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6月7日
 Teemu Selanne solleva al cielo la sua prima Stanley Cup. Tanto inseguita, quanto meritata.
Gli Anaheim Ducks sono di nuovo "mighty" per un giorno e vincono il loro primo titolo NHL dopo 14 anni di tentativi e dopo aver battuto gli Ottawa Senators per 6-2 vincendo così la serie in 5 partite.
Per la prima volta la Stanley Cup viene sollevata a casa di una formazione che si affaccia sul Pacifico e per la terza volta consecutiva una squadra canadese si deve arrendere in finale ad una americana. Per i Senators rimane il rammarico di aver gettato al vento ben tre partite, tutte perse di misura per un solo goal, e non aver espresso in queste finali il gioco spumeggiante e altamente offensivo fatto vedere durante tutto l'anno.
In una partita che ha visto poco più di una decina di tiri in porta per parte (per la precisione 13 per Ottawa e 18 per Anaheim) e ben 8 goal totali (finita 6-2 per i padroni di casa), i Ducks si portano subito avanti per 2-0 nel primo periodo grazie al solito McDonald (decimo goal per lui in questi play-off) e a Rob Niedermayer.
Nel secondo tempo ci prova il capitano dei Senators a riportare sotto la sua squadra. Alfredsson segna due volte (una in shorthanded) ma Travis Moen prima (in realtà si tratta di autogoal di Chris Phillips) e Francois Beauchemin poi tornano a rimettere 2 goal di distanza tra Ottawa e il pareggio.
Il terzo e ultimo periodo è ancora un monologo di Anaheim, Moen firma la personale doppietta e Corey Perry mette la parola fine a questa partita: 6-2. Una partita in cui l'attacco americano ha fatto registrare il maggior numero di goal in una gara di play-off nella sua storia (eguagliando il 6-3 messo a segno contro Edmonton lo scorso anno) e la difesa ha limitato i canadesi a soli 13 tiri in porta, record assoluto di questi play-off 2006/2007.
Niedermayer regala così a suo fratello Rob (era dal 1983 che due fratelli non alzavano insieme la Coppa, gli ultimi sono stati Brent e Duane Sutter con i NY Islanders), a Sebastian Giguere, a Teemu Selanne e a Chris Pronger la loro prima Stanley Cup della carriera. Per Rob soddisfazione doppia, visto che è uno dei 3 giocatori rimasti nel roster da quando i Ducks (allora "Mighty" solo nel nome) hanno perso la coppa in gara7 contro i NJ Devils nel 2003.
"Davvero mi è sembrato incredibile che potesse essere tutto vero", ha detto a fine partita Selanne. "Tanto lavoro, tanti sacrifici pensando che un giorno questo sogno potesse avverarsi, ma il momento non arrivava mai. Invece finalmente posso festeggiare la mia prima Stanley Cup a 36 anni. Una gioia immensa, indescrivibile"
Scott Niedermayer ha inoltre potuto sollevare al cielo anche il Conn Smythe Trophy (MVP della Finali). Scott è così il primo giocatore di sempre (escluso i portieri) che vince questo trofeo senza segnare un goal nelle Finali e il primo di sempre a vincere con così pochi punti messi a segno (2).
Anche quest'anno siamo giunti alla fine di un cammino iniziato il lontano 5 ottobre. Un cammino che ci ha fatto vedere partite spettacolari, giocate stupefacenti, goal meravigliosi, e ci ha fatto vivere emozioni dal primo face-off all'ultima sirena.
Gloria ai vincitori e onore ai vinti. Dal prossimo autunno ci saranno di nuovo 29 squadre che cercheranno di portare via la Coppa ai detentori. Una nuova avventura, una nuova storia.
07.06.2007. 00:21
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| LBJ celebra il trionfo nella Eastern Conference | E anche quest’anno siamo arrivati in fondo. Anche quest’anno dopo la solita lunga regular season e i soliti appassionanti playoffs, dove le sorprese non sono certo mancate, siamo arrivati alle finali NBA. E in queste finali NBA se dalla parte Ovest arrivano i San Antonio Spurs, squadra ormai abbonata negli ultimi anni a giocarsi l’anello, dall’Est arrivano i Cleveland Cavaliers, sorpresa assoluta di quest’anno. Il cammino per arrivare a queste finali è stato comunque difficile per entrambe le franchigie: San Antonio infatti se ha trovato poche difficoltà al primo turno e alle finali, rispettivamente contro Denver e Utah, cavandosela tutte e due le volte in cinque partite, in semifinale contro Phoenix i nero-argento hanno avuto la meglio in una serie appassionante grazie anche ad una serie di circostanze fortunose (ricordate il naso di Nash?E le sospensioni di Stoudemire e Diaw?). Il cammino dei Cavs invece è stato più regolare: prima il 4-0 ai derelitti Wizards, poi due 4-2 ma molto diversi tra loro; in semifinale infatti i Nets partivano sfavoriti e sono sempre stati sotto nella serie, contro i Pistons invece tutto lasciava presagire ad una resa dopo il 2-0 iniziale e invece uno stratosferico James ha cambiato la storia e ha portato i Cavs in finale. Andiamo ad analizzare i roster ruolo per ruolo, le panchine e i coach. Playmaker: Tony Parker vs Larry Hughes Ecco il primo miss match per gli Spurs: chi marcherà il francesino nelle sue velocissime entrate? Hughes oltre ad essere a mezzo servizio per il problema alla gamba non sembra comunque in grado di tenere uno contro uno il futuro sposo di Eva Lognoria e allora forse coach Brown potrà optare per Snow, giocatore nullo offensivamente ma con un cuore che fa provincia e tanta esperienza dalla sua parte. Guardia: Sasha Pavlovic vs Michael Finley Rivelazione il primo, certezza il secondo; anche senza essere il fulcro dell’attacco delle loro squadre nessuno si sorprenderebbe se con i loro mortiferi tiri da fuori decidessero una gara della serie. Ala piccola: Lebron James vs Bruce Bowen Il duello chiave della serie: fermare James significa fermare praticamente tutto l’attacco dei Cavs. Riuscirà uno dei migliori difensori della lega (e anche uno dei più controversi...) perlomeno a limitare LBJ? Ad essere onesti nelle ultime partite “The Chosen One” non sembra realmente marcabile: può decidere di penetrare schiacciando ancor prima che arrivi l’aiuto o freddare le difese coi suoi jumper da fuori; ma Bowen nè sa una più del diavolo e grazie anche ai suoi “trucchetti” potrebbe limitarlo.
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| Bowen, Duncan e Parker e Ginobili, punti di forza dei texani | Ala grande: Drew Gooden vs Tim Duncan Secondo duello a favore degli Spurs. Inutile parlare di TD che ormai sa a memoria come affrontare questo tipo di partite, immarcabile in certi momenti della partita. Gooden però è molto migliorato nelle ultime uscite e ha dimostrato di saperla mettere anche dalla media, arma importante se Drew riuscirà a sfruttarla con continuità. Centro: Zydrunas Ilgauskas vs Fabricio Oberto Ruolo dove, oltre ai due starter, saranno le rotazioni e le scelte dei coach a giocare un ruolo fondamentale. Rimanendo comunque sui due titolari importante sarà per Ilguaskas riuscire a mettere con costanza il suo tiro da fuori e farsi sentire a rimbalzo; Oberto invece è una bella scoperta di quest’anno dopo l’anno di prova nel sistema Popovich. Panchine Facile leggere la panchina dei Cavs che ha al massimo tre o quattro uomini che potrebbero giocare minuti importanti: Anderson Varejao sarà fondamentale per le classiche giocate difensive e d’energia che il brasiliano non fa mai mancare, poi c’è Daniel Gibson, autentica rivelazione delle finali di conference, bisognerà vedere se il rookie reggerà la tensione delle finali NBA. Abbiamo già detto come Eric Snow potrebbe esser utilizzato in difesa contro Parker ed infine ci sono Jones e Marshall poco utilizzati però da coach Brown. Situazione più ingarbugliata quella della panchina Spurs anche se una certezza c’è e si chiama Manu Ginobili: l’argentino può spezzare le partite in due entrando dalla panchina. Poi a parte Vaughn che giocherà qualche minuto per far rifiatare Parker tutto dipenderà dalla rotazione che coach Popovich vorrà utilizzare: potrebbe infatti spostare nei momenti chiave Duncan da centro con Horry ala piccola (scelta fatta spesso l’anno scorso, poco quest’anno) oppure alternare Oberto a Elson; Barry infine potrebbe tornare utile in dei momenti di secca offensiva. Coach: Gregg Popovich vs Mike Brown Anche qui l’esperienza e l’abitudine a queste partite potrebbe giocare a favore del sergente dei Texani; fondamentale saranno i loro aggiustamenti nel corso della serie e le rotazioni che i due coach daranno alle loro panchine. Da non sottovalutare come Brown sia stato per tre anni uno degli assistenti di Popovich a San Antonio.
