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日志


9月30日

Grande Bettini, ancora mondiale!! A Stoccarda è un trionfo azzurro.

CONTRO tutti e contro tutto, più forte di tutti e di tutto. Paolo Bettini è ancora campione del mondo, dopo Salisburgo e Stoccarda, ma stavolta con un pizzico di rabbia in più. Straordinario Bettini, di gambe e soprattutto - parliamo di ciclismo, sembra un controsenso - di testa. La sua vittoria vale doppio perché arriva dopo una settimana infernale per lui e per tutto il movimento italiano. Bettini attaccato, nell'ordine, dal presidente dell'Uci McQuaid sulla famosa firma del codice etico, Bettini attaccato dal comitato organizzatore di Stoccarda, rivoltosi invano al tribunale per impedirne la partecipazione. E poi le folli accuse doping di Sinkewitz, smentite successivamente dal corridore tedesco ma confezionate ad arte dalla tv tedesca ZDF (ovviamente querelata dal campione del mondo).

''Tra Salisburgo e Stoccarda sono stati due successi diversi - le prime parole della maglia iridata -, in questo anno me ne sono successe di tutti i colori, ho vinto di rabbia. Mi sento di dedicare il successo a tutta l'Italia''. Ma Bettini rende precisamente l'idea di ciò che è stato il Mondiale di Stoccarda quando parla dei compagni: ''Siamo una grande squadra, l'Italia è una squadra''. Impossibile dargli torto. Gli azzurri, sollecitati dallo spauracchio spagnolo Freire ma anche da situazioni esterne (vedi 'tempestivò deferimento di Di Luca da parte della Procura del Coni), fanno una gara semplicemente perfetta. Il percorso è duro, non durissimo, ma se si aspetta il rischio di portare in carrozza Freire all'arrivo è enorme.

Ed allora il ct Ballerini, a cui va dato il merito di aver cementato il gruppo, sfodera una tattica tutta d'attacco. Già nella prima parte della gara, in ogni azione l'Italia è rappresentata da elementi di spessore. Nella prima importante, forte di una quarantina di unità, ci sono Cunego (bravo il veronese, calatosi nel ruolo di luogotenente), Tosatto, Bertolini e Bruseghin. Gli spagnoli stanno a guardare, ma ci pensano gli olandesi, che non si fidano del giovane Gensink, a rimettere le cose a posto. Secondo tentativo, stavolta di venticinque uomini: ne fanno parte ancora Bertolini e Cunego, con l'aggiunta di Ballan. Stavolta, avendo il solo Gerrans davanti, ci pensano gli australiani a togliere le castagne dal fuoco agli spagnoli.

Tra azioni efficaci, ma non al punto tale da scremare il gruppo, si arriva al penultimo giro. Qui attacca Rebellin, e si può parlare di azione fondamentale. Il russo Kolobnev lo aggancia, se ne vanno e prendono una trentina di secondi. Si capisce che non arriveranno, ma intanto Freire deve scatenare quattro suoi cavalieri all'inseguimento. Ma Oscarito stavolta non è in giornata, ed il poker Mondiale se lo scorda all'ultima tornata, quando rimane fuori dal drappello di quindici unità (oltre a Bettini anche Pozzato e Rebellin) che esce dalla prima salita.

A nove km dall'arrivo, frustata di Bettini, che porta con sé quattro uomini: ancora il russo Kolobnev, il tedesco Schumacher (nato a pochi km da Stoccarda), il lussemburghese Frank Schleck (fratello dell'Andy secondo al Giro d'Italia), l'australiano Evans. Qui Bettini fa il suo capolavoro: si trattiene, non prova a vincere subito ma aspetta gli ultimi 300 metri, dove esplode tutta la sua rabbia precedendo Kolobnev e Schumacher. Due titoli Mondiali consecutivi: prima di Bettini c'erano riusciti i belgi Ronsee e van Steenbergen, l'olandese van Looy, Gianni Bugno, una vittoria proprio a Stoccarda. Altro particolare. L'Italia porta via un altro Mondiale dalla Germania dopo esserci arrivata nella bufera: le similitudini con gli azzurri del calcio sono fin troppo evidenti.

Ordine d'arrivo
1. Paolo Bettini (ITA) 267,4 km in 6 h 44:43. (media: 39,642 km/h)
2. Alexandre Kolobnev (RUS) s. t.
3. Stefan Schumacher (GER) s. t.
4. Frank Schleck (LUX) s. t.
5. Cadel Evans (AUS) s. t.
6. Davide Rebellin (ITA) a 06.
7. Samuel Sanchez (SPA) 08.
8. Philippe Gilbert (BEL) 08.
9. Fabian Wegmann (GER) 08.
10. Martin Elmiger (SVI) 08.
11. Thomas Dekker (OLA) 08.
12. Michael Boogerd (OLA) 14.
13. Björn Leukemans (BEL) 15.
14. Oscar Freire (SPA) 49.
15. Aleksandr Kuschynski (BLR) 49.
9月29日

Graham, Il Giocatore Poeta.

