti partite?
“Io
penso di sì, altrimenti potrei andarmene già da ora… So che non abbiamo
tanto tempo a disposizione, ma proprio per questo io ripeto un concetto
basilare: abbiamo fretta ma dobbiamo andare piano. Potrebbe sembrare
una contraddizione, ma vi assicuro che non lo è. Io credo fortemente
che non abbiamo bisogno di cambiare tutto e non ci servono rivoluzioni,
ma semplicemente abbiamo la necessità di correggere alcuni aspetti che
non vanno che ho visto non in maniera diretta ma tramite videocassetta.
La componente psicologica del gruppo è una parte importante da gestire:
dovremo trovare la soluzione ai problemi parlando con la squadra nel
complesso e con ogni singolo elemento, cercando di capire cosa va e
cosa non va. Non possiamo parlare all’insieme tirando in ballo
contemporaneamente tutti i problemi psicologici e di natura tecnica o
tattica fin dal primo o dal secondo giorno, perché si creerebbe intorno
a noi una confusione mostruosa. Poco alla volta ne verremo fuori:
abbiamo tantissima fiducia nell’ affermare che tutto andrà bene, anzi,
che tutto deve andare bene.”
Lei
si presenta il giorno dopo l’eliminazione dell’Inter dalla Champions e
delle dichiarazioni di Mancini, il quale ha affermato che a fine
stagione lascerà l’Inter. Cosa ne pensa?
“L’eliminazione
dei nerazzurri dalla Coppa dei Campioni desta sempre e comunque un po’
di scalpore, anche se sapevamo tutti che l’Inter non avrebbe avuto una
gara agevole ieri sera contro il Liverpool. Per quanto riguarda le
affermazioni di Mancini, invece, sono state davvero una sorpresa: non
so cosa sia successo di tanto grave da portarlo a prendere questa
decisione. Detto questo mi fermo: in questo momento abbiamo molto
lavoro da fare, l’Inter ormai è da un paio di stagioni che sta
benissimo. La mia attenzione e la mia forza ora si concentrano qui al
Parma.”
Domenica ha incontrato Mancini: aveva avuto sensazioni che sarebbe potuta finire così?
“No, assolutamente no.”
Quando ha saputo che in Italia era scoppiata Calciopoli, cosa ha pensato?
“Sappiamo
tutti cosa è successo. Ritornare su questi argomenti non è il caso: la
domanda è giusta, però la risposta in questo momento non c’è.”
Lei personalmente come si era sentito?
“Male,
veramente male. Io ho sempre creduto che il calcio fosse stato una cosa
pulita, devo pensare ancora adesso che lo sia, così posso lavorare con
tutte le mie convinzioni. Se non credessi a questo, come potrei
lavorare sereno? Come potrei parlare al Presidente? Come potrei parlare
con un giocatore dicendogli di lavorare fino in fondo per poter vincere
una partita? Sarebbe impossibile.”
Interviene il Presidente Ghirardi:
“Infatti
Cuper è venuto a Parma perché sa che io sono Presidente da poco più di
un anno, perciò è impossibile che io possa avere avuto a che fare con
il passato...”
Lei conosce bene un giocatore che milita nella squadra che affronterà al suo esordio sulla panchina del Parma: Tristan…
“Sì,
ho allenato Diego Tristan, e posso dire che è un buon calciatore, che
possiede delle buone doti. Speriamo che almeno domenica prossima,
quando affronteremo il Livorno, non faccia bene.”
E’
venuto a Parma solo per raggiungere la salvezza oppure è riuscito a
strappare al Presidente qualche opzione per i prossimi anni?
“Diciamo
che abbiamo un obiettivo nell’immediato futuro, che è quello di
rimanere in serie A: questo è l’obiettivo principale. Poi avremo tempo
di parlarne, vero Presidente?”
Risponde il Presidente Ghirardi:
“Vero. Adesso c’è troppo poco tempo, bisogna stare concentrati solo sugli obiettivi a breve termine.”
Riprende la risposta Hector Cuper:
“Non possiamo stare qui a parlare dei prossimi anni: questi due mesi sono fondamentali.”
Può presentare il suo staff?
“Io arrivo oggi con il mio secondo, Gustavo Siviero, ed il preparatore dei portieri, Fabrizio Ferron. Per il resto lo staff resta quello che già c’era prima del mio arrivo” (Cioè il Preparatore Atletico, Prof. Giovanni Brignardello ed il Preparatore di Raccordo Paolo Giordani, nda)
Lei è tornato in Italia nello stesso giorno in cui Ronaldo è tornato da Parigi: lei crede nel suo recupero?
“Io
credo nel recupero del Parma, recupero che consiste nel disputare
undici gare con al termine un lieto fine. Ragazzi, col tempo potremo
parlare di altri argomenti: oggi io devo allenare in doppia seduta la
squadra, perciò mi sembra che in questo momento non si debba parlare di
altro che di Parma. Le domande che non riguardano direttamente il
Parma, vi pregherei di farmele un altro giorno.”
Cambierà molto la fisionomia del Parma?
“A
livello tattico tutto sommato va bene, io so come gioca il Parma, e so
cosa cambieremo, perché sicuramente ci saranno delle modifiche da
apportare. Se le cose fossero andate bene finora non ci sarebbe niente
da cambiare e di conseguenza non si sarebbero prese determinate
decisioni.”
Il settore in cui avrà più lavoro da svolgere?
“In
tutti i reparti. La prima cosa su cui lavorerò, e voi ormai dovreste
conoscermi sotto questo punto di vista, è la difesa: nelle mie squadra
ho sempre preferito avere una difesa solida al resto. Ma non per questo
trascurerò gli altri reparti: lavoreremo anche affinché possiamo avere
una squadra ordinata. I giocatori devono sapere quello che fanno loro e
quello che fanno i loro compagni; solo con questa disciplina la squadra
aumenterà un po’ le proprie possibilità di vincere. Poco a poco vedremo
di sistemare quello che non va sia nella difesa che nel centrocampo che
in attacco.”
Nella
foto di Claudio Villa, per l'Agenzia Grazia Neri, il nuovo allenatore
del Parma FC Hector Cuper, con il Presidente Tommaso Ghirardi, durante
la conferenza stampa di presentazione di stamani, al Centro Sportivo di
Collecchio
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3月11日 è d'obbligo parlare di Houston che sebbene sia orfana per il resto della stagione di Yao Ming
ha raggiunto la notevolissima striscia di 19 successi consecutivi, alla
ricerca della seconda miglior striscia di sempre dei Bucks anni
settanta targati Jabbar che arrivarono a 21 e l'inarrivabile striscia
di 33 dei Lakers di Jerry West sempre del medesimo periodo. Sa di miracoloso questo risultato perché di fatto l'unico giocatore davvero di talento dei Rockets è Tracy McGrady,
stranamente in condizioni fisiche decenti. Infatti se pensiamo che
l'altro giocatore migliore è Shane Battier, noto più che altro per la
sua difesa, è facile capire il perchè di tanto stupore. Così una
squadra imbottita di role player ha fatto suo il credo di coach Rick Adelman
che fa della difesa la sua preoccupazione principale. I vari Rafer
Alston in regia, Louis Scola sotto le plance, l'eterno Dikembe Mutombo,
l'uomo del lavoro sporco Chuck Hayes, la scoperta Carl Landry,
l'energetico Bobby Jackson, l'utile Luther Head. Questi sono i nomi
poco noti ai più che stanno costruendo una stagione sensazionale,
peraltro iniziata con critiche feroci all'ottimo Adelman che ovunque è
stato ha sempre fatto bene (Portland, Golden State e Sacramento).
Altra squadra in grande forma è Boston
con 9 vinte in fila, ma questo non fa notizia. Adesso che ci sono in
gruppo due grandi vecchi come Sam Cassell e PJ Brown chiunque è
avvisato.
Clamorosamente sempre ad est Charlotte ha una striscia aperta di 5 vinte, grazie ad un Jason Richardson in splendida forma ed al rientro di Gerald Wallace.
Tornando ad ovest nelle ultime 10 abbiamo un 8-2 di San Antonio, rinvigorita ulteriormente dall'arrivo di Kurt Thomas, ed anche Los Angeles sponda Lakers che attende a braccia aperte il rientro di Andrew Bynum.
In striscia aperta di 5 vittorie è Utah, che dovrebbe recuperare il convalescente Kirilenko.
Ricordiamo sempre che se ad est con il 40% si va ai playoff (Atlanta), ad ovest con il 60% si è fuori (Denver). 3月6日 Warren Sapp e Brett Favre dicono addio al football, alla Nfl. Sapp è
stato uno dei più grandi difensori di questi ultimi anni, forse tra i
più grandi di sempre per gioco, carattere, leadership. Brett Favre
rappresenta un simbolo, una storia, qualcosa di scritto negli albi del
football che resterà indelebile nei secoli. Dispiace oscurare la scelta
del primo per concentrarsi sul secondo, ma la volontà è quella di
scrivere qualcosa di personale dopo che le parole stampigliate su
questo schermo sono state battute, lette, cancellate e ribattute varie
volte.
L'addio al gioco di un atleta è per noi comuni mortali come una
dipartita, la morte sportiva di un atleta che non avremo più modo di
coccolare, tifare o disprezzare a nostro modo. Nessuno di noi è un
privilegiato personaggio da salotto televisivo o da incontri
ravvicinati del terzo tipo, ci si deve limitare a seguire gesta,
articoli, interviste, partite. Sguardi. Simboli.