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| "Essenzialmente teppisti", un vanto per i fans neroargento | HANNO DETTO Road to the Finals “Qualcuno nello Utah sta esaminando la genealogia dell’arbitro Steve Javie per vedere se lui e l’allenatore degli Spurs, Gregg Popovich, sono lontani cugini” (Mike Monroe, giornalista del San Antonio Express-News) “Meritano la giusta considerazione. Non siamo stati solo noi a perdere, sono loro che hanno vinto” (Chauncey Billups sui Cavaliers) “Qualcosa doveva andare dritto per gli sport di Cleveland” (LeBron James) LeBron “L’altra notte LeBron James è diventato la faccia della NBA” (Reggie Miller prima di gara6) “LeBron è come il grano nell’Iowa” (Mike Brown) “Aggiungete 10 chili a tutti i nostri giocatori e rendeteli molto più veloci” (Gregg Popovich sulla strategia per arginare LeBron) Duncan “James ha la sua campagna «Siamo tutti testimoni» prodotta dalla Nike. Se l’Adidas creasse uno slogan per Duncan, probabilmente sarebbe «Ancora tu?» (Johnny Ludden, giornalista del San Antonio Express-News) “Indossa già il neroargento, dobbiamo solo renderlo cattivo” (Robert Horry su Duncan) Supporting cast “Non saremmo mai arrivati qui se ci fosse stato un one-man show” (LeBron James) “Se ci limitiamo a dire «Bruce, sta a te fermare LeBron ed i Cleveland Cavaliers» siamo nei guai” (Gregg Popovich) “E’ stato il mio ruolo per tutta la stagione, il cambio dei cambi” (Scot Pollard, che ora potrebbe ritrovarsi a marcare Duncan) Gibson “Quello che ha fatto Boobie è stato Bronesco” (Mike Brown su Daniel Gibson) “Largo alla superstar” (LeBron su Gibson in conferenza stampa dopo gara6) “Quando ero piccolo, mi piaceva giocare con i ragazzi grandi. Di solito le prendevo, tornavo a casa piangendo e così mia madre mi chiamava «crybaby booby» (Gibson sull’origine del proprio soprannome) “Non lo staccherò, mi piace sentirlo suonare” (Gibson sul proprio telefono, che squilla continuamente dopo le ultime prestazioni) Approcci “Ero in soggezione. Non sapevo cosa aspettarmi” (Eric Snow sulle finali 1996 giocate con la maglia di Seattle) “Non so se mi metterà in soggezione. Non sono molte le cose che mi mettono in soggezione” (LeBron sulla finale) “Non c’è granché in televisione in questo momento. Questo è il periodo dell’anno in cui ci sono solamente le finali e quest’anno non le guarderemo” (Donyell Marshall) Pronostici “21 giugno: i Cleveland Cavaliers hanno vinto il titolo NBA. Nelle altre notizie, il nordest dell’Ohio ha superato Maui, la riviera francese e le Isole Vergini come destinazione turistica più ricercata” (Michael K. McIntyre, giornalista del Cleveland Plain Dealer) | 6月6日
 David Stern, commissioner fortunato.
Certo che David Stern, oltre ad essere parecchio bravo, ha anche una gran fortuna....
Lo massacrano per settimane con la storia delle squadre che "non danno il massimo in regular season" (la frase giusta sarebbe stata "giocano a perdere", ma cerchiamo di essere politically correct...) e dalle palline del draft esce un disastro per i piu' furbetti; gli analisti degli indici d'ascolto sudano freddo per la probabilissima riedizione di Spurs-Pistons in finale (eccitante come la Luis Vuitton Cup), ed ecco che Lebron ne fa una delle sue e trasporta se ed i suoi operai specializzati al gran ballo. Risultato: tutti felici (lasciamo stare i tifosi dei Pistons) e tutti a godersi una finale dove sono ben chiare le simpatie di noi popolo "non tecnico".
Figuriamoci: i San Antonio Spurs, ovvero la trasposizione "terzo millennio" dei Boston Celtics (non sono simpatico, non sono spettacolare, se devo menare meno, la mia superstar e' diabolica senza flash da Sportcenter, e, casualmente, ho gia' vinto tre titoli) sono benvoluti solo dai loro tifosi, e ci mancherebbe. Il resto del popolo tifera' piu' o meno pesantemente per il Prescelto. Il quale ha gia' messo agli annali una prestazione, quella di gara5 a Detroit, di molto simile a quella che un altro 23 incasello' al Boston Garden (ooops, coincidenze) allorche', stando a quanto disse uno che era bravo a questo giochino, Dio si prese 2 ore libere e si infilo' in una canotta rossa.
Non spendo troppe parole su come gli Spurs siano arrivati alle finali. Timoteo e soci hanno fatto il loro schienando i Suns, il resto e' stata gentile concessione di Nelson Padre e Barone. Gli Utah Jazz, bella squadra, e con un play in rampa di lancio, sono stati anche troppo bravi, ma fino a che Kirilenko non si chiarira' le idee e decidera' di giocare per quanto lo pagano (nell'attuale squadra o in un'altra) sara' complicato ripetersi o addirittura migliorare.
Molto interessante e' stato invece l'evolversi degli eventi ad Est. In pochi (me compreso) davano credito a Lebron e soprattutto ai suoi cortigiani, che difficilmente avrebbero retto alla profondita', all'esperienza e all'arroganza tecnica di Billups, Wallace e compagnia. E quando, nonostante due gare equilibratissime, Detroit si e' ritrovata sul 2-0, ci siamo tutti sorpresi della capacita' di reggere di Cleveland, ma abbiamo pensato che piu' di tanto questo non avrebbe spostato il risultato finale. Anzi, in America piu' che da noi, c'e' stato un latente criticare al Prescelto per aver passato un tiro finale a favore di Doneyll Marshall: "la star deve prendersi responsabilita'", dicevano certi americani..... facendo finta di dimenticare che a basket si giocherebbe in 5 e che uno come Marshall piglia della gran grana proprio per punire i raddoppi (in due, tre o anche in 4) sul 23. Ovviamente in gara2, quando si e' ripresentata l'occasione, il nostro 22enne e' entrato con il trattore in area, ma Hamilton lo ha preso a bastonate senza che i 3 grigi ritenessero opportuno fischiare uno dei 3-4 falli che tutti abbiamo visto.
Poi gara3 e 4 è finita come sappiamo, gara5 (quella decisiva, come in tutte le serie a 7 equilibrate) e' stata la passerella del Lebron, ed in gara6 l'altruismo del nostro 22enne di cui sopra e' stato premiato dalla prestazione "for the ages" di Boobie Gibson. Apro una parentesi: se pensate che incensare chi vince e bastonare chi perde sia pratica riservata alle italiche penne, leggetevi i commenti delle varie partite di questa serie, e poi ditemi. La verita' e' che LBJ, oltre ad essere un 22enne "falso" dal punto di vista fisico (Magic Johnson dentro al corpo di Barkley e con i salti di Jordan è l'unico esempio che mi viene in mente) e' di una maturita' mentale sconfortante per il resto del globo: in gara6 i Pistons lo hanno triplicato dal momento che e' entrato nel palazzo, una roba che avrebbe mandato in tilt la testa di parecchia gente anche piu' vecchia di lui. All'intervallo questo aveva 5 tiri dal campo, ovvero non aveva forzato niente, ma coinvolto i vari Gibson, Ilga e Gooden, che con i loro punti hanno comunque tenuto in linea di galleggiamento la squadra. Poi la colomba dello Spirito Santo e' scesa sul bimbo Gibson, che segnava ogni volta che guardava il canestro, e Lebron si e' pure permesso il lusso di raggiungere il ventello con un paio di rubate e contropiede (a proposito, non fate fallo sul ragazzo lanciato in contropiede, perche' equivale a prendere a testare il radiatore di uno Scania lanciato in discesa da Fornovo a Pontremoli: lui non si ferma e voi vi fate molto male....). Bravi i Cavs, viva i Cavs.
Un paio di commenti a corollario. 1) Vero che Wallace ha tutto per farsi detestare da chi lo arbitra. Pero' il fallo in attacco su Varejao ad 8 minuti dalla fine sembrava proprio un "adesso vediamo se non ti saltano i nervi". Ovviamente, a buoi scappati, Sheed ha deciso che non valeva piu' la pena deglutire e si e' fatto deliberatamente cacciare, decretando la fine delle ostilita'. 2) Se qualcuno recupera una foto o un filmato con la faccia di Stern durante il quarto d'ora in cui, in diretta mondiale, la strumentazione del tavolo della Quicken Loans Arena ha fatto crack, lo prego di condividerla. Una figura di letame mica male, con il fondato rischio di condizionare tecnicamente la gara.
Ed ora, senza richiesta, un pronostico. No, niente di logico, perche' la logica direbbe Spurs in 6, parata a San Antonio e tutti a casa, tanto piu' che siamo in annata dispari, circostanza cui nessuno dira' apertamente di considerare ma che nello sport (enclave dove la superstizione e' di casa) conta e parecchio.
La speranza del sottoscritto, che gradisce alternanza nei vincitori, e' che i Cavs "rubino" una delle due gare alla AT&T Arena (con Lebron dispensatore di pane cestistico, Ilga, Gooden e soprattutto Varejao che limitano Timoteo e Bimbo Gibson che continua a non rendersi conto di cosa sta facendo), che ne portino via almeno 2 a casa loro, con il medesimo copione, e che Lebron si aggiudichi da solo gara6 con un 50ello di onnipotenza, con Bowen, Finley ed Horry che neanche con la clava lo fermano.
E' uno scenario piu' da sogno che altro, pero' non costa nulla, quindi lo butto lì.