Nella National Football League Earnest Graham Jr. c’è entrato dalla porta di servizio, come undrafted freeagent, all’indomani del draft 2003, firmando per una delle squadre del suo stato natale, la stessa che domenica scorsa gli ha concesso di entrare nel grande libro delle statistiche della lega, i Tampa Bay Buccaneers. Rilasciato due volte nell’arco del suo primo anno da professionista, il 22 Agosto a causa di un infortunio e il 9 Dicembre a causa dei tagli, Graham è ritornato in squadra già nella successiva offseason, il 14 Gennaio 2004, con i Bucs a casa dopo il Superbowl vinto nel 2002 e un record perdente, 7-9, in stagione regolare.
Inserito sempre tra gli special teamer della squadra, il runningback nato il 15 Gennaio 1980 a Naples, Florida, riesce a ritagliarsi i primi spazi nella squadra titolare dei Bucs nella stagione 2004, quando diventa una delle colonne portanti delle formazioni speciali, scendendo in campo per 9 partite ed abbandonando definitivamente la pratice squad. Sempre nella sua seconda stagione NFL Earnest completa la sua prima corsa da professionista, 1 yard il 7 Novembre 2004 contro Kansas City, concludendo l’anno con 13 portate per 73 yards e 3 ritorni per 52 yards. Meglio fa nel torneo 2005, quando si fa notare anche come tackler negli special team mettendone a segno 18, e comincia a farsi largo nella depth chart, aumentando il numero di portate a 28 per 83 yards e dei kickoff ritornati a 4 per 74 yards.
Nel 2006 Graham migliora ulteriormente il suo apporto alle squadre speciali, diventandone il leader con 20 tackle all’attivo, ma perde qualche posizione a causa position-battle che si sviluppano in seno alla squadra, portando palla in solo più 11 occasioni, per 59 yards, e ritornando un solo kickoff in tutto l’arco della stagione NFL. Il rischio di non tornare mai più a vestire il ruolo del runningback si fa sempre più strada, visto che ormai anche coach Gruden lo considera fondamentale per le azioni di punt e kickoff return, dove grazie alla sua velocità risulta eccellere nelle coperture; un rischio che un atleta nato per portare palla come Graham non sembra pronto ad affrontare.
Fin dai Prep yers il runner di Naples è un atleta straordinario, riuscendo a strappare il letterman nel football, nel baseball, e addirittura nel basket, cosa assolutamente pazzesca se si pensa che la sua altezza attuale raggiunge a malapena il metro e settantacinque; eppure le doti di Graham sono tali da permettergli di essere uno degli sportivi migliori alla Mariner High School di Cape Coral, Florida, dove tra il 1994 e il 1998 corre per 5,701 yards settando il record dello stato per yards corse in carriera, record battuto solo di recente dall’atleta di North Fort Myers Noel Devine, attuale freshman RB di West Virginia. Con 62 touchdown realizzati negli ultimi due anni di liceo Earnest si presenta al recruiting dopo aver conquistato diversi riconoscimenti, tra i quali spiccano il ”Nation Premier Prep Runningback” e il ”Florida’ s Mister Football” nel 1997, e accetta la corte di una delle università con la migliore tradizione dello stato, preparandosi a vestire la maglia dei Florida Gators.
Con gli alligatori Graham ha subito un impatto positivo, tanto da ottenere alla fine della sua prima stagione la nomina nel SEC All-Freshman Team del 1999, grazie alle ottime prestazioni che lo hanno portato a correre per 654 yards e 5 touchdown; con il passare degli anni il suo apporto all’attacco dei Gators rimane costante, visto anche il continuo alternarsi con gli altri RB, prima di subire un’impennata consistente proprio nella stagione da senior. Nel 2002, prima di provare il passo verso la NFL, Earnest conclude la sua esperienza NCAA correndo per 1,085 yards e 11 touchdown, diventando il quinto Gators di tutti i tempi per yards corse in carriera, 3,065, e il terzo per touchdown realizzati, 33.
Con 44 partite difendendo i colori di University of Florida e due bowl all’attivo, il Sugar Bowl del 2001 e l’Orange Bowl vinto nel 2002 contro Maryland, il RB da Naples si appresta, speranzoso, ad affrontare le insidie del draft. Un draft che purtroppo per lui è pieno di runningback forti e ne vede andare via cinque nei primi due round, tra i quali Willis McGahee, Larry Johnson e Chris Brown, e quindici in totale, lasciandolo scivolare, come anticipato, tra i free agent.
Eppure Graham prima di iniziare la sua avventura NFL pareva un giocatore adatto a vestire i panni del titolare nel backfield visti i record che si è lasciato alle spalle, un runningback con le potenzialità per dire la sua anche ai piani più alti del football, tanto più in una squadra che ha sempre faticato a correre, nonostante la presenza di Warrick Dunn prima e Carnell Williams poi. Con tutte le attenuanti del caso il runningback di Florida ha però faticato ad emergere non riuscendo mai ad andare oltre la terza stringa della depth chart, a volte faticando persino a mantenerla, anche se, nell'ultimo periodo, qualcosa sembra essere definitivamente cambiato.
Domenica scorsa nella partita contro i Rams Graham ha corso come mai prima, trasformando la sua terza apparizione nel 2007 nella migliore prestazione della sua carriera NFL, con l'aggiunta di due touchdown nel finale che hanno fatto gridare a tutti, ”Ma chi è questo Graham?”; 75 yards corse e 2 passeggiate in endzone, una da 8 yards e l'altra da 28, la sua più lunga portata in carriera, sono state il suo biglietto da visita per tutti i fans e gli addetti ai lavori della lega, yards che lo hanno portato a concludere la partita come rushing leader dei Buccaneers, davanti a Pittman e Williams.
Chi è Earnest Graham speriamo di essere riusciti a spiegarlo, chi diventerà invece speriamo che ce lo dirà lui stesso, magari ripetendo una prestazione come quella della scorsa settimana, o magari facendo si che queste diventino una costante, come quella maglia che porta sempre con se dal 1997, sotto quella da gioco, dove di suo pugno ha scritto una poesia dedicandola al suo migliore amico Corey Jordan, scomparso proprio il 27 Agosto di quell'anno a causa di una pallottola vagante; e già ci immaginiamo una nuova leggenda, quella del giocatore-poeta.
9月24日

Rex and the (Windy) City.