Favre è questo: un simbolo. Il simbolo di un ragazzo che ha iniziato la
carriera da professionista con un intercetto, che ha lanciato il primo
completo a sé stesso e che, da lì in avanti, ha strapazzato un record
dopo l'altro riportando il titolo a Green Bay dopo decenni di inutili,
estenuanti rincorse. Favre, però, non è stato un simbolo solo per i
Packers.
Insegnano che un articolo, per oggettività, dovrebbe sempre considerare
la prima persona plurale, per non trasformarsi in un diktat
autoreferenziale, per non dare adito al fatto che, chi ha il potere di
pubblicare qualsiasi cosa in qualunque posto, possa decidere come e
cosa pensare di chicchessia. Eppure questo è il momento di raccontare
una storia diversa, o almeno un suo frangente, in modo personale, con
la supponenza di dare voce a tante persone, a tanti tifosi, a tanti
appassionati.
Se Warren Sapp è una grande perdita per la Nfl, pur senza sfondare
chissà quali mitologiche barriere, l'addio di Favre diventa, senza
retorica, la fine di un'era, ed i perplessi articoli americani,
rigettati fino alle nostre case dalla rete, non danno il giusto peso
alla storia che quel ragazzo dal cognome con la pronuncia strana ha
scritto per tutti noi. Che lo vogliate o no, in qualunque modo voi la
pensiate, l'addio di Brett Lorenzo Favre è una perdita per la Nfl, per
i suoi tifosi, per tutti noi. Il primo week end di settembre non sarà
lo stesso, e così non saranno le domeniche a seguire. Servirà tempo ad
abituarsi perché, volenti o meno, battere i Packers senza il #4 in
campo non avrà più lo stesso sapore. Probabilmente nemmeno perdere sarà
uguale, le prime battaglie avranno un sapore strano, amaro, non
celebrativo verso il nuovo che avanza ma , al contrario, di rammarico
per quello che non c'è più..
Favre è il personaggio che traccia un'epoca, come Michael Schumacher,
Michael Jordan, Roberto Baggio; è qualcosa che entra nella testa e nel
cuore dell'appassionato, è un'idea di sport, di tifo, di amore per il
gioco alla quale chiunque fa una certa abitudine. Si arriva a credere
che certe persone siano in grado di sfuggire all'età, al tempo che
passa, si arriva a pensare che la linea offensiva della vita di Favre
fosse talmente capace di proteggerlo dai sack del tempo che passa, un
unguento rinvigorente che ferma l'orologio lì, nel centro del mondo,
mentre la gente dipende dal tuo braccio e dal tuo colpo finale. Ci si
abitua al fatto che qualcuno possa aver fatto un patto col diavolo
garantendosi l'eterna giovinezza.
Non è questo il momento per parlare dei suoi record, dei suoi primati,
del fatto che le porte a Canton, Ohio, si stanno già aprendo per
accogliere le sue memorie nel luogo in cui nulla si cancella, nulla si
sbiadisce se non qualche antichissima foto. Favre è stato il ponte di
congiunzione tra la fine delle carriere di Dan Marino, John Elway,
Steve Young e l'inizio di quelle di Peyton Manning e, subito dopo, Tom
Brady.
Ma Brett Lorenzo Favre è stato anzitutto un simbolo di coraggio, di
umiltà, della capacità di andare oltre qualche limite tecnico; il suo
record di intercetti subiti, un'onta coperta con centinaia di imprese e
celebrata solo nel triangolo dei rivali tra Chicago (in primis),
Detroit e Minnesota, è solo un'idea del suo tipo di gioco, del suo modo
di stare in partita. Brett Favre è però un personaggio che va oltre il
rettangolo verde, che ha combattuto battaglie, rese pubbliche dai
media, che lo hanno reso, come sempre in questi casi, più vicino a noi
uomini qualunque. Le due storie di Favre, così lontane e così incollate
tra loro attraverso la forza e il coraggio di una persona mai fuori
dagli schemi, leader e padrone di una città che sta ai suoi piedi
chiedendo vittoria, pregando per un altro viaggio nella terra promessa.
La sua storia di lanci completi iniziata con un rocambolesco passaggio
a sé stesso e terminata col record di yard conquistate, o il primo TD
pass per Kitrick Taylor, primo di 442, un altro record; in campo come
titolare in ogni partita dei Packs dal 20 settembre 1992 al 20 gennaio
2008 riportando Green Bay a un passo da un sogno che sembrava ormai
irraggiungibile, ad un overtime dall'ingresso al terzo Super Bowl in
carriera, dopo due stagioni pessime, di quelle che invitano al ritiro,
di quelle che meditano un ritiro.
In mezzo a tutto questo reazioni sovrumane, nell'altra storia, quella
umana, come la battaglia contro il cancro di Deanna, la moglie che, a
35 anni, aprì al mondo le porte dei propri segreti; la morte del
cognato ventiquattrenne, fratello di Deanna, un'altra sciabolata in una
vita vista sempre piena solo di gioia e gloria. E la morte dell'amato
padre, celebrata nel ricordo con una dedica al cielo fatta di 399 yard
su lancio buttate sul tabellino mentre il popolo californiano degli
Oakland Raiders concede una standing ovation infinita. Un reazione ai
problemi di tutti i gironi, un messaggio agli uomini “comuni” che fanno
di Favre un modello da imitare per i bambini e da ammirare per gli
adulti. La forza di andare oltre, sempre. Oltre la critica, oltre il
desiderio di mollare quando tutti te lo chiedono e se lo aspettano,
oltre lo sconforto ed il dolore.
Un personaggio che ha timbrato il cartellino 253 volte consecutive in
regular season e che non importa sapere se sia stato il numero uno, due
o tre di ogni tempo, se i suoi record, i suoi tre titoli MVP, i suoi 9
Pro Bowl ed i suoi 6 All-Pro contino davvero tanto a fronte di un
“solo” Super Bowl, un anello che ne ha comunque consacrato l'esistenza
in Nfl. Importa sapere che la maglia #4 a Green Bay comincia già a
sventolare oltre le mura del Lambeau Field e che non apparterrà mai più
a nessuno; importa sapere quanto questo uomo sia entrato nelle menti di
tutti, negli occhi di ogni tifoso, nelle domeniche di appassionati che
senza sosta hanno letto, sentito e speso parole su di lui. Ogni cosa,
ogni pensiero, seguendo ogni suo movimento chiedendosi quando tutto
questo sarebbe finito perché, anche senza vittorie, Favre è stato
Favre, un nome che ha portato con sé 17 stagioni Nfl, tre generazioni
di quarterback, rimanendo nel bene e nel male sempre in vetta.
Come uomo, prima che come giocatore. In mezzo ai suoi drammi e ai suoi
problemi, quelli che ognuno di noi deve affrontare ogni giorno in
condizioni certo meno lusinghiere delle sue. Ma è davvero difficile
esprimere in parole i pensieri di un momento come questo, dell'addio di
un giocatore così importante per la storia di questo sport. Solo
qualche riga, sperando di centrare il bersaglio, della vita e della
carriera di un uomo attraverso poche parole, attraverso la ripetitività
che, in casi come questi, sembra sempre inevitabile o, forse, è chi vi
scrive che non riesce a trasmettere.
Non posso sapere o capire quanto dovrei dire, non conosco Favre, né
nessun altro personaggio in grado di catalizzare i vostri, i nostri,
occhi su uno schermo in movimento in attesa di grandi numeri. Non sarà
come Michael Jordan, nessuno esulterà per la fine di un dominio
talmente incontrastabile da rendere ideale il fatto di aprire nuove
epoche, ma sarà comunque la fine di un sogno. Il sogno di un tifoso
ragazzino che si risveglia adulto mentre un uomo chiude la porta sul
proprio mondo pubblico, quello visibile ad ognuno di noi almeno per
sessanta minuti. Una porta aperta quando sei troppo giovane per capire
certe cose e internet è solo una utopia che non ti permette di sapere
chi sia sbarcato ad Atlanta, in aprile, mentre molti addetti ai lavori
si guardano allibiti chidendosi quanto valga quel ragazzino che sembra
così poco sicuro di sé. Mi chiedo da sempre cosa pensino, oggi, ad
Astlanta, con la loro più grande speranza chiusa in cella e il loro più
grande rammarico che chiude il sogno di una vita costellata di imprese
e vittorie. Un sogno che ha contagiato i tifosi di Green Bay, i suoi
fan nel mondo, la gente che ha creduto nel suo valore, anche morale, di
battersi contro ogni avversità, persino quelle che con il pallone ovale
hanno poco a che fare e che, talvolta, ci fanno sentire piccoli
piccoli, più di Favre, quantomeno, senza la sua capacità, la sua forza
interiore di reagire in modo così forte.
Ciao Brett, ci mancherai sui campi a settembre, ad ogni snap di Green
Bay; oggi siamo tutti un po' più vecchi e abbiamo perso un pezzo di
storia, di spettacolo e di battaglia dello sport che, anche grazie a
te, abbiamo saputo amare ogni giorno di più.
Sipario.
Applausi. 3月4日
04.03.2008. 17:39
Malinconico viale del tramonto per Stephon Marbury, l'ex stella di Coney Island ha palesemente finito i suoi giorni nell'amata grande Mela. Scritto
il finale si è in attesa di verificare le modalità di uscita da NY del
play dei Knicks, ancora fuori squadra per problemi fisici, e
sostanzialmente out anche dal punto di mentale dopo una stagione
tormentata dentro e fuori dal campo. Isiah Thomas
gioca al solito con i media dando un colpo al cerchio ed uno alla
botte: non vuole Marbury al Garden figuriamoci agli allenamenti ma si
guarda bene dall'urtare con qualche altra uscita sconsiderata il
sindacato giocatori, lo sfingesco Dolan dice di non
voler mettere becco nella questione ma di fatto ha già azionato lo
scivolo automatico chiamato buy out che appare allo stato attuale la
soluzione più probabile.