6月5日
05.06.2007. 00:56
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| LeBron James col trofeo della Eastern Conference | ''2007 Eastern Conference Champions''. Questa definizione associata al nome dei Cleveland Cavaliers può suonare strana, considerando la storia passata di una franchigia che appena quattro anni fa vinceva la miseria di 17 partite. Ma col draft successivo a quella disastrosa stagione è iniziata la rinascita, perché la lotteria ha portato in dono la prima scelta assoluta che si è trasformata in LeBron James. ''The Chosen One'', ''LBJ'' o ''King James'', chiamatelo come volete, ma si tratta sempre del giocatore che ha ridato vita alla franchigia e alla squadra, e che adesso ha potuto ricevere il premio per la vittoria dell'est dalle mani dell'ex stella dei Celtics, l'Hall of Famer Bill Russell, che si è raccomandato così: ''Tu rappresenti la Eastern Conference, rendimi orgoglioso''. ''E' un sogno - ha detto il 23 dei Cavs - Forse è il momento più bello della mia vita. Ma non è finita qui''. Attorno a lui, per volere del nuovo proprietario Dan Gilbert, è stata costruito un gruppo ma prima ancora un'organizzazione con uomini preparati e affidabili, in cui - in virtù del ruolo svolto - hanno finito per svettare il g.m. Danny Ferry e il coach Mike Brown, che fanno del lavoro il loro principale punto di forza. Con i necessari ritocchi al roster, annualmente è proseguita anche la crescita in termini di risultati. E in questa stagione è stato raggiunto il picco più alto, anche se il processo di crescita non sembra ancora completato. Dopo una regular season positiva (50-32 per il secondo anno consecutivo) ma non sempre del tutto convincente, durante i playoffs James e soci hanno dato una svolta netta al loro percorso. La conquista della seconda testa di serie ha aiutato ad avere un tabellone più abbordabile, soprattutto al primo turno dove sono stati spazzati via i Wizards orfani di Arenas e Butler. Poi, con qualche difficoltà in più, è stata fermata la corsa dei Nets di un grandissimo Jason Kidd. Ma è stato nella Finale di Conference con Detroit che Cleveland ha offerto al pubblico la sua miglior versione, in termini di concentrazione, coesione, difesa e voglia di vincere, per la gioia di un'intera città da tempo alla ricerca di soddisfazioni sportive (dopo la vittoria della serie, oltre 100 mila persone sono scese nelle strade a festeggiare). E' stata una serie molto intensa e fisica, che non ha fatto mancare falli tecnici ed espulsioni, ma soprattutto una serie dai due volti che ha visto strada facendo l'esplosione di una squadra e l'implosione dell'altra. I Pistons, traditi forse da un eccesso di fiducia nei propri mezzi - un difetto già mostrato durante la regular season - dopo essere saliti sul 2-0, hanno pagato una serie inferiore alle aspettative del loro leader Chauncey Billups ( ''E' una delusione - ha detto - mi dispiace anche per i compagni aver finito così la stagione dopo una grande regular season''), le difficoltà offensive di un Tayshaun Prince sfiancato dal lavoro in difesa su James e la minor solidità difensiva garantita da Webber rispetto al Ben Wallace dell'anno passato. Il migliore è stato Richard Hamilton, mentre Rasheed Wallace ha alternato sprazzi da campione, come il canestro che ha deciso gara2, ad enormi stupidaggini, vedi il doppio tecnico che gli è costato l'espulsione nel 4° periodo di gara6, ovvero il colpo di grazia per una squadra già in grossa difficoltà. Dalla panchina è arrivato poco soprattutto dai cambi degli esterni, mentre Maxiell ha offerto segnali incoraggianti in prospettiva futura e McDyess ha ricordato di essere ancora un buon giocatore, ma il giudizio su di lui finisce per essere condizionato in negativo dal fallo antisportivo di tipo 2 su Varejao, che gli è costato il rientro anticipato negli spogliatoi durante gara5. E ora, con Saunders che - dopo due eliminazioni in fila alla Finale di Conference - non riscuote più così tanti consensi, Webber e soprattutto Billups che diventano free agent, secondo qualcuno questo ciclo di Detroit potrebbe essere arrivato al capolinea. Sarà vero? Difficile da credere, molto dipende dalla (probabile) conferma di Billups, in ogni caso la risposta ci arriverà nei prossimi mesi. Forse, come ha detto Steve Kerr che si appresta a diventare general manager dei Phoenix Suns, il momento chiave è stato il finale di gara2 quando i Cavaliers, alle proteste sul campo per il mancato fischio a favore di James, hanno fatto seguire - spinti dall'impeccabile Danny Ferry e dal suo assistente Lance Blanks - dichiarazioni di tutt'altro genere, tipo ''non siamo una squadra che cerca delle scuse''. Non trovando nelle scelte arbitrali un rifugio, una giustificazione per la sconfitta, i Cavs non hanno dato spazio alle debolezze, ma hanno rinforzato la loro voglia di impegnarsi, di lottare, di aumentare il loro rendimento, sia come singoli che come squadra. E nella prima partita sul campo di casa i risultati si sono visti, Cleveland ha giocato con la maturità della grande squadra mentre i Pistons inaspettatamente hanno smarrito la loro lucidità, perdendo troppo tempo ed energie a protestare con gli arbitri ma anche tra loro. Però nella memoria rimarrà soprattutto la quinta partita, come quella che ha cambiato l'equilibrio della serie, destino delle gare dispari, ma soprattutto per aver fatto da cornice all'epica prestazione di LeBron James. Qualcuno aveva avuto il coraggio di giudicare insoddisfacente la sua gestione dei finali di gara1, quando ha costruito una tripla con metri di spazio a Marshall che però l'ha sbagliata, e gara2, quando invece si è messo in proprio ma non si è fidato dell'arresto-e-tiro ed è finito troppo addosso alla difesa avversaria (ma vogliamo parlare del fallo di Hamilton?), allora LBJ ha scelto il modo migliore per far rimangiare le parole agli critici. Impressionante, sontuosa, stratosferica e ''jordanesca'', gli aggettivi potrebbero continuare ma non basterebbero per descrivere davvero la prova di LeBron e dare l'idea di quanto ha fatto sul parquet un fenomeno capace di portare i suoi al successo in trasferta, segnando gli ultimi 25 punti di squadra e 29 degli ultimi 30, prima di finire a quota 48. Un autentico show iniziato nel 4° periodo e proseguito nei due supplementari, con i lampi di due clamorose schiacciate in entrata nell'ultimo minuto dei regolamentari a cui si sono aggiunte escursioni in post basso, conclusioni dalla media e difficili tiri da fuori che hanno fatto saltare il piano difensivo di Saunders, tutto fino alla penetrazione decisiva con appoggio in controtempo che ha siglato il 109-107 finale. In gara6, James ha pagato lo sforzo precedente e la scelta di Detroit di raddoppiarlo - e talvolta triplicarlo - ad ogni possesso, ma è andato con continuità a rimbalzo (14), si è impegnato in difesa ed ha smarcato i compagni con buonissima efficacia (8 assist), poi in attacco non ha forzato quasi nulla, preferendo, piuttosto che accontentarsi del tiro da lontano, prendere meno iniziative ma scegliendo quelle migliori, almeno per portare a casa dei falli. Dalla lunetta ha così costruito gran parte del suo bottino, ma ha anche contribuito a costruire quello di Daniel Gibson, la sorpresa più grande di questi playoffs. La seconda scelta da Texas, che ha ripagato la fiducia di LeBron con cui è già nata un'ottima intesa, è stata fondamentale in gara5 e in particolare in gara6 per l'intensità che ha messo in campo e la capacità di impegnare sempre la difesa avversaria, col tiro da fuori (tre triple nei primi 2'16'' del 4° quarto) e la rapidità nella partenza in palleggio, incorniciata in una prova da 31 punti. ''Se sto sognando, per favore non svegliatemi'' ha commentato nel dopo-gara, in uno stato di assoluta euforia. ''E' un tiratore e un realizzatore - ha detto di lui coach Brown - Se lo lasciano da solo, agli avversari conviene guardare da un'altra parte perché lui la mette da tre''. Cleveland è una città che non celebra un titolo nello sport professionistico americano addirittura dal lontano 1964 quando i Browns si imposero nella NFL. In seguito persero tre finali della AFC con i Denver Broncos, mentre gli Indians del baseball non si impongono alle World Series dal 1948. Ma adesso con i Cavaliers, che sono diventati la terza squadra NBA a recuperare da 0-2 in una Finale di Conference (dopo i Baltimore Bullets del 1971 e i Chicago Bulls del 1993), possono provare a trasformare il sogno in realtà. Di fronte ci sarà San Antonio, un'organizzazione più collaudata, abituata a stare ad alti livelli e una squadra più forte, ma anche l'ambiente che ha ''formato'' Danny Ferry e Mike Brown, che hanno cercato di riproporre a Cleveland proprio il sistema- Spurs. Dunque Gregg Popovich avrà ben pochi segreti per i Cavs, ma potrà contare su un gruppo solido capeggiato dal tris d'assi Duncan- Ginobili- Parker, che fa pendere la bilancia del pronostico dalla sua parte. Attenzione però, perché le partite bisogna giocarle e con LeBron James non si può dare nulla per scontato. | 6月3日