Quarto periodo di gioco, Sunday Night Football, Nfl, terza giornata. Dallas conduce 20-10 dopo aver convertito in tre punti un fumble del runningback di Chicago Cedric Benson. Il drive precedente ha spinto Rex Grossman a chiudere un 3°&10 con una corsa e a servire i TE Desmond Clark e Greg Olsen per portare lo stesso Benson a firmare il momentaneo pareggio. Ora, Grossman, ha in mano un altro possesso per rifarsi e tenere a galla la squadra. Snap, breve lasso di tempo, controllo del ricevitore e lancio teso, sulla sideline di destra, per Muhsin Muhammad. Il ricevitore veterano di Chicago è coperto da un raddoppio difensivo, un terzo defensive back è in arrivo mentre DeMarcus Ware, poco più avanti, prova a deviare il pallone. Un fazzoletto di terra invaso da quattro caschi stellati, un lancio in quella zona è una giocata assurda, ridicola. Diremmo presuntuosa se non conoscessimo chi l'ha eseguita.

Tra tutti spunta Anthony Henry, intercetta il pallone e va a segnare il 26-10, poi convertito a 27, e chiude la gara. Il Soldier Field è una bolgia, l'unico grido riconoscibile, un verso lanciato all'unisono dalle tribune verso il campo, è il cognome del quarterback di riserva: Brian Griese.

“GRIESE! GRIESE! GRIESE!”

Quel lancio potrebbe e dovrebbe essere l'ultimo per Rex Grossman; ma giocherà ancora e, di nuovo, si farà intercettare, con la solita prevedibilità, con quei palloni telefonati, la testa in perenne confusione. Quando un anno fa uno psicologo di Chicago si propose sarcasticamente di curarlo forse, invece di riderne, qualcuno avrebbe dovuto prendere in seria considerazione questa ipotesi.

“GRIESE! GRIESE! GRIESE!”

Già, Griese. Come sono diversi gli umori, le facce e l'accoglienza di oggi al Soldier Field di Chicago, Illinois. Quando a novembre 2005 uno stanco e ormai fuori ritmo Kyle Orton venne sostituito tra primo e secondo tempo contro Atlanta da Rex Grossman fu un boato, un'ovazione ad accogliere il tanto atteso profeta. Dopo poche partite, un esordio vincente al Lambeau Field e due infortuni gravissimi, Rex Grossman, il tanto atteso Rex Grossman, tornava finalmente a indossare la divisa navy-orange ed il glorioso caschetto con la C pronto a difendere i colori di una città. E' passata un'intera stagione, quella 2006, tra alti e bassi, dubbi e problemi, ottime serate e misere giocate. In mezzo, uno shutout a Green Bay, un 13-3 stagionale, alcuni riconoscimenti settembrini e un Super Bowl perso.

Chicago ricominciava da lì, da quella notte di Miami, piovosa, fresca, bagnata e perdente. Ricominciava con la convinzione che servisse poco, sicuramente un po' di esperienza, forse anche un po' di fortuna. Oggi si ritrova al palo, 1-2 nel rapporto vittorie-sconfitte e un quarterback da buttare perché ormai, sembra chiaro, da salvare c'è poco. Rimane quel grido...

“GRIESE! GRIESE! GRIESE!”

... e poco altro. Si aspetta la decisione.

Prima di parlare della maledizione che colpirebbe le squadre che negli ultimi anni hanno perso il Super Bowl nella stagione subito dopo, aspettiamo, perché qui, più che di maledizione, si parla d'altro. Chicago ha perso con Dallas e, tutto sommato, ci può anche stare. Chicago ha concesso quello che da novembre 2004 (10-41 contro i Colts di Manning) non concedeva. Chicago ha perso via via un difensore dopo l'altro e in queste ore l'attesa maggiore è proprio quella di conoscere la loro condizione. Il punto è, però, che Chicago non ha trovato un quarterback.

Ricominciamo da capo: dopo i Mike Tomczak, i Jim Harbaugh, gli Steve Walsh, gli Erik Kramer, i Dave Krieg, gli Shane Matthews, i Cade McNown, i Jim Miller, i Kordell Stewart, gli Steve Hutchinson, i Craig Krenzel, i Chad Hutchinson, i Jonhatan Quinn e i Kyle Orton. Ricominciamo da quella notte di novembre 2005 quando uno spento, ormai stanco e fuori ritmo rookie Kyle Orton venne sostituito da Rex Grossman tra il boato e la standing ovation dello stadio chicagoano. Ricordiamo quella notte e chiediamoci come Grossman sia arrivato a far supplicare non l'intervento di un nuovo Peyton Manning, bensì l'ingresso dell'onesto e ormai vecchiotto (con le dovute proporzioni) Brian Griese.

Una volta Lovie Smith ha detto che la storia di Chicago va letta attraverso quella di un grande linebacker e di un grande runningback; il suo riferimento era ai vari Dick Butckus, Walter Payton, Mike Singletary, Gale Sayers eccetera e, probabilmente, chi aveva ingaggiato Smith, ossia Jerry Angelo, era giunto a Chicago proprio per cambiare questa tendenza. Il miglior quarterback mai passato dalla Città del vento è un certo Sid Luckman, hall of famer, morto ormai qualche anno fa, innovatore del gioco e vincitore di più di un titolo Nfl. L'unico in grado di vincere un Super Bowl, invece, è stato Jim McMahon, estroverso, sbruffone, tutt'altro che fenomenale in campo, ma leader vero e, caratterialmente, una roccia. Poi il vuoto.