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| | Curry ed i Knicks: stagione da nascondersi!
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Difficile infatti che qualche mecenate si accolli
il contratto oneroso (oltre 20 milioni in scadenza 2009) di quel che
resta di Starbury, anche se qualche franchigia “ricostruente” potrebbe
effettuare uno scambio alla pari dando ai Knicks qualche venerando
pensionato e sigillare una trade tutta dal sapore salariale. Per
il profeta Isiah un'altra cocente delusione nella sua carriera di GM
dei Knicks dopo la chiusura ormai certa del rapporto anche con Eddy Curry,
lasciato in campo solo per non far perdere ulteriore valore di mercato
all'ex centro dei Bulls. Se pensate che nell'immaginario la coppia Marbury-Curry doveva rappresentare la chiave per una lustro di successi nella Mela…. Dalle macerie bluarancio al grande entusiasmo dei Celtics che aspettano a braccia aperte il veteranissimo Sam Cassell. Rilasciato
dai Clippers ormai per Sam I Am è solo questione di ore prima di
indossare la canotta biancoverde, un matrimonio quanto mai
soddisfacente per entrambe le parti come conferma coach Doc Rivers:” Siamo
entusiasti di avere con noi Sam, lui ci porterà tanta esperienza ancora
e grande personalità, fattori che saranno decisivi nei playoffs.
Inoltre – prosegue il coach di Boston – ha capito
perfettamente che non servirà che si prenda troppe responsabilità,
diventerà l'ennesimo tassello per completare il mosaico che vogliamo ci
conduca molto avanti durante la postseason”.
Tra le manovre di aggiustamento in ottica playoffs interessante anche l'acquisizione di Chris Andersen da parte degli Hornets.
Non si tratta di un vero nuovo acquisto ma di un ritorno a casa per la
29enne atletica ala grande che, dopo aver scontato due anni di
squalifica per reiterato uso di droghe, aspetta il via libera di David Stern per poter entrare nei ranghi di coach Byron Scott che al momento a New Orleans sta compiendo un piccolo capolavoro. | 2月24日
24.02.2008. 15:11
Con la fine del
termine per gli scambi nella NBA non sono più tanto le voci di mercato
a tener banco quanto i primi commenti sugli effetti che questi scambi
stanno avendo sulle varie squadre…
Brent Barry recentemente ceduto dagli Spurs ai Sonics
dove è stato subito rilasciato è al centro di interesse da parte di
molte squadre tra cui Boston,Golden State,Dallas,Phoenix,Houston e gli
stessi San Antonio Spurs.Da quel che si dice sembra che Barry però
restringerà la scelta ad una squadra della Western Conference.
In casa Clippers febbrili trattative da parte di Cassell per
essere rilasciato dai Clippers tramite un buyout e poter così firmare
per una squadra che lotti per il titolo,il tutto deve esser fatto entro
l’1 Marzo altrimenti Cassell non potrà esser inserito nel roster dei
playoffs.
Tiene banco a Toronto la questione Calderon
a cui scade il contratto alla fine dell’anno e ci si chiede se per
rifirmare con i Raptors pretenderà di avere il posto da titolare.Da
quanto dice Calderon vuole rimanere ai Raptors e tra lui e Ford non c’è
nessun problema di coesistenza come ha detto lo stesso Ford di recente
“Tra me e Jose non c’è invidia nessuno di noi due vuole prendere il
posto dell’altro”.
Dubbi da molte parti per l’acquisizione da parte di New Orleans
di Bonzi Wells e Mike James definiti due “spacca spogliatoio”,ma gli
Hornets hanno deciso di correre il rischio anche perché la loro
panchina era veramente troppo poco produttiva in termini di punti.
Piccola curiosità sulla trade che ha coinvolto Cleveland e che ha portato alla corte dei Cavs
Joe Smith,Szczerbiak,Ben Wallace e D.West,Ferry GM dei Cavs ne ha dato
comunicazione alla NBA solo 1 minuto prima della scadenza del termine
degli scambi.
Primoz Brezec ha così commentato la sua cessione da Detroit
a Toronto “Non ho nulla contro i Pistons sono una grande organizzazione
e hanno grandi giocatori ma tempo per me non ce n’era proprio,non mi
hanno dato una chance per dimostrare cosa sò fare e sinceramente non
potevo accontentarmi di giocare solo nel garbage time”.
Sembrano slittare i tempi del rientro di Arenas (uahuahuah!!! ma perchè????  Gilby ci servi!!!!) dopo
l’operazione al ginocchio come lo stesso giocatore ha detto”Dovrò
aspettare per rientrare in questo momento non sono in forma e voglio
rientrare quando potrò dare un certo contributo alla squadra”.
Voci a Detroit secondo le quali i Pistons
per riempire l’ultimo posto nel roster a 15 starebbero pensando ad un
lungo che dovrebbero scegliere tra Dale Davis e Jamal Magloire
recentemente rilasciato dai Bobcats.
Lo scambio Wafer-Green tra Denver e Portland a quanto pare
da fonti vicine ai Nuggets non è stato fatto solo per motivi salariali
ma anche perché i Nuggets pensano che Green possa dar loro un
contributo dalla panchina.Anche se la stessa fonte ha ammesso che il
fatto che il contratto di Green non sia garantito per l’anno prossimo
abbia avuto un ruolo nello scambio…
| 2月14日 Me la meno malamente con sta gente famosa,
me la meno ma a me almeno non mi menano in strada
me la meno con le mini imitazioni che mi fanno
me la meno come le tipelle quando non la danno
fanno adesso quella rima che ho fatto 5 anni prima
ho divorziato quella scena come Albano da Romina,
ma non mi pento del passato come Don Rina,
non faccio il grosso come Jhon cena e
chi critica a gli stessi con cui poi affari combina
è come una vergine che spompina
ex musicisti, giornalisti, specialisti dei dischi
io da questi pretendo solo fischi ti mando ciò che canto sperando
che poi mi stronchi, vivere stupendo dispiacendo agli stronzi
vi spiego chi sono per capirlo siete pronti
prendete tutti appunti pronti
Io non sono rock
io non sono hip hop
mi odiano i puristi sono troppo pop
vendo troppi dischi per chi scrive sui blog
non frequento artisti sono uno snob
sono uno snob, sono uno snob ,
senza nessun obbligo
baciaculistico
ed è fantastico essere l'ultimo
da sono in bilico uho uho
Senti che puzza qui
esco e gremo una malboro
io non me la fumo più con i fuori dal coro
io non rappressento un movimento dal punto da cui li sto vedendo
a essere dentro sono loro
e mi sento dire che se vendo
ti pento finto io mi chiudo nel privè
e ti cancello a tutti il timbro a furia di sputazzi
stasera no ragazzi siete troppi in gruppi
da tabbozzi io sono come bobby
mi fanno mobbing in the lobby di tanti personaggi trendy
ma ribelli prendi dei novelli licio gelli
pizzetti e tatuaggi un po' meno selvaggi, ma tutti saputelli
sono come fratelli con gli intellettuali malleabili
gli stessi che hanno sdoganato i reality
io me la rischio e piuttosto sparisco alla Montecristo
con sta plebe non mi mischio.
Io non sono rock
io non sono hip hop
mi odiano i puristi sono troppo pop
vendo troppi dischi per chi scrive sui blog
non frequento artisti sono uno snob
sono uno snob, sono uno snob ,
senza nessun obbligo
baciaculistico.
ed è fantastico essere l'ultimo
da sono in bilico, ma che spettacolo uho uho
Povero bimbo, non lo pensasti mai
quant'è pericoloso ottenere ciò che vuoi
pensi di cambiarci, ma sei gia uno di noi
abbiamo tanti giochi cui ti divertirai
ti offriamo una barella che frigge cervella in padella
scegli una tipa tra ballerina attrice o modella
e ti cagano se fai dischi di platino
le schiacciai a mio tempo
ora spengo il telefono
vi farete le donne che sono state mie
vi prenderete anche tutte le mie malattie
il codazzo di scrocconi che vi smamma
il pazzo che scrive e minaccia a casa di mamma
un cantante qualunque non subisce denuncie
conta diversamente quando canti di ganje
me la meno però mica faccio finta
soffio in faccia fumo nero alla mamma anti-rock incinta
brutte bastarde frustrate d’accordo col questore mi querelate
vi regalo un vibratore
e me la meno però sono una pop star
se fallisco faccio il muratore mica music farm
Io non sono rock
io non sono hip hop
mi odiano i puristi sono troppo pop
vendo troppi dischi per chi scrive sui blog
non frequento artisti sono uno snob
sono uno snob, sono uno snob ,
senza nessun obbligo
baciaculistico
ed è fantastico essere l'ultimo
da sono in bilico, ma che spettacolo uho uho
2月6日
06.02.2008. 13:42
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| | Shaq per Shawn, manca solo l'ufficialità
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E' fatta: Shaquille O'Neal, superati i test fisici, sarà ufficialmente il nuovo centro dei Phoenix Suns. Per averlo, il team dell'Arizona ha sacrificato Shawn Marion e Marcus Banks, diretti a Miami. I
Suns, dunque, scelgono di non sprecare ulteriore tempo accollandosi il
contrattone (ed il declino) di Shaq per poter immediatamente puntare al
titolo con ancor più convinzione di quanto abbiano fatto finora
(tradizionalmente, acquisire un ex MVP garantisce un anello, ma se è
così anche Boston, grazie a Garnett, ne avrebbe diritto), mentre gli
Heat prendono la strada della ricostruzione puntando su di un giocatore
–Marion- ancora nel pieno della sua carriera ed avviato comunque alla
fine del suo contratto, che scadrà nel 2009 (ma c'è una player option per uscirne già la prossima estate). In questo modo, Pat Riley
si assicura la possibilità di disporre di un ampio spazio salariale, in
una delle prossime due estati, qualora “The Matrix” non dovesse essere
confermato. L'altro nuovo arrivo, Banks, è titolare di un
contratto più lungo ma molto meno pesante (circa 13 milioni di dollari
nelle prossime tre stagioni), e potrà dare una mano in regia
soprattutto se la dirigenza del team di South Beach deciderà di
disfarsi anche del tanto chiacchierato Jason Williams.