03.06.2007. 07:08
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| Serata della vita per Daniel Gibson | Gara-6: Cleveland - Detroit 98-82 (Cleveland vince la serie 4-2) Daniel Gibson è un rookie; è stato scelto al numero 46 in uno dei draft più deboli della storia NBA; non ha la taglia fisica per giocare meglio di una comparsa nella NBA; non ha la durezza mentale e il talento tecnico per essere utile nei playoff; dopo un interessante carriera a Texas e averci provato con l'NBA, l'Europa è pronta ad accoglierlo in caso (probabile) di fallimento. Quante volte Boobie - questo è il suo soprannome - avrà sentito (e subito rimosso, ci scommettiamo) tutte queste perplessità sul suo conto. Eppure è lui a trasformarsi in una delle versioni più brillanti di Lebron James, mettersi sulle spalle ossute tutta Cleveland e trasportarla di peso durante gli ultimi metri del percorso che consegna ai Cavaliers la prima Finale NBA della storia della franchigia. Ne nasce una prestazione da 31 punti (ovvio record carriera), 5/5 da tre, 12/15 ai liberi, e tanta, tanta confidence, fiducia in se stesso. E dire che i Pistons alzano il livello di intensità della loro pallacanestro abituale sin dalla palla a due, conscia che altrimenti l'eliminazione sarebbe più che probabile: ma la verità è che i Cavs sono pronti, mentalmente ancor prima che fisicamente. Nonostante il trio Wallace-Webber-Billups zittisca il pubblico della Quicken Loans Arena con un 6-0 rapido, Cleveland risponde presente, e lo fa grazie ai protagonisti meno attesi, ma ormai maturi e pronti a scortare il loro leader più luminoso nel palcoscenico più importante del basket mondiale. Oltre allo scudiero di lusso Gibson, infatti, ci sono gli isolati canestri di una partita apatica di Sasha Pavlovic, i centimetri e le mani morbide di un commovente Zydrunas Illgauskas, i tiri pesanti di Larry Hughes (2/2 da tre iniziale come in gara-5), la fiducia crescente di Drew Gooden. E Lebron? Un mix di motivi lo lascia ai margini (apparenti) della partita. James è visibilmente provato dall'impresa storica di due giorni fa, tira due volte nel primo tempo, ma è presente a rimbalzo e smista assist ai compagni di squadra, mai così presenti al suo fianco. Detroit inoltre decide di raddoppiarlo costantemente, a costo di farsi battere dalla presunta mediocrità del cast di supporto: lui peraltro è bravo a buttarsi in area e conquistare falli e tiri liberi (14/19 alla fine dalla lunetta) Prima di una sospensione di 21 minuti tra primo e secondo quarto dovuta ad un guasto del cronometro dei 24'', la partita è di altissimo livello, c'è grande intensità, in attacco le squadre sono ispirate anche se leggermente confusionarie. La ciliegina sulla torta è rappresentata da qualche accenno di rissa, i cui protagonisti sono Varejao e Pavlovic da una parte e Webber e il solitamente pacato Hamilton dall'altra. Al rientro in campo, il ritmo si affievolisce non poco, favorendo il ritorno di Detroit. Cleveland raggiunge il +9 (30-21) all'alba del secondo periodo, ma pian piano sente la pressione delle fauci della difesa Pistons. Nasce da qui la rimonta firmata da un Rip Hamilton ispiratissimo (16 punti all'intervallo lungo). Il primo punto di James arriva su tiro libero (fallo tecnico) a 3'30'' dal riposo, il primo tentativo a canestro poco dopo. L'attività di Anderson Varejao è imponente: l'adrenalina del centro brasiliano è come al solito superiore a quella dei diretti avversari, costringendo Saunders a tentare la carta disperata con il disastroso Nazr Mohammed per allargare la rotazione del suo reparto lunghi e preservare Rasheed e Webber da falli prematuri. Il 48-48 al 24' è lo specchio di un equilibrio all'interno della serie difficilmente scalfibile. La panchina dei padroni di casa produce 14 punti d'oro per l'economia del match, specie vedendo la limitata produzione di Lebron. Dopo un terzo quarto di pura transizione, in cui James prova a mettersi in partita segnando un paio di appoggi a canestro gasando se stesso e il pubblico, la svolta arriva nel quarto periodo: Daniel Gibson esordisce con due triple micidiali per il 73-67; Lebron estende il parziale col fallo e canestro del +9 (76-67) a 10'33'' dalla fine; ancora una bomba di Gibson rende lo strappo qualcosa di faticosamente colmabile (79-67). Dopo il canestro di un orgoglioso Hamilton per il -10, Rasheed Wallace cede ai nervi e al diabolico Varejao, che stravince il duello psicologico e fa perdere completamente la testa al rivale: 'Sheed prima commette fallo di sfondamento, poi ferma platealmente una penetrazione di James, in seguito vomita addosso agli arbitri la propria frustrazione. Doppio tecnico ed espulsione: la gara per i Pistons - e con essa la stagione - finisce qui. L'uscita di Wallace disunisce la difesa di Detroit e apre la strada alla totale rinuncia psicologica alla gara, inaugurando il trionfo di Cleveland con 7'44'' di anticipo. Mentre Chauncey Billups finisce a testa bassa una partita (l'ultima da Piston?) di livello inaccettabile per lui (9 punti e un solo assist all'attivo), Gibson fa in tempo a segnare un'altra tripla, oltre ad un canestro in entrata. Intanto Lebron è in affanno e continua a litigare con la sua serata infausta al tiro. Un paradosso dolcissimo per coach Mike Brown e tutti i tifosi dei Cavs. Il sipario delle Finals può finalmente alzarsi: dopo tante insoddisfazioni, Cleveland è finalmente una città in festa. Statistiche: Cleveland: Gibson 31 (5/5 da tre), James 20 (14 rim., 8 ass.), Illgauskas 11 (12 rim.), Hughes 9, Pavlovic 8, Gooden 7, Varejao 7, Marshall 3, Jones 2. Detroit: Hamilton 29, Webber 13 (6 rim.), Wallace 11, Billups 9 (1 ass.), McDyess 7, Prince 5, Murray 4, Hunter 4. | 6月1日
01.06.2007. 08:24
LeBron James entra nella storia dei playoff e con i suoi 48 punti trascina i Cavs alla terza vittoria consecutiva nella finale della Eastern Conference, violando il Palace di Auburn Hills dopo due tempi supplementari. A Cleveland ora basterà aggiudicarsi gara 6, in programma sabato alla Quicken Loans Arena, per poter sfidare gli Spurs nelle Finals. Detroit, dal canto suo, si ritrova nella stessa situazione di dodici mesi fa, quando dopo aver vinto le prime due gare si era ritrovata sotto 3-2 per poi spuntarla solo in gara 7. LA PARTITA. Gara 5 è il più classico degli one man show. Il numero 23 ospite aggiunge ai 48 punti (con 18/33 al tiro) 9 rimbalzi e 7 assist; ma il dato più impressionante è che LeBron ha realizzato 29 degli ultimi 30 punti della sua squadra. Ovvero a partire dal quarantacinquesimo minuto fino alla fine della partita nessun altro giocatore dei Cavs ha segnato canestri dal campo. Eppure l’inizio della gara è stato favorevole ai padroni di casa con un ispiratissimo Wallace, 8 punti nei primi 8 minuti, a guidare i suoi fino al + 6. A tenere in partita Cleveland ci pensa Hughes, anche lui autore di 8 punti, che però da quel momento in poi non troverà più la via del canestro dal campo (chiuderà con 9 punti). Il primo quarto si chiude sul 29-23 per i Pistons. Nel secondo quarto Detroit prova ad aumentare il vantaggio, arrivando fino al + 8 (37-29) grazie a 8 punti di Webber (saranno 20 per lui alla fine). A ricucire lo strappo ci pensano Ilgauskas con 7 punti (16 e 8 rimbalzi il su fatturato a fine gara) e Gibson con 6 (11 al termine per lui). Il primo tempo di James, chiuso con 13 punti, non lascia presagire quello che sarà il secondo tempo. Si va all’intervallo con Detroit avanti 52-51. L’inizio del secondo tempo vede scatenarsi Prince, che con 8 punti consecutivi riporta i suoi sul + 7 (63-56). Da quel momento in poi, però, l’attacco dei padroni di casa si blocca. Cinque errori consecutivi permettono agli ospiti di riportarsi in parità a quota 65. Situazione di equilibrio che dura fino alla fine del terzo quarto che si chiude sul 70 pari. E James è “solo” a quota 19… A metà del quarto periodo Detroit prova l’allungo decisivo e a tre minuti dal termine, sull’88-81 Pistons, la gara sembra decisa. Da qui invece inizia lo show del numero 23, che realizza 10 punti negli ultimi tre minuti, compreso il canestro del 91-91 che manda la gara ai supplementari.