L'idea principesca di Angelo fu, appunto, ridare forma ad un gioco aereo che accompagnasse questo “grande runningback e questo grande linebacker” a riscrivere un nuovo pezzo di storia. Il primo passo fu scegliere al draft Rex Grossman, primo giro, scelta 22, dai Florida Gators. Giocatore da tasca, con gran braccio e precisione sul profondo, nelle idee di Angelo, presumiamo, c'era quella di trasformarlo in un giocatore (quasi) a 360°, smussando qualche difetto qua e là e trovando nel suo gioco verticale l'arma in più per punire gli avversari. Atto secondo: Ron Turner diventa, per la seconda volta, offensvie coordinator dei Bears, l'ideale per sviluppare il gioco verticale. Successivamente, col passare delle stagioni, l'aggiunta di WR veloci, rapidi sul corto e abili sul profondo: il primo, Bernard Berrian, e poi Mark Bradley, Rashied Davies. Il gioco è fatto, con la difesa costruita tra Lovie Smith e lo stesso general manager, basta avere un attacco in grado di mettere palla in aria ed essere il meno prevedibile possibile e, per qualsiasi avversario, diventerà davvero dura arrestare la corazzata dell'Illinois.

Nulla di tutto questo, in realtà. Grossman parte fortissimo nel 2006, sviluppa tutto ciò che gli è stato costruito intorno ma, a metà stagione, si blocca, comincia a giocare a intermittenza, alterna partite da numeri strepitosi a rovinose cadute, mostra un carattere debole, di essere vittima, troppo indifesa, dell'errore. A Chicago passano un anno a difenderlo, per via dell'inesperienza accumulata sul campo, per via dei due infortuni che in parte ne hanno minato quel minimo di mobilità che aveva prima, per i troppi playbook cambiati negli ultimi sei anni (cinque, tra college e pro) e che ne hanno in parte limitato la crescita.

Sarà; resta il fatto che Grossman riesce ad arrampicarsi sulla montagna, gioca dei buoni playoffs e giunge al Super Bowl dove, dopo una partita dominata dagli avversari, sega le gambe ai propri compagni lanciando un brutto intercetto che viene riportato in meta e, preso dalla disperazione, decide di bissare l'impresa poco più tardi. Colpa del tempo, del vento, della pioggia, si dirà, nemmeno Peyton Manning, che occhio e croce è un po' più bravino, dopo l'intercetto subito a inizio gara si prende il lusso di indagare troppo in profondità le secondarie avversarie.

La questione che ne nasce, legata ad un'intera stagione, è basata sul fatto che Ron Turner abbia tutelato poco il ragazzo, che dopo un avvio di grandi numeri alzati il quarterback andasse messo in condizione di diversificare il proprio gioco, di rischiare meno, di fare esperienza senza dovere sempre cercare la giocata ad effetto. Sarà, ma oggi si è arrivati a un punto in cui nessuno, ma proprio nessuno, si sente di incolpare altri che non siano lo stesso Grossman.

Le accuse per Angelo in realtà ci sono, reo di aver prima costruito un ottimo gioco di corse ingaggiando lo sconosciuto Thomas Jones e liberando Anthony Thomas per far spazio alla prima scelta del 2005, Cedric Benson, per poi smantellare il tutto, lasciando libero di andare ai Jets proprio Jones, per problemi di salary cap. La scelta, in realtà, è comprensibile, visto che i problemi di tetto salariale hanno obbligato i Bears a blindare, almeno per un anno, il linebacker Lance Briggs, e costringono alla scelta di liberarsi del miglior runningback a roster causa la primaria importanza di firmare nuovamente alcuni importanti tasselli difensivi. Scelta che, condivisibile o meno, rientra nell'ottica di sviluppare quella prima scelta, Benson, che oggi, dopo sei gare da titolare in tre anni, sembra non poter pagare i dividendi giusti.

Ma il problema è un altro, sembra ormai ben chiaro. La pochezza offensiva, ormai continua, in cui sono regrediti i Bears è da attribuirsi quasi al solo ruolo di quarterback, ormai incapace di mostrare anche solo un minimo di potenziale davvero sfruttabile, ammesso che chi deve vendicare un Super Bowl perso possa accontentarsi di un “buon potenziale” da costruire piuttosto che di qualche certezza in più. Grossman difetta in tutto, anche nella basi del ruolo che recita ogni domenica. Facile dire che la difesa dei Bears sia la sola protagonista di un arrivo al Super Bowl che mancava da più di vent'anni, ancora di più lo è sostenere che, con un attacco decente, questa squadra l'ultimo passo potrebbe davvero riuscire a farlo, corazzate della Afc o meno. Il punto non è indagare su quanto c'è di ovvio, ma sopperire ai problemi che finora hanno impedito il salto di qualità.

Così, quindi, non si può andare avanti. Grossman sta evidenziando limiti tecnici, senza un tocco notevole sul pallone, senza la capacità di essere preciso nel medio-corto raggio, senza la forza di liberarsi di un sack prevedibile con ampi margini di tempo, e tattici, ove ci mostra ogni volta di non riuscire a leggere le difese avversarie, di non essere in grado di studiare il campo e di cambiare ricevitore all'occorrenza, di puntare sempre tutto su Bernard Berrian piuttosto che sul più esperto Muhsin Muhammad o sui tight end per il gioco corto, gioco che consentirebbe a Chicago guadagni più brevi ma costanti ed un miglior controllo dell'orologio.

Dato per scontato che senza la sua prevedibilità anche il gioco di corse avrebbe di che guadagnarci, vista l'impossibilità attuale di allontanare dal box le difese avversarie, tutte pronte a divorarsi psicologicamente il #8 di Chicago, ci si chiede se il disco di Lovie Smith “Grossman è il nostro quarterback” si sia finalmente rotto, dopo aver suonato, di nuovo, stanotte in conferenza stampa.