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| | "The Big Diesel" giocherà al fianco di Hill e compagni
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A questo punto, dopo gli scambi e le firme degli ultimi giorni, la nuova mappa del potere NBA appare chiara: San Antonio, rinforzatasi con Damon Stoudamire, rimane la squadra più accreditata per il titolo della Western Conference, seguita a ruota da Suns, Lakers e, in seconda battuta, dai sempre temibili Mavericks. Ad est, il dominio di Boston è messo in pericolo dalla solita Detroit, con Cleveland che, con la variabile LeBron James
e la possibilità di muoversi sul mercato, potrebbe aggiungersi in
qualsiasi momento. Allacciate le cinture: la seconda parte della
stagione NBA –playoffs compresi- si preannuncia quantomai spettacolare.
| 2月4日 Impresa dei New York Giants che contro ogni pronostico battono gli imbattuti New England Patriots
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| Eli Manning (10) in azione (Reuters)
| NEW YORK - I New York Giants hanno vinto il Super Bowl
sconfiggendo la precedentemente imbattuta squadra dei New England
Patriots. Col risultato di 17 a 14, i Giganti di New York hanno
impedito ai Patrioti di New England di entrare nella storia del
football come l'unica squadra capace di vincere tutte le partite della
stagione.
SUPER ELI - Eroe della partita
il più giovane dei fratelli Manning. Contestato dai tifosi
incontentabili di New York, oggetto delle perplessità di qualche
compagno e bersagliato spesso dalla stampa, Eli ha guidato i New York
Giants all’impresa che nessuno - o quasi - avrebbe immaginato: arrivare
contro ogni pronostico al Super Bowl e battere gli imbattuti per
eccellenza, quei New England Patriots volati alla finalissima con 16
vittorie su 16 partite di regular season e due successi nei playoff. Il
piccolo Manning ha vinto grazie all’appoggio di una difesa granitica.
Anche. Perché nelle quattro ore in cui l’America ha distolto lo sguardo
dalla corsa alle presidenziali di quest’anno, il numero 10 dei Giants
ha firmato una prestazione memorabile, guidando i suoi al successo con
quelle doti che nessuno gli aveva mai riconosciuto: carattere,
freddezza e nervi saldi nel momento più difficile. Un copione da film
per i newyorchesi, divenuti - al termine di una delle finali più
appassionanti nella storia della Nfl - la seconda squadra a trionfare
giocando tre turni di playoff in trasferta (i primi furono i Pittsburgh
Steelers nel 2005).
LA PARTITA - Dopo l’inno,
affidato alla giovane vincitrice dello show televisivo American Idol,
il Super Sunday lascia finalmente spazio al Super Bowl. E l’inizio
della sfida di Glendale sarebbe ancora più Super se i Giants non si
limitassero a 3 punti, anziché 7, al termine del drive più lungo nei 42
anni di storia della finale della National Football League. Il primo
attacco dura nove minuti e 59 secondi, ma nonostante un Manning
particolarmente ispirato la difesa dei Patriots riesce a fermare
l’avanzata di New York concedendo il field goal di Lawrence Tynes che
vale il 3-0. New England risponde senza i giochi pirotecnici che hanno
segnato la perfect season e le due vittorie ottenute nei playoff, Brady
inizia fuori ritmo il suo quarto giro di danze al Grande Ballo e Randy
Moss non riesce ad entrare nel radar. L’attacco della squadra di Bill
Belichick riesce comunque a stampare il 7-3 sul tabellone grazie ad un
touchdown di Laurence Maroney, che porta in meta il pallone piazzato a
pochi centimetri dalla linea bianca dopo un decisivo fallo su Ben
Watson. Le cose per New York sembrano mettersi male quando Manning
incappa in un intercetto sfortunato, ma nel momento della possibile
svolta sale in cattedra la difesa dei Giants, che nei primi due quarti
riesce a colpire diverse volte Brady, costretto ad incassare tre sack
ed a vivacchiare su statistiche mediocri. Ispirata da un esplosivo
Justin Tuck, New York costringe Brady a perdere un pallone pesante a
22" dal riposo.
ROCK E CHITARRE - Break per le
due finaliste, non per la grande macchina del Super Bowl. Il clou
dell’Halftime Show è affidato a Tom Petty, che regala un quarto d’ora
di rock sobrio e americanissimo: suoni puliti, giochi pirotecnici
limitati all’essenziale e le immagini della Monument Valley sullo
sfondo dell’ultimo brano. Con i proverbiali tempi da record il
palcoscenico, modellato sulla sagoma di una enorme chitarra elettrica,
scompare scoprendo nuovamente il rettangolo verde dello stadio
dell’Università di Phoenix. Iniziano gli ultimi 30 minuti e New
England, nonostante il punteggio favorevole, mastica ancora amaro. La
difesa dei Giants continua a fare miracoli, costringendo Brady ad
incassare il quarto sack della serata dall’incontenibile Michael
Strahan. Con lo score inchiodato sul 7-3 la palla torna ai Giants, che
eseguono il copione alla perfezione fino a quando non si tratta di
scaricare il jackpot. Brandon Jacobs e Ahmad Bradshaw si alternano bene
nel ruolo di running back ed il tandem Manning-Amani Toomer va che è un
piacere. L’unico neo, quello che frena i Giants, sta nelle difficoltà
che incontra l’acciaccato Plaxico Burress a divincolarsi da una
costante marcatura doppia. Insomma, come spesso accade la notte più
importante sembra voltare le spalle alle star più attese. Dopo tre
quarti di partita Moss e Burress hanno una ricezione a testa, neanche
un terzo di quanto messo insieme dal coriaceo e rapidissimo Wes Welker,
unica ancora di salvezza di un Brady a tratti irriconoscibile. I Giants
iniziano l’ultimo quarto con una scossa. Manning frusta un pallone
chirurgico tra le braccia di Kevin Boss per 45 yard, poi centra Steve
Smith portando i suoi a 12 metri dalla linea di meta. Il sorpasso è
maturo. Bradshaw corre 7 yard, poi una finta di corsa sbilancia la
difesa dei Patriots: ne approfitta David Tyree, che riceve in piena
endzone un altro bel lancio di Manning per il 10-7. Il sogno inizia a
profumare di realtà, anche perché la difesa di New York continua a
dominare. Fino a quando il Super Bowl non entra nella zona-Brady,
ovvero in quei minuti finali in cui il quarterback dei Patriots ha
costruito le vittorie valse i primi tre anelli della franchigia del
magnate Robert Kraft. Otto completi su undici lanci e passaggio da
touchdown per Moss, che riporta avanti New England per 14-10 con 2’42"
da giocare. Manning torna in campo per il drive che vale una carriera e
ad un minuto dal termine compie il miracolo: evita un placcaggio fatto,
arretra e trova un acrobatico Tyree per 32 yard. A 24 metri dalla
storia il quarterback dei Giants strappa un altro primo down centrando
Smith, poi arriva il lob del trionfo per Burress, incredulo e
stralunato a fine partita. New York è avanti 17-14 con 35 secondi sul
cronometro. E ci resta, grazie alla difesa, fino al doppio zero che
lascia cadere in campo una pioggia di coriandoli. Il Vince Lombardi
Trophy torna nella Grande Mela e per il secondo anno consecutivo porta
inciso il nome dei predestinati. Quello dei Manning.
2月3日

Si accendono le luci, si alza il sipario: arriva il Super Bowl!
Ormai ci siamo, l'attesa è quasi terminata, la distanza che ci
divide dal kick off del Super Bowl edizione numero 42 si assottiglia
sempre di più. Si è parlato molto in questi giorni, come ogni anno di
questo periodo, di pronostici, statistiche e cabale riguardanti la
Partita, quella con la “P” maiuscola, ma saranno ovviamente i
protagonisti che domenica scenderanno in campo a dare un esito
definitivo alla stagione 2007, ai nostri pensieri e alle speranze dei
tifosi rimasti in corsa.
Come finirà? Partiamo da un semplice presupposto: se è vero, com'è
vero, che i Patriots erano pronosticati sino alla finale già dallo
scorso luglio e che, in molti casi, l'idea di una stagione da imbattuti
ha accarezzato tutti, chi prima chi dopo, con buon anticipo sull'arrivo
di dicembre, è anche vero che nessuno aspettava i NY Giants dall'altra
parte della barricata. Niente di che, ma una dimostrazione,
fondamentale, di come questo sport, non solo questo ma questo in
particolare, rifiuti i pronostici scontati. Difficile, a settembre,
indovinare le due finaliste, una è quasi sempre sbagliata, spesso
entrambe; anche se a dispensare queste previsioni, magari in modo
estremamente ragionato e ricco di motivazioni, sono i guru
d'oltreoceano che, grazie alla rete, non hanno (quasi) più segreti
nemmeno per noi.