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| Prince si arrende a James | Nel primo supplementare LeBron mette insieme altri 9 punti, sbagliando però, sul + 2 Cleveland a trenta secondi dal termine, il tiro che poteva chiudere la gara. Billups (autore di 21 punti e 7 rimbalzi) ringrazia e con due liberi manda la partita al secondo supplementare sul 100-100. A un minuto dal termine del secondo supplementare, sul 107-107, la mano trema a Hamilton (26 punti per lui), Varejao e Wallace ma non a James, che a due secondi dal termine penetra e con un layup dà il 3-2 ai suoi. Il finale è 109-107 Cleveland. SPOGLIATOI. A fine gara James non si mostra per niente stupito della sua grande partita: “Non mi stupisco di certo. Ero determinato ad attaccare sempre e battere una pur ottima difesa”. Chi sembra davvero stupito è coach Brown: “ Quando a fine partita mi hanno detto che LeBron aveva realizzato 29 dei nostri ultimi 30 punti non riuscivo a crederci. E' incredibile”. Dall’altra parte coach Saunders non può che ammettere lo strapotere del numero 23: “Stasera i raddoppi su di lui non hanno funzionato perché ha attaccato molto più spesso il canestro rispetto alle gare precedenti. Dovremo inventarci qualcosa di diverso per gara 6”. La serie torna ora a Cleveland, dove i Cavs avranno il primo match point. L’impressione è che James e compagni dovranno approfittare del possibile contraccolpo psicologico che si abbatterà dopo questa gara 5 sui Pistons, senza farsi trascinare, come dodici mesi fa, in una gara 7 dove l’esperienza di Detroit potrebbe tornare a fare la differenza. |
E' fatta: per il quinto anno consecutivo il CSKA Mosca, club più prestigioso e titolato di Russia, conquista la SuperLeague, battendo in tre soli match l'avversario che quest'anno le inferì una severa lezione in regular season, l'Unics Kazan. E' il trionfo di grandi giocatori come Papaloukas, il miglior europeo; Smodis, straordinario pivot ''anomalo''; Savrasenko, egregio difensore (ha praticamente annullato Papadopoulos e, in parte, i Lavrinovic durante tutto la stagione); Langdon, devastante cecchino; Andersen, bravissimo a recuperare dopo il grave infortunio dell'anno scorso; ma il merito è di tutti, anche di chi (Holden) ha giocato maluccio i playoff, e di chi al contrario (Ponkrashov) ha aumentato i giri del proprio motore con eccellente efficienza. Una parola particolare merita il coach Messina: bravissimo come al solito a ''tenere'' il gruppo, anche dopo la sfortunata (ma comunque ottima) esibizione all'OAKA Arena per le F4 di Euroleague che avrebbe potuto rappresentare un trauma non da poco per Papaloukas e co. . Unics Kazan - CSKA Mosca 71 - 78 Il tutto esaurito che fa registrare la Basket-Kholl di Kazan mette il turbo agli uomini di Sireika che, stimolati da D. Lavrinovic (15p, 6r) e Stevenson (12), giocano un gran primo quarto (27-20). Il CSKA non si lascia intimorire dalla partenza a razzo dei beniamini di casa e, con la premiata coppia Papaloukas (9p, 6r, 4as)- Smodis (17p, 6r, ben 10 fs) ribalta il punteggio (29-30 al 14'); le triple di Langdon fanno un gran male alla difesa dell'Unics, ma ci pensano Holden (1/5 da tre, 4p) e lo stesso Smodis (1/6 dai 6.25) a fare da contrappeso agli scossoni provocati dall'assassino dell'Alaska.
Alla pausa lunga il tabellone recita 42-44 per il CSKA. Il terzo parziale si vive in perenne equilibrio, con K. Lavrinovic (20) e McCollough (10p, 4r, 6as) protagonisti da una parte, Langdon (19p, con 4/9 da tre) e il perfetto Andersen (15p e 6r in appena 14') dall'altra. E' Papaloukas a siglare sulla terza sirena il minimo vantaggio per il CSKA (58-60) col quale si apre la quarta, e ultima, frazione del campionato; l'Armata cala la saracinesca e per l'Unics segnare diventa un'impresa: il break di 6-13 firmato Pashutin (4p e 9r in ben 33' di impiego)- Smodis- Papaloukas, è letale per l'Unics e consegna ai vice-campioni d'Europa il 37° titolo della sua straordinaria storia.
Archiviato il successo in campionato, è tempo di bilanci in casa CSKA. La delusione per non aver conquistato il bis in Eurolega è tanta, ma aver vinto il campionato russo più competitivo degli ultimi anni, nonchè la coppa nazionale (sempre a spese dell'Unics), rende la stagione assolutamente positiva. Sfumato Batiste, il mercato regala Nikolaos Zisis, che formerà assieme a Papaloukas (sempre che quest'ultimo non decida di tentare l'avventura in NBA) una strepitosa coppia di registi. Il punto interrogativo più grande è rappresentato da coach Messina: le richieste dalla NBA non mancherebbero, ma l'ex-Virtus ha ancora un anno di contratto con il CSKA. | 5月31日
Saranno una squadra sporca, saranno una squadra noiosa e forse anche sulla via del tramonto, ma questi Spurs non ne vogliono sapere di abdicare. Dopo aver espugnato Salt Lake City in gara4, i ragazzi di Gregg Popovich travolgono infatti i Jazz in gara5, chiudendo immediatamente la serie e conquistando la terza finale negli ultimi cinque anni, la quarta negli ultimi nove (senza mai fallire l'obiettivo finale) tenendo più che mai viva la propria dinastia. La partita ha poca storia, subito dominata da Tim Duncan (21 punti e 7 rimbalzi) e Tony Parker (21 e 5 assist) sul fronte offensivo. Il team di Jerry Sloan, con Deron Williams (11) scavigliato e Derek Fisher (2) assente per un tempo a causa di un'altra operazione subita dalla figlia, non riesce ad opporsi al parziale di 14-0 con cui i texani prendono il largo, chiudendo il primo quarto sul 34-15 senza più guardarsi indietro.
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| Delusione sulla panchina dei Jazz | Andrei Kirilenko (13) e Matt Harpring (11) provano a dare qualcosa alla propria causa, ma un impreciso Carlos Boozer (9, 12 rim e 4 ass ma 3/10 al tiro) ed un opaco Mehmet Okur (8) non li assistono a dovere, e, nella rassegnazione generale, i Jazz stanno a guardare il tripudio dell'AT&T Center, nel quale trovano fortuna diversi neroargento (tutti a referto tranne Horry), tanto che Manu Ginobili (12) e compagni possono risparmiare preziose energie per la finale (nessuno supera i 30' sul parquet). Alla fine, il tabellone segnapunti riporta un netto 109-84, che vale agli ''Speroni'' l'ennesimo titolo di Conference ed il biglietto per la finale contro Pistons o Cavs, mentre per i Jazz termina una stagione comunque ampiamente oltre le aspettative, iniziata con la grande partenza in regular season e terminata con un'eccellente cavalcata nei playoffs, mietendo vittime quali Houston e Golden State. ''Non c'è mai un lieto fine se non vai fino in fondo'', ha affermato a fine partita un'abbattuto coach Sloan, in controtendenza con l'opinione generale ma in linea con la mentalità di un allenatore sconfitto. ''Finisci la stagione da perdente, e non è mai bello. Vorresti tornare qui e riprovarci''. E l'impressione è che, anche se stavolta sono gli Spurs a festeggiare, D-Will e compagni abbiano tutte le carte in regola per riprovarci in futuro, già a partire dalla prossima stagione. | 5月29日
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Ranieri: “E adesso mi gusto la classifica…”
(27 maggio) – “Mantenere il Parma in Serie A è stato qualcosa di eccezionale – dice Claudio Ranieri dopo Parma-Empoli 3-1 – per la prima volta mi sono fatto consegnare la classifica proprio perché me la voglio gustare. Me la guarderò con tranquillità questa sera: fa un certo effetto, ma ancora più effetto mi ha fatto aver visto come questi ragazzi hanno giocato e come si sono impegnati, o il Presidente, tutta la sua famiglia e Medeghini. Al di là della salvezza del Parma era importante che una Società giovane, con un Presidente giovane, avesse la possibilità di continuare in Serie A, perché dopo un esborso notevole di soldi, retrocedere sarebbe stato veramente un colpo al cuore. Io sono contento soprattutto per lui e per la sua famiglia: dopo tutto quello che ha investito adesso può prendere la nave e condurla per i mari giusti. Di questa esperienza mi rimane la fiducia che questi ragazzi hanno riposto nella loro guida. Io non so quale sarà il mio futuro: col Presidente ci siamo ripromessi di parlarne giovedì, ma nessuno, in questo momento, può dire di avere in mano un contratto firmato da Ranieri.”
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Ghirardi: “Scommessa vinta”
(27 maggio) – “Quando avevamo fatto questa grossa scommessa – dice il Presidente Tommaso Ghirardi, dopo la vittoria del Parma sull’Empoli, che ha sancito la permanenza nella massima serie dei crociati, anche per la prossima stagione – sapevamo del calore del pubblico e del valore della squadra, per cui io, Angelo Medeghini e l’Avvocato Guareschi ci siamo cimentati in questa impresa, però vorrei che si sapesse che se io ho comprato il Parma un grosso merito va anche al Dottor Bondi, che non solo mi ha convinto, ma mi ha fatto capire che si poteva fare un’impresa di sport, senza sobbarcarsi di problemi finanziari o di problematiche economiche che nulla hanno a che fare con il calcio. Oggi Bondi era allo Stadio: l’ho invitato io, lui è venuto in mezzo in campo e credo che chi lo ha criticato abbia sbagliato, perché lui ha fatto tanto per il Parma. Se oggi c’è ancora il Parma è anche merito suo.”
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Muslimovic: “Un’impresa da non credere”
(27 maggio) – “Una giornata splendida – dice Zlatan Muslimovic, dopo Parma-Empoli 3-1 – che aspettavamo da tempo: siamo riusciti a fare una cosa che pochi riescono a fare e in cui pochi credevano. Noi, grazie a tutti i ragazzi che hanno creduto nel lavoro, nella Società e nel mister, siamo riusciti a fare un’impresa impressionante da non credere. Negli spogliatoi sta succedendo di tutto: io sono scappato perché tra poco devo partire per la Nazionale, dato che domani alle 11 devo essere pronto. Mi dispiace di non poter partecipare alla festa, perché dopo un anno molto duro e difficile ce l’abbiamo fatta e ce la siamo davvero meritata.”