Con 33 turnover causati nelle ultime 17 partite e numeri che parlano attualmente di 47/89, 500 yards, 1 TD, 6 INT e un rating pari a 45.2, ci si chiede cosa si stia aspettando, dalle parti della Halas Hall, a prendere provvedimenti a riguardo. A Chicago ora serve portare a casa la pelle e proteggere almeno quella corona divisionale che Green Bay sta tentando di far sua mentre il vecchio Brett Favre, a suo di record individuali, la porta a 3-0 dopo aver battuto anche san Diego; ma con questo gioco sarebbe impossibile difendere anche solo il titolo di quartiere. Brian Griese, tutto sommato, non può essere la risposta, ma certamente può essere l'uomo che riesce a traghettare in modo decente la squadra fino a dicembre per poi vedere cosa resta di questi Bears e cosa riserverà il futuro.

Chicago non ha già firmato la resa, Grossman passa sopra le critiche e i cori e alla domanda di un giornalista, nel dopo gara, sul fatto che si debba preparare alla panchina lui si salva con un “io penso al mio lavoro, ciò che non posso controllare, quello che fanno gli altri, non mi riguarda”. Sguardo da duro, poco credibile, di un quarterback che scivola sempre più in basso portando con sé il progetto di gioco aereo di Jerry Angelo e la speranza di Chicago di rivedere una squadra completa in ogni reparto. Non basta Devin Hester, non basta la difesa, né i tre field goal bloccati in altrettante gare; chance, a Grossman, ne sono state date tante e ora, probabilmente, si è giunti alla fine. Se poi gli infortuni non risparmieranno i Bears versione 2007 come successo finora, bene, in quel momento potremo tirare in ballo la maledizione di chi ha perso il Super Bowl. Fino ad ora, però, abbiamo assistito all'inspiegabile autolesionismo di una squadra che, non arrivasse ai playoffs per i motivi di cui sopra, creerebbe davvero un caso unico nella storia. Ma il grido che chiamava Griese, ne siamo convinti, è stato raccolto anche da chi di dovere.
9月16日

Si schianta l'elicottero di McRae. "Morto il grande pilota".

GLASGOW - L'ex campione del mondo di rally Colin McRae, 39 anni, è morto ieri pomeriggio in un incidente d'elicottero in Scozia. Dopo 24 ore è arrivata la conferma della polizia scozzese che ha proceduto a identificare le vittime. L'apparecchio avrebbe preso immediatamente fuoco dopo essersi schiantato e avere toccato gli alberi vicino a Jerviswood, nei pressi di Lanark, a pochi chilometri dalla sua abitazione. McRae sarebbe morto insieme ai tre passeggeri, di cui il suo figlio più giovane di 5 anni.

La notizia si è subito diffusa nel mondo dei Rally e Guy Frequelin, che lo aveva portato con Carlos Sainz e Sebastien Loeb alla Citroen, si è detto affranto come gli stessi Sainz e Loeb, per la perdita di questo grande campione. Colin McRae era uno dei piloti inglesi più forti di tutti i tempi, aveva 39 anni, aveva preso parte a 146 rally diventando campione del mondo nel 1995, arrivando secondo nel 1996, 1997 e 2001 e vincendo 25 gare. L'ultimo suo trionfo fu quello al Safari Rally, in Kenya nel 2002 al volante di una Ford Focus RS. 
 
9月14日

Kevin Everett

L'anno in corso passerà alla storia come uno dei più difficili nella storia della Nfl e che le cause che portano a pensare questo siano tutte diverse tra loro, da alcune tragiche fatalità a scelte regolamentari, poco cambia, perché mai e poi mai Roger Goodell si sarebbe aspettato di aver a che fare con cosى tante brutte notizie a poco più di un anno dalla sua elezione.

Cominciato con la tragica morte del giocatore dei Denver Broncos Darrent Williams in un animalesco agguato armato nella notte di Capodanno, il 2007 ha portato con sé le squalifiche illustri di Pacman Jones (Titans) e, soprattutto, della più importante icona nera dello sport di Atlanta, Michael Vick, oltre alle mille polemiche sul comportamento da duro dello sceriffo Goodell, su una giustizia stavolta stranamente lenta, e via via tra sospensioni, doping e la nuova “spy story” che coinvolge niente meno che Bill Belichik e i suoi Patriots.

A parte New England, perٍ, eravamo tutti convinti che con il kick off di giovedى notte tra Indianapolis e New Orleans tutto si sarebbe un po' pacato e che noi avremmo parlato e letto un po' più di football e un po' meno di polemiche. Fino a domenica.

Una domenica disastrosa che ha mietuto vittime in ogni campo da gioco, da Eli Manning, Brandon Jacobs e Osi Umenyiora per i Giants, Mike Brown e Dusty Dvoracek per Chicago, Orlando Pace, Chester Taylor, Cadillac Williams, la safety di Buffalo Ko Williams. Insomma, ce n'è per tutti e per ogni gusto. Alcuni di questi giocatori, vittime di una sosta troppo lunga e di preparativi che, tra palestre, preparazioni, corse, e cerimoniali amichevoli di preseason che tolgono il ritmo di gioco e la resistenza (oltre che l'attenzione) all'impatto, sono già finiti nella IR, per altri, come Mike Brown, potrebbe essere addirittura finita la carriera.

Ma questo è il football, si dirà, l'infortunio è dietro l'angolo, quando dall'inattività si passa al gioco, agli scatti e agli scontri veri, strappi, contusioni, stiramenti e, soprattutto, botte da orbi, cominciano a pesare come macigni sui giocatori meno pronti sulla linea di partenza. Si dice che solo dalla terza giornata in poi un giocatore professionista sia davvero rodato per la stagione, ma non credo esista una regola per tutti. Ciٍ che credo è che l'infortunio capitato a Kevin Everett domenica nel match contro i Broncos abbia lasciato tutti, almeno per un attimo, appassionati o meno, senza fiato.