Nessuno, dicevamo, aveva previsto i Giants. Si parlava di Dallas, di
Green Bay, ognuna con la propria bella storia alle spalle; in Afc,
invece, era l'incontro tra i Colts e i Patriots, la tanto attesa
rivincita di una delle sfide più classiche dei playoff del nuovo
millennio, la ciliegina che la Nfl ci stava preparando. Saltata pure
quella. Semplicemente perché le partite si giocano sul campo, poi si
discutono a parole e non il contrario: in nessun caso. Un discorso
banale, per carità, ma che merita di essere ripetuto ogni volta, alla
nausea, per far capire a tutti che le parole dovrebbero stare al loro
posto e la qualità che viene esibita sul campo di volta in volta non
può essere anticipata. Anche se l'adagio secondo cui si vivono sempre
tre partite (quella prevista, quella reale e quella ripensata dopo il
fischio finale) ha sempre un suo fascino e coinvolge ogni sorta di
tifoso e appassionato.
Detto questo è facile capire come sia abbastanza inutile sbilanciarsi
oggi a favore di New England. Certo, vista l'esperienza, le capacità
tecnico-tattiche, una free agency
guidata alla perfezione dalla dirigenza, ci era stata presentata una
squadra che difficilmente avrebbe fallito l'approdo al Super Bowl. Che
poi, loro, abbiano voluto sorprenderci con un 16-0 in stagione
mietendo, una dopo l'altra, illustri vittime tra i detentori di
incredibili primati, beh, questa è un'altra storia.
Di fatto il campo ci ha detto altro, ossia che i Giants sono stati in
partita contro New England all'ultima di campionato, sono stati a lungo
in vantaggio e solo due dettagli (una mancata copertura su Randy Moss
in due identici giochi chiamati uno dopo l'altro e l'intercetto a Eli
Manning, con palla leggermente alta) hanno permesso ai Patriots di
portare a casa la vittoria numero sedici.
Questa sarà però una gara diversa, e non si venga a dire che, tutto
sommato, i Giants non hanno nulla da perdere per cui saranno
psicologicamente più “leggeri”. Paradossalmente hanno meno da perdere
proprio i Patriots, che hanno moltissimi giocatori già titolati in
campo e molte più chance di ritentare l'impresa nell'arco dei prossimi
anni di quante non ne abbiano i Giants, perlomeno per quanto hanno
dimostrato società e coaching staff nelle ultime stagioni.
Quella dei Giants sembra la classica occasione che capita una volta
nella vita e la squadra di New York ha tutte la carte in regola per
essere, in caso di sconfitta, l'ennesima delusa dell'anno che segue la
partecipazione a una finalissima. Dubitiamo che l'assenza di pressione
che può colpire la vittima predefinita in eventi meno “pesanti” di un
Super Bowl la farà da padrona nella testa dei ragazzi della Grande
Mela. La pressione c'è, perché il Super Bowl, un evento di queste
dimensioni, provoca inevitabilmente pressione e perderlo rischia di
rimanere un rammarico che difficilmente abbandona un atleta.
Ai playoff, contano i valori reali di un team e, tra questi, esperienza
e capacità di reagire alla pressione e agli errori. Diciamo la verità:
per quanto perfetti, questi Giants, hanno affrontato due formazioni
che, per buona parte del roster, non avevano grandissimo feeling coi
playoff e che, in totale, vi contavano una partecipazione negli ultimi
due anni (quella di Dallas, uscita subito a Seattle un anno fa). Tampa
era semplicemente inferiore a NY.
I Patriots sono, all'opposto, la squadra per eccellenza dei playoff:
dal 2001 a oggi hanno saltato una sola volta la post season e, quando
ne sono stati protagonisti, sono finiti tre volte su cinque a vincere
il titolo, perdendo due gare e sommando un record di 14-2 comprese le
gare di quest'anno. Certo, nemmeno per loro sarà una partita
semplicissima dal lato psicologico. Randy Moss e Donte' Stallworth, per
fare due nomi, non hanno mai vinto l'anello, e questo titolo
rappresenterebbe comunque una meta storica perché porterebbe alla
ripetizione di un evento che solo Miami riuscì a compiere tanti, troppi
anni fa. La pressione, in queste gare, non manca e non mancherà mai, e
davvero fatichiamo a credere che i Giants non avranno nulla da perdere
e che il loro motto possa essere il sanremese (di chiambrettana
memoria) “comunque vada sarà un successo” è la cosa più lontana dai nostri pensieri in questo momento.
E' fuori discussione che New England sia, nel complesso, superiore ai
Giants, ma New York è giunta fino all'ultimo atto partendo praticamente
sempre da sfavorita, violando campi come quello del Texas Stadium e del
Lambeau Field e sbagliando quasi nulla nell'esecuzione dei giochi. Non
saranno cabale e ricorsi storici a fare la differenza, ma quello che
sul campo New York riuscirà ad opporre all'avversario. Del resto, New
England, non ha mai dominato un Super Bowl, li ha vinti tutti e tre con
un solo field goal di scarto e due è riusciti a strapparli proprio nei
secondi finali. I Giants, arrivati sino a un passo dalla meta,
giocheranno per vincere, convinti di potercela fare, perché questo è il
loro momento, non tra un anno, non tra due. Questo. E da perdere non
c'è il nulla, ma il Super Bowl.
Questi Patriots sembrano i migliori di sempre, anzi, lo sono di sicuro,
anche se il limite di età superato da molte delle colonne portanti
della difesa può essere il punto su cui Tom Coughlin dovrà cercare di
far maggior forza per tentare di scardinarlo. Il possesso palla contro
Green Bay (oltre i 40 minuti) è stata la chiave della gara nella Frozen
Tundra, ma quegli episodi che hanno rischiato di far precipitare,
comunque, i Giants, non dovranno essere concessi a New England, a
partire dai fumble di R.W. McQuarters.
Tom Brady esce da una pessima prestazione contro San Diego, e questo
lascia supporre che non sbaglierà una seconda partita consecutiva,
anche se si parla di una gara del tutto particolare. Al Media Day di
martedì Plaxico Burress ha “garantito” la vittoria dei suoi, come Joe
Namath prima del Super Bowl III, più di Joe Namath, dando anche il
risultato finale: 23-17. Eccessi di chi si deve caricare, supponenza
poco gradita dai coach che non sanno mai quanto un giocatore cerchi di
provocare l'avversario e caricare sé stesso e quanto, all'opposto, sia
(troppo) convinto di avercela già fatta.
Di fatto, cliccando su Nfl.com, è facile intuire come molta gente sia
convinta delle possibilità dei Giants; martedì, su 80000 votanti e più,
il 49% dava vincente New York. Mercoledì il 50%, quando a votare erano
stati oltre 150000 utenti. Insomma, credere nei pronostici, nelle
previsioni, è dura, ma anche pensare che una stagione Nfl sia stata
scritta con così tanto anticipo lo è; la sorpresa è dietro l'angolo, i
Giants sono chiamati all'ennesima impresa, i Patriots a scrivere la
storia di proprio pugno. Per entrambe non sarà facile e noi, come ogni
spettatore neutrale, ci auguriamo che ci venga offerta una bella
partita. Comunque finisca, ci sarà una incredibile storia da raccontare
lunedì mattina.
2月2日
02.02.2008. 15:44
Come direbbe il buon Josè Altarini: che colpasso!
Alzi la mano chi, da tifoso Lakers o no, non è balzato sulla sedia alla
lettura di questa notizia. Pau Gasol, la stella e il principale
giocatore, per anni, dei Memphis Grizzlies è passato a vestire la
casacca gialloviola. Il giocatore, quindi, che si presumeva mancasse
alla squadra losangelina per arrivare al titolo è finalmente giunto.
Kobe Bryant, come dire, “appare” molto contento, visti i 46 punti
piazzati a Toronto e lo show fuori dal campo di cui è stato
protagonista: “cinque” agli spettatori, sorrisi, foto di gruppo e tanti
commenti con il pubblico a bordo campo, che rivelano uno stato d’animo
persino euforico. La cosa incredibile, di questa vicenda, è che i Lakers si sono
rafforzati dando in cambio…nulla! Il contratto in scadenza di un
giocatore allucinante in senso negativo ( Kwame Brown), quello di un giocatore ritirato ( Aaron Mckie), quello del rookie Crittenton e due prime scelte del draft 2008 e 2010. Forse, alla fine, il tanto bistrattato G.M. Mitch Kupchak si è, finalmente, riabilitato agli occhi dell’opinione pubblica e anche a quella della squadra stessa, in primis Bryant; proprio il numero 24 ha dichiarato, prima dello show di Toronto: “E’
stato un grande colpo dell’organizzazione. Mi devo togliere il cappello
di fronte al Dr. Buss e a Mitch Kupchak per aver portato in porto
questa trade. Adesso dobbiamo andare là fuori e dimostrare chi siamo”. Tradotto: adesso dobbiamo puntare dritti al titolo.
In realtà, i Lakers avevano offerto il deludente Odom, ma qui è arrivato il colpo di scena: Michael Heisley,
il proprietario dei Grizzlies, ha deciso di non voler spendere soldi
inutilmente in una stagione che sa già adesso essere destinata al
fallimento. Così Lamar è rimasto a L.A. e il proprietario della squadra
di Memphis si è attirato l’odio di tutti i dirigenti della Western
Conference, per avere rinforzato così marcatamente una delle
pretendenti al titolo. Immaginiamo la faccia di D’Antoni, Popovic ed
Avery Johnson alla lettura della notizia…
Veniamo, però, al discorso tecnico, che è poi il principale. Il quintetto
adesso sarà: Fisher, Bryant, Odom, Gasol e Bynum (quando rientrerà).