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Bucci: “Finale Splendido” Budan: “Fatto il miracolo”
(27 maggio) – “È andata bene – dice Luca Bucci, dopo Parma-Empoli 3-1 – abbiamo fatto la partita giusta, avevamo più motivazioni di loro e il contrario sarebbe stato strano: insieme all’equilibrio, che ci ha accompagnati per tutta la partita, abbiamo raggiunto questo risultato e abbiamo meritato di vincere, finendo il campionato in una maniera splendida, dopo tante sofferenze.” “Adesso c’è la partita della Società – dice Igor Budan – Noi abbiamo fatto il nostro: sinceramente ancora non ci credo, ma adesso bisogna festeggiare perché abbiamo fatto il miracolo. Sembrava davvero impossibile, ma da squadra siamo riusciti a recuperare.Negli ultimi tre mesi abbiamo avuto un cammino da Europa: ci siamo uniti, ci siamo riusciti e questo è il risultato. Ci siamo salvati all’ultima giornata, giocando: penso che abbiamo meritato al massimo questa salvezza. Quando Ranieri è arrivato ci ha detto subito che credeva che ci potessimo salvare e ci ha trasmesso questa fiducia e questa positività e noi ci siamo riusciti.” | 5月27日 Basta un punto per il sogno: ne arrivano addirittura tre, conditi da una prestazione eccezionale, con Budan e Giuseppe Rossi su tutti. Il Parma raggiunge quella salvezza che ad un certo punto della stagione era considerata pura utopia. Il merito? Di un gruppo, certo, di un ambiente, sicuro, ma anche di un signore della panchina, qual è Mister Ranieri, che bagna con lacrime (di addio?) il miracolo compiuto.
DUE NOVITA' - Rispetto alle formazioni della vigilia, Ranieri si affida a Paci in difesa al posto del preannunciato Contini; confermato il tridente offensivo Muslimovic-Rossi-Budan. Nell'undici di partenza dell'Empoli, invece, assente Pozzi, al suo posto Matteini: il modulo diventa il 4-2-3-1, con Vannucchi trequartista e Saudati unica punta, Buscé e Matteini coprono le fasce; Marianini sostituisce l'infortunato Almiron a centrocampo.
SPEEDY PARMA- Il croato Igor Budan fa presto a fugare ogni dubbio in merito alla regolarità della gara: chi si aspettava 90' di melina, dopo due minuti balza sulla sedia per il fendente dal limite dell'attaccante parmense che si infrange sulla traversa. Ancora qualche giro di orologio e i padroni di casa vanno subito in vantaggio: il merito è in gran parte di Rossi che, caparbiamente, ruba il pallone a Raggi e serve Muslimovic, il bosniaco tira fuori tutta la sua freddezza, fa sedere Vanigli, e a giro trova l'angolino che fa impazzire di gioia il Tardini. Al 16', poi, passano addirittura i titoli di coda: Parravicini lancia Budan in campo aperto (dopo un'altra palla rubata a centrocampo), il croato non si fa pregare e sigla il 16° centro di una stagione semplicemente immensa.
L'ORGOGLIO DI CAGNI - Il tecnico dell'Empoli, che ha ancora nelle orecchie le polemiche dopo il pari di domenica scorsa contro la Reggina, non ci sta e a bordo campo diventa una furia. Ne fa le spese Matteini, che prima della mezzora è chiamato in panchina per far posto a Pozzi. Il destino dà ragione a Cagni, visto che subito dopo il cambio l'Empoli accorcia le distanze con Saudati (bello il tocco sottoporta al volo che lascia di sasso Bucci). I toscani non si accontentano e ci provano fino al 90', anche se con scarsa pericolosità. Neanche l'ingresso del centrocampista Eder per il difensore Marzoratti regala lo sprint finale agli undici di Cagni. Così, prima del 90', Gasbarroni, entrato all'intervallo per Rossi, trova l'incrocio a giro per un altro gol spettacolare. Dissolte le ultime nubi, Parma festeggia la meritata salvezza.
IL VOLO DI RANIERI - "Il nostro mestiere è un lancio col paradute, solo che talvolta non si apre", così Ranieri aveva commentato l'esonero di Deschamps. A volte, però, è proprio il mister il paracadute di una squadra: l'esperienza di questo Parma lo dimostra. Giunto al capezzale degli emiliani, Ranieri li ha fatti praticamente resuscitare. Ora, forse, dirà addio, ma siamo certi che dai tifosi parmensi riceverà solo grazie. 5月4日
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| Davis esulta, i Warriors scrivono la storia della NBA | Alla fine, il più incredibile degli upset del primo turno di playoffs è divenuto realtà: Golden State, fanalino di coda delle otto qualificate della Western Conference, ha superato per 4-2 la testa di serie (è la prima volta da quando il primo turno si gioca al meglio delle 7, la terza di sempre) e vicecampione in carica Dallas, battendola anche in gara6 con un netto 111-86. Mattatori della gara, come al solito, Baron Davis (20 punti, 10 rimbalzi e 6 assist) e Stephen Jackson (33), ma il vero MVP dei Warriors è stato un'irriconoscibile Dirk Nowitzki (8 e 10 rim ma 2/13 dal campo), bloccato ancora una volta dalla difesa e dalla paura dell'eliminazione. Un timore che si è presto concretizzato, gettando ancora una volta i Mavs nello sconforto.
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| Il mare giallo della Oracle Arena festeggia | L'equilibrio regnato fino a metà gara grazie agli sforzi di Josh Howard (20 e 6 rim), Jerry Stackhouse (20) e Jason Terry (13) sembra poter crollare nella ripresa, con Davis costretto a giocare sul dolore di un infortunio al polpaccio. Ed in effetti l'equilibrio viene a mancare, ma sono i padroni di casa che, con un sorprendente parziale di 24-3 propiziato dai canestri di Jackson, Matt Barnes (16, 11 rim e 7 ass), Jason Richardson (15 e 4 ass) e Mickael Pietrus (8 e 8 rim), scappano definitivamente lasciando in totale confusione tecnica e psicologica una squadra, quella di Avery Johnson, che mai avrebbe pensato di vivere qualcosa di simile al primo turno. L'ultimo baluardo dei texani è come sempre Devin Harris (13 e 9 ass), ma il Barone e C. continuano a colpire, sostenuti da un'Oracle Arena impazzita ed da un Andris Biedrins (12, 12 rim e 3 stoppate) estremamente solido. Per Dallas arriva così il temuto epilogo, il peggiore che potesse capitarle dopo la batosta mentale della scorsa finale. I Warriors di Don Nelson, invece, vanno avanti nello stupore generale, ed ora, con le due finaliste della scorsa stagione (e massime candidate al titolo) fuori dai giochi, si prospettano scenari molto interessanti in entrambe le conference. Soprattutto con la mina vagante Golden State che ora non può e non deve porsi più limiti. | 4月23日 Già, in America la chiamano così: “ la maledizione del bambino”, e nello sport professionistico americano è temuta come il peggiore dei flagelli perché, se ti colpisce, notoriamente non ti molla più per un bel po’ di anni domini. Tutto cominciò nel lontano anno domini 1919, anche se in questo caso “anno di grazia o del Signore” sembra davvero un termine di cattivo gusto: da un anno si era conclusa la Prima Guerra mondiale, e le conseguenze disastrose della Grande Guerra facevano respirare in tutto il mondo un clima e un’ atmosfera drammatica e soffocante. Come spesso accade, lo sport in questi casi può essere una parziale via d’ uscita o di salvezza, o anche più semplicemente, come lo chiamava Pascal, un prezioso divertissement: e, ad inizio secolo, con il basket ancora in fieri, la distrazione sportiva per eccellenza in America era il baseball. Un nome su tutti: Babe Ruth, uno dei più grandi battitori nella storia delle Major league, e che sempre nel 1919 (anno di trionfo…) aveva stabilito, con una certa autorità, il record di home run, in una singola stagione, per i Boston Red Sox. Il nome di Babe Ruth è uno di quelli che danno un senso al concetto di “leggenda, mito”: a quasi un secolo di distanza, è un nome ancora vivo nella coscienza collettiva americana poiché “il bambino” era non solo straordinario in campo, ma fu anche uno dei primissimi atleti a sfruttare la sua popolarità anche nella vita mondana. Insomma, una sorta di David Bechkam “ante-litteram”, solo che, in campo, il Babe, la differenza, la faceva per davvero.. Peccato che nello stesso anno (1919, anno di maledizione..), il proprietario dei Red Sox, Harry Frazee, doveva accumulare consistenti presidenti spirati per finanziare la costruzione del musical di Broadway “No, No Nanette”: per far questo decise, con un’autentica magata, di vendere il “Bambino” agli Yankees di New York. Da quel momento i Red Sox non vinceranno mai più un titolo mentre gli Yankees, spesso e volentieri, scriveranno pagine importanti di baseball. Nasce in questo anno “la maledizione del bambino”, ovvero quella secondo la quale una mossa di mercato sbagliata ti condiziona per gli anni futuri. Maledizione che comunque nella storia dello sport americano continua a mietere vittime. Maledizione, parte 2: 1976, Buffalo Braves, Bob McADoo. Il proprietario Y. Brown, in quell’anno (anche qui, niente grazia o Signore Onnipotente..), decide di vendere Bob McADoo (M.V.P l’anno precedente, ’75) ai Knicks. Lo spettro del “Bambino” ritorna puntuale come la tassazione: per i Braves arrivano disastri su disastri, e la sfortuna sembra non abbandonarli più. Oddio, in alcuni casi la Dea bendata