Un normale scontro durante un ritorno con gli special team in campo, il tight end di Buffalo Kevin Everett che corre verso il portatore di palla, piega la testa, avanza una spalla e si lancia verso l'avversario che accenna appena a proteggersi; lo scontro, poi Everett cade in terra a peso morto e non si muove più. Forse il corpo non troppo abbassato, l'asse della testa e del collo troppo in linea, rigida, verso un corpo resistente, duro, che oppone resistenza e a sua vola spinge in senso opposto. Il collo di Everett ha ceduto, alcune delle prime vertebre si sono rotte, lui è rimasto a terra.

Quando capitano queste cose, per fortuna non troppo spesso, è il momento peggiore per ognuno di noi. E' il momento in cui il gioco smette di essere tale e diventa una cosa seria, il momento in cui un passatempo diventa un macigno che rotola pesantemente e senza controllo verso il fondo valle rischiando di investirci.

Questi sono i momenti in cui la magia sembra finire, in cui da bambino ti svegli uomo, momenti in cui anche il tuo hobby innocente ha un aspetto tragico e il tuo momento di relax è stressante come la vita di ogni giorno. Avresti voglia di spegnere il monitor e non guardare più, di chiudere il browser e non leggere più, ma alla fine hai due sole reazioni: cercare un perché che non esiste e reagire alle ragioni degli altri.

Come quelle dei media nostrani, ad esempio, che passano del football americano, puntualmente, solo notizie di morte, tragedia e il gossip pre e post Super Bowl, quei media, anche specializzati in sport, che vendono un'immagine farsa, di spettacolo circense animato da serial killer.

Sono finiti gli anni in cui Jack Tatum, detto “Assassin” colpiva con straordinaria cattiveria gli avversari obbligando la Nfl a rivedere le regole di contatto sui ricevitori, sono purtroppo finiti anche i giorni di Darryl Stingley, la vittima più famosa di Tatum, colpito violentemente nella preseason del 1977 e piazzato su una carrozzina per il resto dei suoi giorni, terminati, dicevamo, proprio il 5 aprile del 2007, l'anno più buio di questa lega.

E insieme ai media nostrani che passano tutto questo pattume, le improbabili affermazioni su blog, siti, commenti ad articoli “seri” come quelli della Gazzetta dello Sport, dove l'italico tifoso, ormai colto da febbre da rugby, ci spiega come “l'altra” palla ovale sia più nobile, onesta, corretta. Sportiva.

E cosى, un calciatore che muore per attacco cardiaco causa assurde regole sulla medicina sportiva di una delle più avanzate nazioni d'Europa è una tragica fatalità, un giocatore di football soltanto vittima della propria violenza da sfogare in un'arena di stupidità e show business. Il football, cari esperti del bar Sport, non è uno sport violento, come non lo è la boxe dove pure, di tanto in tanto, ci scappa il morto.

La violenza è quando oltrepassi le regole del tuo sport, quando colpisci per far male, quando vai oltre ciٍ che è consentito mettendo a repentaglio la tua vita e quella di altri. Eppure la boxe passa ancora per nobile arte, mentre il football è uno spettacolo per amanti del grottesco e del trash, come un qualsiasi incontro di wrestling. Un atleta è violento, non lo sport che pratica. Un pugile è violento, un terzino, una safety; non la boxe, il calcio, il football.

Nessuno è qui per difendere questa disciplina ma, certamente, davanti alla sofferenza di Everett, è stupido fermarsi a pensare che sia successo tutto quasi con premeditazione da parte di una lega assassina.

Nessun giocatore di football, come nessun pugile, per quanto cattivo, feroce e sopra le righe, spera di vedere il suo avversario non rialzarsi più, di spedirlo all'obitorio, di metterlo su una carrozzina per sempre. Non è quello lo scopo per cui questa gente si batte.

E qui non stiamo parlando di amare od odiare gli Stati Uniti, la loro cultura, il loro modo di vedere le cose, né si discute di quel 5% di atleti che, usciti dal ghetto, continuano a far finta di nulla, picchiano, sparano si drogano o girano armati.
Non vogliamo nemmeno drammatizzare sui vizi di qualche stella sportiva col portafoglio troppo gonfio e che magari per noia decide di scommettere sui combattimenti tra pitbull.

No, quello che si fa da queste parti, di solito, nel bene o nel male, è parlare di sport, è onorarne l'essenza, per quello che noi riusciamo a concepire. E' dire che Everett amava quello che faceva e, probabilmente, sapeva quali fossero i rischi.

Che nel football, tanto quanto nella Nascar o in Formula 1 o in Nhl, gli highlights più spettacolari, quelli che catturano l'attenzione dei più, siano anche incidenti, scontri, risse e colpi duri, non è colpa dello sport in sé, ma forse proprio della natura umana che nel gesto estremo, nella tolleranza del dolore e del pericolo, trova lo spettacolo di uomini che ogni volta che indossano una divisa sembrano semplicemente migliori di noi, più forti.

E tutto questo non cambierà di certo ora, in un mondo dove tutto è più veloce e ad ogni regola di sicurezza aggiunta in talune discipline, migliorano anche la velocità, la potenza e le strutture fisiche degli atleti raggiungono livelli estremi grazie alla scienza, i programmi personalizzati che controllano diete, esercizi, corse, sesso, passeggiate. Ma la Nascar non rallenterà le proprie macchine, la boxe non smetterà di esistere, il football non si trasformerà nel più “gentile, educato e signorile” rugby.