Sulla carta da titolo, senza dubbio; completo in tutto e per tutto:
punti, rimbalzi, assists, stoppate, recuperi, visione di gioco,
intelligenza cestistica, percentuale di tiro. E non abbiamo considerato
l’ottima panchina: Radmanovic, Walton, Farmar, Vujacic, Turiaf,
Mihm, Ariza. Insomma, chi più ne ha, più ne metta! L’unica nota
dolente, se così si può dire, potrebbe essere la difesa: in realtà,
però, quando una squadra sa di poter arrivare all’anello, in ogni
giocatore nasce la consapevolezza che senza la difesa non si
può avere ciò per cui si lavora ogni giorno, cioè il titolo. Bryant,
Fisher e, soprattutto, Jackson, che conoscono bene la vicenda, sanno
già che l’aspetto difensivo sarà fondamentale e che dovranno spingere
tutti i compagni a lavorare molto in questo senso. Altro fattore da valutare è la compatibilità tra i
compagni: riusciranno tutti questi ottimi giocatori ad essere
soddisfatti dei tiri a disposizione? La risposta, crediamo sia si e
spieghiamo anche il perché: Odom è un giocatore che, notoriamente, non
ama avere molte responsabilità, prendersi molti tiri, fare 20 punti,
quindi, in teoria, dovrebbe amare il futuro ruolo da “jolly”, un po’
alla Shawn Marion; Fisher è un giocatore di complemento, quindi sa che
avrà solo tiri da scarichi (l’esperimento ha già avuto successo con i
Lakers del three-peat, ricordiamolo); Bynum è giovane e non può
pretendere nulla; Bryant è il miglior giocatore della lega, quindi
tutti sanno che i suoi tiri li prenderà, però siamo sicuri che sarà
anche ben lieto di passarne molti, se questi si tramuteranno in punti e
non in palle perse; sarà, dunque, Gasol a doversi adattare un po’ di
più, ma qui sarà compito del coach trovare delle situazioni di gioco
adatte alle sue caratteristiche. E poi, scusate, ma è o non è il “Tripple post-offense”, come lo definiva Jordan, un po’ sarcasticamente, “l’attacco delle pari opportunità”? Quindi, in teoria, è il sistema perfetto.
In questo momento di euforia, sia del mercato in sé che a Los
Angeles, addirittura, si è sparsa la voce che i Lakers sarebbero pronti
a “premere il grilletto” un’altra volta, scambiando Lamar Odom per Jason Kidd.
In realtà, fonti interne al management assicurano che si cercherà
semplicemente di integrare lo spagnolo all’interno del sistema, senza
andare a scompaginare ulteriormente il roster. Anche, perché, diciamo
la verità: in questa situazione, Kidd e il suo contratto non sarebbero
affatto fondamentali; la squadra è gia fortissima, completa ed
equilibrata così com’è.
Gasol, dal canto suo, sprizza entusiasmo: “Sono
scioccato e felicissimo! Spero che sia grandioso. Non ci posso credere.
Andrò a giocare in una squadra fortissima, in un ambiente fantastico e
competerò per il titolo. Ho bisogno di ancora qualche ora per
metabolizzare la notizia. Comunque, voglio il titolo”. Considerando che sono parole riferite al quotidiano spagnolo Marca, c’è da credere che Pau sia veramente entusiasta di fronte a questa grande chance della sua carriera.
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| | Che sia la volta buona, Phil?
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E coach Jackson come ha reagito? Apparentemente con calma e ironia: “Con
Andrew fuori, abbiamo bisogno di qualche punto là sotto i tabelloni;
lui (Gasol, ndr) è una presenza in post ed è anche un grande passatore.
Ci piace tutto ciò. Gli ho lasciato un messaggio in segreteria, dicendo
anche qualche parola in spagnolo, però non mi ha risposto. Forse non ha
capito…”
Insomma, finalmente, il tassello mancante del puzzle sembra essere
stato trovato. La squadra, poi, è giovane, quindi avrà diverse
possibilità per l’assalto al Larry O’Brien Trophy. Tutto sembra
quadrare. E chissà che l’incubo di Bryant, cioè quello di non riuscire
più a vincere un titolo, non resti solo un brutto sogno, cancellato
dalla meravigliosa realtà. Trepidanti attendiamo, sognando, per altro,
una finale magica e dal gusto storico: Boston – Los Angeles.
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01.02.2008. 20:52
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| | Pau Gasol: ora è un Laker...
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Ieri sera i Memphis Grizzlies hanno ceduto il loro (ex) uomo-franchigia Pau Gasol ai Lakers per Kwame Brown, Javaris Crittenton e due prime scelte (draft 2008 e 2010).
Frustrati da una stagione al di sotto delle aspettative, i Grizzlies
hanno così deciso di ricostruire, acquisendo in Brown un contratto in
scadenza che libererà oltre 9 milioni di dollari la prossima estate, un
giovane interessante in Crittenton più due prime scelte che
ringiovaniranno ancor di più in futuro il gruppo allenato da Marc
Iavaroni.
I Lakers - privi di Bynum per almeno un altro mese e mezzo -
acquisiscono un contratto importante (circa 63 milioni fino al 2011) ma
consegnano un altro giocatore di grande qualità a Kobe Bryant,
attualmente in tregua condizionata con la società dopo i fatti della
scorsa estate, quando Mitch Kupchack pose il veto sull'arrivo
di Jason Kidd a Los Angeles. L'arrivo di Gasol potrebbe far scoppiare
di nuovo la pace tra Kobe e i piani alti della società. Lo spagnolo rappresenta - a differenza dell'impresentabile
Kwame Brown - un'ottima alternativa al giovane centro infortunato,
anche se resta da vedere quale sarà la chimica al rientro di Bynum. Di
certo, un quintetto formato da Fisher-Bryant-Odom-Gasol-Bynum aumenta
potenzialmente a dismisura le chance di Titolo dei Lakers. Già da
quest'anno. | 2月1日 Da notare la convocazione ad Ovest di Brandon Roy recente Rookie
dell'anno e ad Est quella dei Bostoniani Pierce e Garnett che da
quest'anno gioca ad Est.
Mancano parecchi nomi che negli ultimi anni avevano un posto
fisso tipo Shaq e Arenas ma sostanzialmente il gruppo è quello degli
ultimi anni.
NBA All-Stars per la Eastern Conference:
Jason Kidd
(New Jersey Nets), Dwyane Wade
(Miami Heat), LeBron James
(Cleveland Cavaliers), Kevin Garnett
(Boston Celtics) Dwight Howard
(Orlando Magic), Chauncey Billups
(Detroit Pistons), Chris Bosh
(Toronto Raptors), Caron Butler
(Washington Wizards), Richard Hamilton
(Detroit Pistons), Antawn Jamison
(Washington Wizards), Joe Johnson
(Atlanta Hawks), Paul Pierce (Boston Celtics).
NBA All-Stars per la Western Conference:
Allen Iverson
(Denver Nuggets), Kobe Bryant
(Los Angeles Lakers), Carmelo Anthony
(Denver Nuggets), Tim Duncan
(San Anttonio Spurs), Yao Ming
(Houston Rockets), Carlos Boozer
(Utah Jazz), Steve Nash
(Phoenix Suns), Dirk Nowitzki
(Dallas Mavericks), Chris Paul (New Orleans Hornets - prima convicazione), Brandon Roy
(Portland Trailblazers - prima convocazione), Amare Stoudemire
(Phoenix Suns), David West
(New Orleans Hornets - prima convocazione).
01.02.2008. 14:51
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| | Booykins trova casa a Charlotte
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Febbraio e Nba sono notoriamente insieme per un
solo ed unico evento: l’All Star Weekend. Ma mentre per giocatori
(oddio non proprio tutti) tifosi, stampa ed altri questo è un
appuntamento di puro divertimento e di rilassamento all’interno di una
stagione lunga, per altri (il resto dei giocatori di cui sopra) e nella
fattispecie gli ‘addetti ai lavori’ questo è un mese ed un periodo
ricco di appuntamenti, contatti visite e perché no proposte. Insomma è
il mese dei procuratori e delle squadre alla ricerca di qualche pezzo
da inserire nel puzzle composto in estate. Qualcuno si è già mosso e ha accontentato il proprio assistito come per esempio Chris Webber
che dopo aver trascorso mezza stagione in borghese guardando le partite
da bordo campo ora si è accasato ai Warriors, altri invece lo stanno
facendo. Tra chi ha già concluso, proprio negli ultimi giorni (31
gennaio per l’esattezza ndr), è il piccolo grande uomo Earl Booykins
che al pari del talento ex Detroit era restato a guardare fino a questo
momento. Saranno gli Charlotte Bobcats (vestendo la canotta con il
consueto numero 11) di Michael Jordan a giovare fino al termine di
questa stagione (questa la clausola dell’accordo tra le parti) delle
sfuriate in contropiede e canestri impossibile del folletto ex
Milwaukee Bucks. «Earl è un talento di questa Lega e per noi è una vera fortuna averlo aggiunto alla nostra squadra – il primo commento del general manager Rod Hiddings -. Senza
contare che il suo arrivo non turba nella maniera più assoluta la
chimica ed il gruppo della squadra. I numeri e le cose fatte vedere da
Earl duranti il recente passato sono sotto gli occhi di tutti, ci darà
una grossa mano in termini di esperienza e di impatto nel nostro
backcourt»
Chi invece non ha concluso ancora nulla, ma è sulla buona strada per farlo è ormai il free agent più ricercato di tutta l’Nba: Damon Stoudamire. Dopo aver risolto il proprio contratto con i Memphis Grizzlies il cellulare del suo agente Aaron Goodwin
ha iniziato a squillare e suonare stile centralino o call center.