avrebbe anche accarezzato (soprattutto ai draft) le gote dei Braves: negli anni successivi scelsero prima Adrian Dantley poi Tiny Archibald. I due tutt’altro che malaccio (il secondo in particolare nella stagione ’72-‘73 fu addirittura, contemporaneamente, leader NBA per punti segnati e assist) vennero tuttavia scambiati per ragioni talmente oscure che, al confronto, le logiche costruttive delle Piramidi sembrano acqua fresca. Lo stesso proprietario Brown venderà in seguito i suoi Braves per meno della metà (!!!) del prezzo di acquisto: i Braves in seguito si trasformeranno in San Diego Clippers mentre Archibald, che pur essendo stato scelto dai Braves non giocherà con loro un singolo minuto, verrà spedito a Boston dove diventerà una della migliori point-guard all time. Ma mica ci si ferma qui. Maledizione, parte 3: San Francisco, Golden State Warriors, anno di (dis)grazia, 1994-95. I Warriors hanno concluso la stagione precedente (’93-’94) con 50w ma sono stati eliminati nel play-off dai Suns per 3-0: al di là del cappotto, elettrizzante comunque gara-3 giocata a San Francisco dove i Warriors perdono in overtime 140-133 in cui Sir Charles Barkley ne impallina 56 sulla faccia di Webber tanto per far capire al pupo (comunque rookie of the year) che il “The move” della gara di stagione regolare (palla passata dietro alla schiena e schiacciata in faccia a Barkley) è stato gradito fino ad un certo punto. Anno successivo (’94-’95): è arrivato in maglia gialloblu anche Rony Seikaly, il centro tanto atteso che mancava alla squadra e la copertina di Sport Illustrated spinge gli Warriors in vetta alla Western Conference. Non bastava il “bambino”, ora infierisce anche un’ altra maledizione, quella della rivista Sport Illustrated. Dice in America: “se vieni battezzato da Sport Illustrated, è meglio fare gli scongiuri..”. Un nota pubblicità di gelati di alcuni ani fa: “two maledizioni is meglio ke one!”.. Raccontatelo a quelli della Baia: Webber comincia a protestare con coach Nelson per il suo utilizzo da centro, e insieme a Sprewell, si lamenta con la dirigenza perché a Miami, in cambio di Seikaly, è stato spedito il loro amico fraterno Billy Owens. Risultato: “The Web” sfrutta una clausola che gli permette di diventare unrestricted free agent e viene così spedito a Washington in cambio di Tom Gugliotta. I Warriors si sfaldano letteralmente, finiscono l’annata con 26w e da quel momento, per dodici anni, rimarranno fuori dai play-off: da squadra pronta ad esplodere si trasformeranno in autentica barzelletta della lega. Il tutto con la gentile compartecipazione del “bambino” che intanto se la gode.. Strana la vita: spesso imprevedibile, con continue sorprese dietro l’angolo, dove sostanzialmente non si finisce mai di imparare e che, per questo, fanno sentire l’uomo un perenne bambino ingenuo e sprovveduto. Tuttavia a volte sa anche essere ripetitiva, monotona, sa ritornare su sé stessa per riproporre dejà vu visti e vissuti. D’altra però, è per questo che si studia la storia: proprio per l’imprevedibilità della vita, conoscere il passato diventa un’ esigenza fondamentale poiché gli eventi del passato possono diventare le certezze del presente. Questo, in sostanza, il ragionamento che deve essere passato, più o meno inconsciamente, per la testa del Mullin, desideroso di porre fine a dodici anni di delusioni e frustrazioni. Parola fine quindi agli (improbabili) esperimenti degli ultimi anni in fatto di coach, per giocarsi una carta a metà tra la certezza del passato e la disperazione del presente: Don Nelson ovvero l’ultimo allenatore che abbia avuto il privilegio di guidare i Warriors in una gara di post-season. E uno degli aspetti che rendono il Nellie uno degli allenatori più gloriosi della lega (oltre al numero di vittorie, of corse) è proprio la sua insospettabile capacità di rianimare le franchigie date per morte: sul finire degli anni Settanta (’76-’77) permise ai Bucks, caduti in disgrazia dopo la cessione di Lew Alcindor, di vincere ben 17 partite in più rispetto alla stagione precedente, mentre sul finire degli anni Ottanta (’88) ha ridato lustro alla franchigia del Golden Gate dopo anni di difficoltà. Paradossalmente con lui, i Warriors hanno vissuto la loro rinascita ma anche l’inizio della loro maledizione cominciata con la dipartita del Web nell’ Ottobre ’94. Sempre il “bambino” ad imperversare con il suo sinistro spettro e sempre il Nellie a vestire la tunica dell’ esorcista del caso. Parlare di come i Warriors abbiano raggiunto i play-off, grazie ad un finale di regular season a dir poco entusiasmante, porta inevitabilmente ad esaltare le doti dei singoli: la leadership del Barone (Avery Johnson: “Posso dirlo con franchezza: da quando è rientrato dall’ infortunio, è il la miglior point-guard della lega”), lo spirito vincente di Step Jackson, l’ esplosione di Monta Ellis, il finale straripante di Jason Richardson, la versatilità di Al Harrington. Ma è altrettanto indubbio che in questi Warriors, vi sia anche il tocco di un allenatore che non si può non definire “rivoluzionario”: è stato lui, molto prima del tanto (giustamente) decantato D’Antoni, ad introdurre il quintetto con quattro piccoli e con l’ala grande utilizzata da “5” tattico, ed è stato sempre lui ad introdurre il pick&roll tra due esterni. Allenatore che ha sempre amato e curato l’attacco più che la difesa, con la continua ricerca del miss-match per creare vantaggi in fatto di talento e velocità, il Mullin ha rivisto in lui la possibilità di dare alla sua squadra una guida affidabile tecnicamente, con una personalità credibile e in grado di dare alla franchigia una filosofia di gioco più coerente con il suo passato. Basta quindi con Montgomery e alla sua volontà di dare al team un gioco razionale, basato sul “play in the right way” e sul suo tentativo fallimentare di applicare ai giocatori PRO i principi del basket universitario: giocatori, tra l’altro (vedi Barone…), nei confronti dei quali non aveva nessun tipo di credibilità per la sua totale inesperienza al piano di sopra.
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| Richardson: il suo rendimento, dopo l'infortunio, è stato travolgente | È stato un anno che, per quanto a lieto fine, ha indubbiamente riservato vari momenti di difficoltà ai Warriors e al suo allenatore, tanto che, ad un certo punto, la stagione in corso sembrava un altro gentile tributo alla sinistra risata del “bambino”: i soliti infortuni, la solita difesa “permissiva”, la costante inconsistenza ed ingenuità nei momenti chiave, un’ amalgama (dopo lo scambio) che sembrava non trovare la giusta quadratura del cerchio. E il Nelson messo sovente alla gogna (anche dal sottoscritto) per non saper dare sicurezza e tranquillità alla squadra, per non averla saputa migliorare sul piano difensivo, per alcune direzioni tecniche discutibili nei finali di gara; e altrettanto spesso seduto lì, in panchina, con lo sguardo perso nel vuoto tipico di chi non sa quali santi implorare. Il suo lavoro tuttavia, alla fine, ha dato i suoi frutti, e lo ha dato quando i Warriors sono stati finalmente al completo potendo sfruttare tutte le loro armi a disposizione e soprattutto due giocatori fondamentali (Davis e Richardson) che, “grazie” agli infortuni, sono rientrati, nella fase più importate della stagione, riposati e al top della loro forma. Qui, in queste condizioni di lavoro decisamente più appropriate, sono venute a galla le capacità storiche del Nellie: la gestione del personale, la capacità di saper valorizzare fino in fondo le qualità dei singoli, di saper mettere ogni giocatore al punto giusto, e di saper creare situazioni tattiche per sfruttare opportunamente talento e velocità. Non che queste doti prima non gli venissero riconosciute, e, d’ altra parte, non hanno nemmeno cancellato errori commessi in passato; tuttavia è indubbio che i ricorrenti infortuni della stagione in corso abbiano per lo meno condizionato negativamente il lavoro del Nelson. Un lavoro con cui Nelson ha cercato di dare entusiasmo e vitalità tanto ai giocatori quanto al pubblico (“Voglio che i giocatori si divertano, che giochino un basket elettrizzante ma voglio che anche il pubblico torni a guardare le nostre partite e divertirsi”). A dir la verità, il pubblico della Oracle Arena è sempre stato presente e numeroso alle partite casalinghe dei Warriors; è lo spettacolo che in questi anni si è visto a fasi molto alterne…Tuttavia il contributo di Nelson è stato anche e soprattutto psicologico, e in questo si che consiste la vera differenza con gli anni precedenti, caratterizzati da troppi allenatori con poca personalità e credibilità per gestire uno degli spogliatoi notoriamente più caldi della lega: il continuo dialogo e confronto con i giocatori prima della gara, la capacità di saper gestire tante diverse e difficili personalità, l’abilità nel saper proporre un approccio mentale adeguato alla gara (Richardson:”Penso sia l’ unico coach che possa allenare questa squadra”; Step Jackson:”Ha dato una svolta a questa squadra, dandogli una chance di fare i play-off; ha fatto un grande lavoro rispetto all’ anno scorso. La sicurezza in sè che ha dato a questa squadra è qualcosa di molto speciale che non tutti gli allenatori possono dare”). Parlare delle squadre di Nelson, significa soprattutto analizzare il grado di produttività e di spettacolo del loro attacco; tuttavia, pur non essendo noto per le sue strategie difensive, Nelson, a nostro avviso, nel finale di stagione ha proposto due autentiche perle difensive che oltre ad esaltare la sua intelligenza tattica, potrebbero tornargli molto utili nella off-season. 