La stagione brucia in quattro mesi, cinque per i più fortunati, il resto sono camp, mini camp, training camp; tanta preparazione atletica, tanti esercizi e pochi, pochissimi scontri veri. E non puٍ essere diverso. Che poi questo condizioni la preparazione all'evento di molti giocatori, che porti a commettere errori o leggerezze non importa granché, perché oggi avremmo voluto storcere il naso per una lega che ci privava suo malgrado di tante stelle, di tanti giocatori interessanti, di tanti nostri idoli. Quando Everett è caduto, perٍ, abbiamo capito che non sarebbe stato cosى e che chi stava finendo in IR poteva tutto sommato tirare un gigantesco sospiro di sollievo.

Avremmo fatto riferimento a cose tipo “bollettino di guerra” senza essere tanto indelicati da paragonare un evento sportivo a tragedie immonde che colpiscono il mondo ogni giorno, avremmo cercato di farci tristi per parlare di questo legamento che si strappa e quella spalla che va fuori posto.

Lo stadio si è perٍ zittito, i medici in campo, Everett che non si muove, l'ambulanza, tutti i compagni inginocchiati intorno a lui, stretti fra loro quasi a proteggere il proprio compagno, pregando con e per lui. Sono momenti che, aldilà di ogni più scontato qualunquismo, di ogni più prevedibile retorica, nessuno di noi scorderà mai.

Everett è stato portato all'ospedale e operato d'urgenza quando persino la vita del giocatore sembrava in pericolo. Operato alle vertebre e tenuto appeso all'esistenza terrena, ci è stato detto che non sarebbe più stato un giocatore di football e che si stava valutando quello che questo ragazzo avrebbe potuto ancora muovere, quanta mobilità agli arti avrebbe recuperato.

L'ultimo comunicato, per fortuna, parla di “autentico miracolo”, il giocatore ha mosso autonomamente gambe e braccia e per i medici è un ottimo segnale, cosى come per noi un momento di tranquillità e pazienza se avremo un Everett in meno in campo.

Perché dentro di noi sappiamo che tutto andrà avanti, e non solo nella fantascientifica ed ingombrante realtà americana, ma in tutto il mondo, business o meno, la gente, gli spettacoli, vanno avanti. Come è andato avanti il ciclismo senza Pantani, la Formula 1 senza Senna, il motociclismo senza Rainey.

Non volevamo discutere di tutto questo, difendere uno sport che non ha bisogno di essere difeso da chi ha abbastanza intelligenza per capire, non riteniamo sia il posto giusto per certe dichiarazioni, per certe argomentazioni.
Tanto meno è convinto, chi scrive, di avere le carte in regola per poter dire o fare ciٍ che vuole, per sentenziare su altri o discutere di eventi tanto drammatici.

Avremmo dovuto parlare dei tanti infortuni che condizioneranno le sorti di parecchie squadre dopo solo sessanta minuti di football, avremmo dovuto farlo per puro spirito di informazione e discussione. Ma il caso di Kevin Everett era un peso troppo grande, una parte troppo seria di un film che dovrebbe solo risollevare lo spirito e non ricordare ogni secondo cosa c'è là fuori. Lo sappiamo, abbiamo i piedi per terra quando vogliamo; è che amiamo questo sport e vorremmo parlarne bene anche quando le cose vanno male.

Abbiamo parlato di Kevin Everett o, meglio, del mondo che lo circonda e dei pensieri che hanno colpito il sottoscritto, sinceramente scioccato da un evento cosى lontano, inserito in un sistema cosى futile per la vita di tutti i giorni, ma sentito davvero vicino.

Vi abbiamo parlato di Everett, che probabilmente nella vita sa fare solo il giocatore di football e che certamente non lo potrà più fare; vi abbiamo parlato di banalità sportive perché solo banalità sono volate dai soliti insulsi tifosetti calciofili (nulla contro la categoria più seria, per carità) che, puntualmente, sono convinti di conoscere ogni sport ed ogni sua sfaccettatura, fastidiosi come quegli ubriaconi che attaccano bottone al ristorante solo perché hai gli occhi alzati verso la televisione che trasmette l'ItalBasket e pensano di potersi fingere appassionati perché convintissimi che tutti, in Italia, si ami il calcio e si segua con distacco qualsiasi altra cosa.

Avremmo potuto essere meno ripetitivi, scontati, qualunquisti, populisti e tutto ciٍ che di palloso e inutile vi viene in mente, ma nella nostra passione abbiamo pensato che un articolo su Kevin Everett non lo si potesse scrivere né bene né male, ma che fosse importante semplicemente scriverne.

E se anche dopo il titolo ci si fermasse, si smettesse di leggere, andrebbe bene comunque perché quei pochi sfigati che sanno cos'è il football sapranno ascoltare e stringersi attorno a Kevin. Per chi ama questo sport, come chi lo pratica, sa che tutto questo puٍ accadere, ma non vorrebbe mai vederlo succedere, come bambini che guardano al proprio eroe convinti che mai nulla potrà fermarlo, sconfiggerlo, ucciderlo.

Dal “rookie blog” di Greg Olsen


“Ho giocato con Kevin per due anni al College di Miami. Lui è stato il tight end titolare prima di me e dopo Kellen Winslow. Quando io ero “redshirt” freshman lui era il TE, io l'H-back, insomma, eravamo i due tight end.
Abbiamo un ottimo rapporto, e gli auguro tutto il bene possibile. Stiamo tenendo tutti le dita incrociate perché le cose vadano meglio di quanto pensano i medici. Ognuno di noi pensa soltanto a lui in questo momento.

[...]

E' semplicemente incredibile. E' incredibile che succedano queste cose, sono infortuni che non puoi prevedere e ai quali non vuoi pensare. Ginocchia, caviglie, spalle e mani sono in genere gli infortuni a cui pensa la gente quando parla di giocatori di football. Ma non pensano al rischio per la vita, o a infortuni a lungo termine come questo.