Chiamate provenienti da tutte le parti degli Usa per cercare di
aggiungere un giocatore di grande esperienza. Phoenix, Boston, Toronto
(che ha puntato sul fatto di tornare alla squadra con cui lo stesso
giocatore ha iniziato la sua carriera) Clippers. Tutte c’hanno provato
e nessuno c’è riuscito, dal momento che un’altra squadra ha messo sul
piatto della bilancia (oltre all’eccezione minima per i veterano di 1,2
milioni di presidenti spirati) un fascino che forse in questo momento
solo i Celtics potevano offrire: il ‘Larry O’Brien Trophey’.
Stoudamire non c’è nemmeno mai arrivato in finale e scendere in campo
con la canotta della formazione che deve difendere il titolo non solo è
accattivante come idea, ma è anche forma di garanzia per tentare agli
sgoccioli di una lunga carriera di mettere quel benedetto anello al
dito. Insomma tanti giri di parole per dire che saranno gli Spurs di
coach ‘Spy’ Popovic ad accaparrarsi l’ex Memphis soprattutto per far fronte all’ennesimo infortuni del francesino Tony Parker e rinforzare un lotto di esterni proprio per quello che è l’assalto finale.
Per adesso però c’è solo stato accordo verbale o quanto meno
dichiarazioni da parte dello stesso agente del giocatore ma nessuna
firma ufficiale. Le attese erano per tentare di mettere in campo
Stoudamire nel match di stanotte contro i Suns, ma alla fine non se n’è
fatto nulla. Molto probabile che sarà questione di tempo ma l’accordo
pre-matrimoniale tra le parti sembra già essere in cassaforte. 1月30日
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| | Jason Kidd proprio non capisce come sia possibile che la sua squadra perda nonostante le sue triple doppie…
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Era da un po’ che si mormorava; ma ora Jason Kidd,
a dir poco insoddisfatto degli scarsi risultati della sua squadra,
visti anche gli obiettivi di inizio anno, è finalmente uscito allo
scoperto, chiedendo di essere ceduto. Per ora, coach Frank non ha
voluto rilasciare commenti al riguardo, mentre il general manager Rod
Thorn ha specificato che, se ci sarà uno scambio, esso avverrà
esclusivamente se avrà un senso per la squadra e non solo per
accondiscendere alle richieste del giocatore. Thorn ha inoltre
precisato che, in un’ipotetica trade, la franchigia probabilmente non
richiederà un playmaker come contropartita, data la grande fiducia
riposta nel giovane Marcus Williams come play titolare del futuro. Ma allora, quali sono questi scambi di cui si parla?
La soluzione più in voga, e preferita da Kidd stesso, vedrebbe il re delle triple doppie a Dallas e ai Nets giovani come Jarret Jack e Travis Outlaw e contratti in scadenza come quelli di DeSagana Diop e Devean George, oltre a Jerry Stackhouse, alcune scelte e soldi. Ovviamente sarebbero coinvolti nella trade anche i Blazers, che riceverebbero alcuni giocatori dei Nets non ancora specificati.
Altre possibilità di scambio riguarderebbero i Lakers, che però si dice non essere davvero interessati, ma che potrebbero offrire, o Lamar Odom e briciole, o i contratti in scadenza di Kwame Brown, Chris Mihm e del neo-acquisto Trevor Ariza, oltre a Javaris Crittenton (o addirittura Jordan Farmar) e una prima scelta. Ma ai Lakers, con Bynum
fuori per infortunio, converrebbe davvero cedere gli altri due centri
(rimarrebbe solo Turiaf, che non è nemmeno un centro puro) e dei
giovani che stanno ben figurando, per arrivare a un giocatore ormai
quasi a fine carriera? E soprattutto, si è sicuri che smantellando una
squadra che sta andando più che decentemente ma ricevendo Kidd, i
Lakers si trasformerebbero in squadra da titolo?
Un’altra soluzione ancora sarebbe a Cleveland: i Cavaliers cederebbero a New Jersey l’atletico lungo Drew Gooden e il giovane tiratore Daniel Gibson. A dire il vero, ai Cavs piacerebbe assai di più cedere Larry Hughes
piuttosto che Gibson, ma gli infiniti acciacchi e i 12 milioni di
dollari guadagnati quest’anno dalla guardia ex ‘76ers rendono l’affare
assai difficilmente appetibile per qualunque squadra (a parte forse i
Knicks, che pare facciano la collezione di giocatori bolliti e
strapagati…).
E, a proposito di Knicks, ecco un’ultima ipotesi, anche se ormai siamo al Fantabasket: Kidd ai Knicks in cambio di Eddy Curry (ormai ufficialmente incompatibile con Zach Randolph sotto canestro) e, probabilmente, Renaldo Balkman. Difficile però che i Nets scelgano di mandare la stella della squadra ai loro vicini di casa…
Davide Moroni |
30.01.2008. 18:01
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| | Caro Chris, tra poco potrai rimetterti in canotta e pantaloncini... vedremo se ti alzerai anche dalla panchina...
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Ora è davvero ufficiale: il nostro Marco Belinelli avrà un nuovo illustre compagno di squadra. I Golden State Warriors hanno infatti firmato Chris Webber
per il minimo salariale per un veterano (1,2 milioni di dollari
all’anno), che gli frutterà 570.000 dollari per il resto della stagione
. I punti interrogativi riguardo all’affare non sono pochi, a partire
dai rapporti con coach Nelson, non esattamente idilliaci qualche anno
fa, e dallo stile di gioco della squadra californiana, forse troppo
“spumeggiante” per un quasi trentacinquenne dalle ginocchia di
cristallo. Dal canto suo, Webber ha dichiarato che si ritiene ancora
pienamente in grado di giocare come ha sempre fatto nella sua carriera:
segnando, prendendo rimbalzi, distribuendo la palla, rendendo così
migliori i compagni e condendo il tutto con le sue innate doti di
leadership… vedremo come finirà…
Intanto, per fargli posto nel roster, è stato sacrificato il play Troy Hudson, firmato un mese prima della regular season ma mai realmente presente in campo a causa di una lunga serie di infortuni.
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| | Dove andrà Stoudamire dopo Toronto, Portland e Memphis?
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L’altro “big name” (esagerando eh…) del mercato di
questi giorni (a Jason Kidd abbiamo già riservato un servizio a parte)
è quello di Damon Stoudamire. Ottenuto il buy-out dai Grizzlies
e in scadenza domani il termine entro cui i “tagliati” non possono
firmare, Stoudamire dovrebbe accasarsi ai San Antonio Spurs, in cerca di una riserva affidabile per Tony Parker, di nuovo “out indefinitely” per infortunio. Altre squadre ancora in corsa dovrebbero essere Magic, Nuggets, Raptors, Suns e Celtics,
anche se probabilmente solo i biancoverdi sembrerebbero poter
“competere” con gli Spurs. Peraltro, pare che Kevin Garnett stia
pressando per avere come compagno di squadra Sam Cassell, piuttosto che Stoudamire.
Tuttavia, fonti vicine ai Clippers parlano di un Donald
Sterling ancora fortemente convinto di poter arrivare ai playoff, e
quindi restio a cedere il suo playmaker titolare…
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| | Earl Boykins è ancora in cerca di una squadra: giocherà con Nowitzki?
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Non sono poche dunque le squadre che cercano un
play, ma la materia prima non dovrebbe mancare (la qualità è un’altra
cosa…). Oltre ovviamente a Jason Kidd e Damon Stoudamire, si parla
infatti di buy-out anche per Smush Parker, che gli Heat hanno firmato in estate ma che è fuori squadra ormai da due mesi. Inoltre, il minuscolo Earl Boykins è ancora free agent, nonostante una buonissima stagione l’anno passato, così come il declinante Gary Payton, dato vicino ai Warriors. Inoltre, J.J. Redick dei Magic ha chiesto di essere ceduto dato il suo ruolo marginale nella rotazione; lo stesso per Gerald Green,
che nei giovani T-Wolves sperava forse di essere uno degli elementi
chiave e invece gioca solo 12 minuti a partita, quando entra in campo
(solo 21 gare disputate finora). Più diplomatico è stato Delonte West,
fortemente voluto dai Sonics nell’ambito dell’affare Ray Allen. West
infatti non si è lamentato per il suo scarso (scarsissimo) utilizzo, né
ha chiesto di essere ceduto, dichiarando invece che questa situazione
lo sprona piuttosto a lavorare ancora più duro per migliorare.
Nonostante ciò, si parla di mandarlo per un po’ addirittura nella
D-League insieme a Gelabale, per permetter loro di giocare con più continuità.
Infine, tra tanti che vogliono andar via, parliamo di un possibile ritorno, quello di Chris Andersen (qualcuno si ricorda di lui?!) che, dopo aver scontato i due anni di squalifica per doping, pare desti l’interesse dei New Jersey Nets,
alla disperata ricerca di lunghi, visti l’infortunio di Krstic e il
bassissimo livello di rendimento di Magloire, firmato quest’estate.
Non è bastato a Bobby Jones la miglior prestazione in
carriera (20 punti, 13 rimbalzi e 7 assist) per guadagnarsi
l’estensione del contratto decadale fino alla fine della stagione: i
Grizzlies infatti, dopo aver tagliato Stoudamire, hanno ora bisogno di
un playmaker come cambio di Kyle Lowry, promosso in quintetto per
sostituire l’infortunato Conley.