12 Marzo, Golden State-Dallas Mavs 117-100, ovvero la gara che ha dato ai Warriors la consapevolezza di potersi giocare, con il roster al completo, una concreta chance di play-off. Difensivamente due le mosse fondamentali di Nelson che hanno dato una svolta decisiva alla gara: portare innanzitutto con Davis e Jackson grande pressione sui portatori di palla dei Mavs (Terry e Harris). Questo, da un lato, ha evidenziato le difficoltà atletiche del backcourt dei Mavs contro quello più potente dei Warriors; dall’ altro ha spesso rallentato le azioni offensive della squadra di Avery Johnson. Ma la trovata più geniale è stata la marcatura di Nowitzky affidata non a Harrington come era lecito attendersi, quanto a Stephen Jackson che con la sua aggressività ha sottolineato i limiti del tedesco nel mettere palla per terra contro giocatori più bassi di lui. Risultato: Mavs forzati a 23 palle perse, Nowitzky limitato a 3/11 al tiro. 4 Aprile, Houston Rockets-Golden State 99-110, in quella che è stata un’ altra tappa di avvicinamento essenziale nella rincorsa ai play-off. Fuori gara dopo pochi minuti McGrady per i cronici problemi alla schiena, il grande rebus da risolvere era la marcatura di Yao Ming: proponendo una soluzione già provata nel trionfo contro i Suns, Nelson decide di partire con Harrington da “5” tattico al posto di Biedrins. Contro i Suns questa soluzione era dettata dalla volontà di esasperare i ritmi di gara rendendo meno palpabile la presenza di Stoudemire: contro i Rockets invece la presenza di Al Har all‘ interno della zona garantisce una costante marcatura d’ anticipo sul cinese. Le linee di passaggio, di conseguenza, sono continuamente interrotte e anche quando il cinese riceve palla, gli altri quattro uomini della zona ruotano con tempismo su di lui. Risultato: per Yao Ming 9p con soli quattro tentativi dal campo, statistica ancor più chiave dei 30p con 7/9 da 3p di Luther Head. Dice in precedenza: a volte la storia ripropone situazioni molto analoghe e ricorrenti. Guarda un po’: primo turno di play-off, Dallas Mavs vs Golden State. Magari gli appunti relativi al 12 Marzo possono ritornare utili…
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| Baron Davis: la sua pressione sui portatori di palla, insieme a quella di Monta Ellis sarà determinante | "A egregie cose il forte animo accendono l'urne de' forti, o Pindemonte..." (Foscolo, Dei Sepolcri, vv. 151-152) A Giuseppe, in memoriam 3月26日
It's been so long since last we met, Lie down forever, lie down; Or have you any money to bet, Lie down forever, lie down.
There goes old... Georgetown, Straight for a... rebound, See how they... gain ground, Lie down forever, lie down, Lie down forever, lie down.
Rah! Rah! Rah! Hurrah for Georgetown, Cheer for victory today. 'Ere the sun has sunk to rest, In the cradle of the West, In the clouds will proudly float The Blue and Gray.
We've heard those loyal fellows up at Yale Brag and boast about their Boola-Boola. We've heard the Navy yell, We've listened to Cornell; We've heard the sons of Harvard tell How Crimson lines could hold them. Choo Choo, Rah Rah, dear old Holy Cross; The proud old Princeton tiger Is never at a loss. But the yell of all the yells, The yell that wins the day, Is the "HOYA, HOYA SAXA!" For the dear old Blue and Gray. 3月15日 This speech is my recital, I think it's very vital To rock (a rhyme), that's right (on time) It's Tricky is the title, here we go... It's Tricky to rock a rhyme, to rock a rhyme that's right on time It's Tricky...it's Tricky (Tricky) Tricky (Tricky) It's Tricky to rock a rhyme, to rock a rhyme that's right on time It's Tricky...Tr-tr-tr-tricky (Tricky) Trrrrrrrrrrricky [Verse 1] I met this little girlie, her hair was kinda curly Went to her house and bust her out, I had to leave real early These girls are really sleazy, all they just say is please me Or spend some time and rock a rhyme, I said "It's not that easy" It's Tricky to rock a rhyme, to rock a rhyme that's right on time It's Tricky...(How is it D?) It's Tricky (Tricky) Tricky (Trrrrrricky) It's Tricky to rock a rhyme, to rock a rhyme that's right on time It's Tricky...Tricky (Tricky) Tricky [Verse 2] In New York the people talk and try to make us rhyme They really (hawk) but we just (walk) because we have no time And in the city it's a pity cos we just can't hide Tinted windows don't mean nothin', they know who's inside It's Tricky to rock a rhyme, to rock a rhyme that's right on time It's Tricky...(How is it D?) Tricky (Tricky) Tricky (Tricky) It's Tricky to rock a rhyme, to rock a rhyme that's right on time It's Tricky...Tricky (Tricky) Tricky (Tricky) huh! [Verse 3] When I wake up people take up mostly all of my time I'm not singin', phone keep ringin' cos I make up a rhyme I'm not braggin', people naggin' cos they think I'm a star Always tearin' what I'm wearin', I think they're goin' too far A girl named Carol follows Daryll every gig we play Then D dissed her and dismissed her, now she's jockin' Jay I ain't lyin', girls be cryin' cos I'm on TV They even bother my poor father cos he's down with me It's Tricky to rock a rhyme, to rock a rhyme that's right on time It's Tricky...(How is it?) Tricky (Tricky) Tricky (Tricky) It's Tricky to rock a rhyme, to rock a rhyme that's right on time It's Tricky...Tr-tr-tr-tr-tr-tricky (Tr-Tr-Tr-Tricky) Tr-tr-tr... [Verse 4] We are not thugs (we don't use drugs) but you assume (on your own) They offer coke (and lots of dope) but we just leave it alone It's like that y'all (y'all), but we don't quit You keep on (rock!) shock! Cos this is it...
2月19日 Se tu dall'altipiano guardi il mare, Moretta che sei schiava fra gli schiavi, Vedrai come in un sogno tante navi E un tricolore sventolar per te.
Faccetta nera, bell'abissina Aspetta e spera che già l'ora si avvicina! quando saremo insieme a te, noi ti daremo un'altra legge e un altro Re.
La legge nostra è schiavitù d'amore, il nostro motto è LIBERTÀ e DOVERE, vendicheremo noi CAMICIE NERE, Gli eroi caduti liberando te!
Faccetta nera, bell'abissina Aspetta e spera che già l'ora si avvicina! quando saremo insieme a te, noi ti daremo un'altra legge e un altro Re.
Faccetta nera, piccola abissina, ti porteremo a Roma, liberata. Dal sole nostro tu sarai baciata, Sarai in Camicia Nera pure tu.
Faccetta nera, sarai Romana La tua bandiera sarà sol quella italiana! Noi marceremo insieme a te E sfileremo avanti al Duce e avanti al Re!
W IL FASCIO E W IL DUCE!!!!!!! 1月13日 Eccomi là. Cioè io Alex e i miei tre drughi. Cioè Pete, Georgie e Dim.
Ed eravamo seduti nel Korova Milkbar, arrovellandoci il Gulliver per sapere che cosa fare della serata.
Il Korova Milkbar vende latte+, cioè diciamo latte rinforzato con qualche droguccia mescalina,
che è quello che stavamo bevendo.
È roba che ti fa robusto, e disposto all'esercizio dell'amata ultraviolenza.
Tratto da: Arancia Meccanica - Il discorso iniziale di Alex. 1月11日
MA XKè I MEDICI HANNO CURATO QUEL MERCENARIO TESTA DI MERLUZZO DI PANNELLA???????????????
SE LO LASCIAVANO AL SUO DESTINO E LO AVESSERO FATTO MORIRE NON CI SAREMMO
LIBERATI TUTTI DI UN PESO INUTILE?????? 10月1日 Andrea Bargnani, classe 1985, ha coronato il sogno di ogni appassionato di basket: l'NBA! E oltretutto ci arriva da draftato n.1!!!!
I Toronto Raptors al draft di quest'anno ci hanno visto mooooooooolto ma moooooooooooolto bene. Una scelta migliore non potevano farla.
Così il Mago Bargnani è approdato nel campionato delle stelle. Dalla Benetton Treviso ai Toronto Raptors.
Draftato n.1 come stelle del calibro di LeBron James. Nemmeno Michael Jordan è stato draftato per primo!!! Infatti MJ è stato draftato per n.3.
BARGNANI THE BEST!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!! 9月6日  finalmente ho fatto il mio primo volo con l'aereo radiocomandato senza schiamtarmi!!!!!!!!!!!!!!!
è stato tutto dritto senza nessuna virata ma sono riuscito ad atterrare senza sbattereeeeeeeee!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
 EVVAI!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!! Domenica vado all'aeroporto LaSpreta di Ravenna a prendere lezioni  9月5日 Finalmente sono riuscito a montare l'aereo radiocomandato!!!!!!!! :-) figata!!!
Il primo volo mi sono schiantato contro una casa però mi sono divertito!!! :-D
comunque imparerò ad usarlo... Prima o poi... :-)
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