Situazione infortuni: il play-guardia dei T-Wolves Randy Foye
è tornato in campo la scorsa notte dopo una lunga assenza (producendo
11 punti in 17 minuti); ci vorrà invece almeno un’altra settimana per
rivedere in campo Theo Ratliff. Jameer Nelson dei Magic dovrebbe invece rientrare stanotte; fuori invece per un po’ Devin Harris,
anche se i Mavericks hanno dichiarato che, per ora, non stanno cercando
sostituti. Nel caso l’infortunio dovesse rivelarsi più lungo del
previsto, il nome che circola è quella del già citato Earl Boykins,
del quale il suo agente ha detto che “avrà un lavoro entro la fine di
questa settimana”. Infermeria dei Bulls: quasi pronti per il rientro Ben Gordon e Chris Duhon, ancora fuori Luol Deng. Fuori fino almeno a dopo l’All Star Game Anderson Varejao dei Cavaliers. Meno grave dovrebbe essere l’infortunio all’anca di Luke Walton dei Lakers, mentre Stromile Swift è stato sospeso per una partita dai Grizzlies.
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| | Danilo Gallinari nelle mire dei Phoenix Suns
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Una notizia non propriamente buona arriva da Denver riguardo a Nenè.
Il brasiliano, operato due settimane fa per la rimozione di un tumore a
un testicolo, verrà probabilmente sottoposto a due cicli di
chemioterapia per ridurre le possibilità di un risorgere del cancro:
questo dilata i tempi del suo ritorno sul parquet, ma evidentemente non
deve essere questo il suo problema principale, al momento. Infine Darius Miles
che, giusto per rinfrescare la memoria, è ancora un giocatore dei
Blazers: niente di nuovo, il suo rientro è slittato di nuovo a data da
definirsi, causa il riacutizzarsi di un problema a un tendine durante
la riabilitazione.
E chiudiamo con una notizia (o piuttosto curiosità) che ci tocca un po’ più da vicino: i Phoenix Suns
quest’anno usufruiranno della scelta degli Hawks nel draft, che
presumibilmente sarà attorno a metà del primo giro. David Griffin,
scout dei Suns ora in giro in Europa a “osservare”, ha dichiarato che
sarà un draft profondo, ricco di talento ma senza particolari stelle e
che questo favorirà chi sceglierà a metà del primo giro. E una delle
principali opzioni della franchigia allenata da Mike D’Antoni dovrebbe
essere nientepopodimeno che Danilo Gallinari, talentuosa ala
classe ’88 in forza all’Olimpia Milano (per i pochi che non lo
sapessero), il cui padre ha vissuto insieme proprio a D’Antoni nelle
sue due prime stagioni a Milano. Ma, viste anche le sue ultime
mostruose partite, siamo sicuri che Gallo a metà del primo giro sarà
ancora disponibile?! | Maurizio Gherardini volerà nella notte a Mosca, gradito ospite del
charter del CSKA, dopo aver assistito alla partita di Eurolega tra i
moscoviti e la Virtus, ultimo turno di una competizione ancora tutta da
vivere per la squadra di Messina e viceversa già agli archivi per
quella bolognese. Ieri per l'executive dei Raptors un passaggio in
Ghirada, in compagnia di Rex Chapman, oggi nello staff dei Nuggets,
capelli corti e qualche chilo di troppo, ieri saltatore favoloso,
eccitante guardia di Charlotte, Washington e Phoenix nel panorama
dell'NBA degli anni '90, con dodici stagioni consecutive chiuse in
doppia cifra.
Gherardini si dichiara impegnato nel secondo giro d'orizzonte
in vista del Draft, sonderà nei prossimi giorni ciò che può offrire il
panorama russo e la settimana che verrà saranno poi in tre dei Raptors
a dividersi a fette l'Europa che dedica il weekend alle coppe
nazionali, tra Italia, Spagna, Francia e paesi balcanici.
Nel frattempo, dall'altra parte, la stagione di Andrea
Bargnani è sempre oggetto di discussione, con i suoi sbalzi d'umore e
di rendimento. Che comunque gli hanno concesso di partecipare ancora al
Rookie Challenge, stavolta ovviamente tra i Sophomores, uno degli
eventi del prossimo NBA All Star Weekend di New Orleans. A breve
l'ufficializzazione. A maggior ragione l'occasione è ghiotta per
chiedere a Gherardini della stagione, altalenante, di Andrea.
«Ha iniziato con una preseason molto buona, come sono state le
prime cinque partite di campionato. Poi il nostro allenatore,
soddisfatto di Andrea, ha provato ad allargare le rotazioni ad altri
giocatori e la panchina Andrea l'ha sicuramente sofferta. Sono
sopravvenuti problemi fisici, un periodo di crisi, poi di nuovo bene,
quindi di nuovo guai alle ginocchia, poi ancora sopra i 20 punti e
quindi una forma fastidiosa alle vie respiratorie. Per un motivo o per
l'altro non è mai riuscito a prendere il ritmo e conservarlo, in una
stagione non facile come è la seconda e che deve giocare per intero».
Le critiche non sono mancate, il coach lo vuole rimbalzista,
la proprietà ha parlato anche di possibile scambio. «Bargnani è stato
chiamato ad un delicato cambio di ruolo, utilizzato ora da centro. Ma
non c'erano alternative, lui e Bosh sono i nostri due giocatori di
maggior talento ed è sensato trovare il modo di farli giocare assieme.
E Andrea può farlo solo da centro. Devo dire che sta lavorando molto
duramente per questo, l'ho visto fare cose, in palestra, da solo, su
cui l'anno scorso non avrei scommesso».
Resta da chiedersi se però, già finito nel mirino della
critica e candidato ad essere una delle più deludenti prime scelte
della storia, l'evoluzione tecnico-tattica non lo esponga ad ulteriori
rischi. «La stampa è molto severa e pungente. Io dico che ad oggi
abbiamo un record migliore di quello dell'anno scorso e l'abbiamo
raggiunto con fuori due elementi del quintetto base, TJ Ford e Jorge
Garbajosa. Dunque i Raptors funzionano ed Andrea con loro. Un concetto
che anche in Italia mi sembra si faccia fatica a capire. Abbiamo vinto
a Boston e San Antonio, battuto Dallas e Portland nel loro miglior
momento. Non sono risultati casuali, come il fatto che abbiamo 3-4
tiratori tra i migliori venti della Lega». Un sistema in cui Bargnani
ha un compito ben definito: «Elevare il suo livello di aggressività e
concentrazione. Che non significa far fallo a metà campo 9 secondi dopo
essere entrato, ma stabilizzare il suo approccio mentale sulle
necessità che ha la squadra di averlo presente a rimbalzo ed in difesa.
Se trova l'equilibrio con le sue indiscusse doti di tiratore
perimetrale, Andrea continuerà la sua crescita».
Nel frattempo Bargnani ha incassato la superprestazione
contro i Celtics, nel corso della quale la tv ha spesso cercato le
espressioni soddisfatte di Gherardini, unico rappresentante del club
che aveva viaggiato a Boston. Gherardini ha poi raccontato di aver a
lungo parlato con Andrea, nei giorni scorsi. E le cene-confessione di
Gherardini sono ora divenute uno dei motivi maggiormente battuti dalla
stampa di Toronto... 1月29日 Si avvicina l’all-star weekend ed anche la trade deadline e quindi
iniziano a muoversi i pezzi da novanta. Infatti è uscito allo scoperto
Jason Kidd che per voce del suo agente Jeff Scwartz, senza mezzi
termini, dice che è ora di cambiare aria. La delusione del giocatore è
tanta, in considerazione anche dei suoi buoni numeri. Non capisce
assolutamente come sia possibile perdere anche se lui fa delle triple
doppie. Eppure con il supporto di uno straripante Richard Jefferson e
il nobile decaduto Vince Carter ci si aspettavano grandi risultati.
Invece niente da fare, il supporting cast è troppo debole, l’infortunio
di Nenad Krstic in primis e la presenza in roster di giocatori troppo
giovani ed inesperti porta ad un record pressoché fallimentare.
Un altro argomento è la firma di Chris Webber che ora è
ufficialmente di Golden State, si vedrà come saranno i suoi rapporti
con Don Nelson ma non è nemmeno da trascurare la sua condizione fisica.
Per i Warriors è comunque una scommessa di poco rischio e quindi ha
solo da guadagnarci.
Questione Damon Stoudamire, finalmente è stato raggiunto il
buy-out con Memphis e quindi è ufficialmente partita la caccia a questa
riserva di lusso. In pole position ci sono Boston, Phoenix, forse
Toronto e San Antonio.
Si vocifera che San Antonio, visto l’agguerrito West di
quest’anno (quasi dieci squadre ad almeno il sessanta per cento di
vittoria), sia a rischio di Lottery Draft. Complice il calendario
sfavorevole per colpa del Rodeo che tutti gli anni si tiene nell’arena
degli Spurs in questo periodo inizia una serie di nove partite fuori
che potrebbero far salire oppure, come alcuni temono, far scendere le
quotazioni dei campioni in carica.
1月21日 |
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Gazzetta dello Sport: "Pasticcio Inter"; Corriere dello Sport-Stadio: "Scandalo Inter!"; Tuttosport: "L'Inter peggiore fa 13 l'arbitro dà una mano"; Il Giorno: "Inter, un rigore di troppo"; Gazzetta di Parma: "Grande Parma derubato dall'arbitro. Vergogna a San Siro"; L'Informazione: "Parma
derubato dall'Inter a San Siro": questi sono solo alcuni dei titoli di
stamani sui quotidiani a commento della gara Inter-Parma di ieri sera.
Questi alcuni dei voti assegnati dagli inviati all'arbitro Gervasoni:
Gazzetta dello Sport 4 Corriere dello Sport - Stadio 4 Tuttosport 4 Gazzetta di Parma 4.5 L'Informazione 3 |
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