[...]

Come giocatore di football non puoi pensare a questo genere di rischi. L'opportunità che capitino c'è sempre, ma non puoi pensarci o rovineresti ogni cosa”.



A pensarci, quindi, non riusciresti a giocare.

Greg Olsen (tight end dei Chicago Bears) ex compagno e amico di Kevin Everett e Alessandro Santini (mai giocato a football) amante della Nfl e amico di Kevin Everett vi hanno parlato di Kevin Everett. E pazienza se qualcuno della vostra squadra si è fatto male domenica scorsa. Incrociate le dita. 
9月7日

NFL Opening game, Indianapolis asfalta New Orleans.

Nel season opener della nuova stagione NFL i campioni del mondo danno una severa lezione alla squadra rivelazione del 2006, chiudendo con un 41-10, frutto di un 2° tempo stellare della propria difesa che chiude tutti i varchi a Drew Brees e addirittura lo intercetta due volte, di cui una riportata in end zone.

Peyton ManningLa partita cambia volto sul 10-7 Saints dopo il td dell'ex Jason David , che aveva strappato dalle mani di Wayne il pallone. Da lì in avanti monologo Colts con 2 td di Peyton Manning per Reggie Wayne (vendetta su David) e 1 su corsa per Joseph Addai (118 yards per lui).

La coppia Harrison-Wayne chiude con 198 yards ricevute e 3 touchdowns. Finisce con il carneade Matt Giordano che intercetta Brees e vola in endzone per il td che chiude il dominio Colts. 

9月6日

Clay Buchholz lancia un No-Hitter

Le lacrime, ad un certo punto, sono scese sulle guance del rookie di Nederland, Texas.
E non erano per l´emozione dell´impresa appena compiuta, ma erano per la spallata al naso ricevuta da David Ortiz che si era unito agli altri compagni di squadra nella corsa per abbracciare Clay Buchholz sul monte di lancio di Fenway Park.

E se il primo a raggiungere il rookie era stato il catcher Jason Varitek che aveva accuratamente evitato il braccio stanco da 115 lanci (73 strike) gli altri non erano andati tanto per il sottile nell´invadere l´infield ed "assalire" Buchholz.

ب stato Fenway Park lo sfondo perfetto ed i Baltimore Orioles la vittima sacrificale (10-0 il risultato finale) di una partita che resterà a lungo nella memoria dei tifosi bostoniani.

Buchholz ha infatti lanciato il terzo no-hitter (partita senza concedere valide) del 2007. Ma questa volta è davvero una prestazione ancora più fuori dal comune.

Dopo Justin Verlander dei Tigers e Mark Buehrle degli White Sox è un rookie dei Red Sox, alla sua seconda partenza in assoluto, a dominare il lineup avversario (9 gli strikeout) e a non concedere praticamente nulla (tre basi su ball ed un colpito) affrontando, grazie ad un colto in base, solo 30 battitori nel completare la sua partita.

La giocata chiave della giornata è stata opera di un altro rookie, il seconda base Dustin Pedroia. All´inizio del settimo, con la tensione ormai a livelli ben percepibili, Miguel Tejada batteva una legnata che passava attraverso il monte di lancio e che eludeva il guantone proteso di Buchholz.
No hitter andato è stato il pensiero immediato dei 36,819 spettatori presenti.

Ma, venendo dal nulla, ecco Pedroia: tuffo, guanto, presa, lancio, estensione di Youkilis, presa, piede di Tejada sul sacchetto di prima, out. Una spettacolare giocata, eseguita ed osservata tutta d´un fiato ed ecco che la speranza di vedere la storia prendeva davvero corpo.

Il fatto è che un no-hitter si sa quando finisce, ma non si sa quando inizia...nel quarto inning? nel quinto? nel sesto?
Oppure quando i commentatori radiotelevisivi iniziano a fare gli scaramantici e non menzionano più la parola "no-hitter", ma solo alludono al fatto della grande prestazione, del nessuna valida concessa?
Oppure quando il lineup avversario, dopo una giocata difensiva particolarmente buona, inizia a credere anch´esso che ci sia qualcosa davvero grosso che bolle in pentola...ma proprio oggi deve accadere, proprio contro di noi?!

E non c´era miglior modo per iniziare settembre per i Boston Red Sox, nel mezzo di una intensa pennant race con gli archirivali di New York, gli Yankees, sempre vicini e pronti ad approfittare di ogni passo falso dei ragazzi del New England.

Ma facciamo un passo indietro.
Quello di Clay Buchholz sembra un destino segnato dalle stelle. Scelto dai Sox (dopo Jacoby Ellsbury e Craig Hansen e prima di Jed Lowrie e Michael Bowden!) come compensazione per aver perso Pedro Martinez come free agent (giugno 2005).

Buchholz esordisce nelle leghe maggiori contro Roger Clemens, alt fermi tutti, ma non era solo AA?? (Portland SeaDogs contro Trenton Thunder, 23 maggio 2007).
Vero, ma è lui che affronta The Rocket in una delle sua partite di preparazione all´esordio con gli Yankees.

E poi la chiamata in AAA il 16 luglio.
Ed infine la chiamata a Boston per coprire un doubleheader con gli Angels affiancato all´asso della rotazione Josh Beckett.

Anche se le parole di Terry Francona erano chiare: ”Anche se lancerà un no-hitter tornerà in AAA!" Wow.

E dopo la vittoria all´esordio ecco la nuova chiamata, il primo settembre, all´espansione dei roster a 40 giocatori. Tocca di nuovo a te Clay, ci sono gli Orioles, gli Yankees hanno già vinto, sono a 4 partite e mezza. Vincere.

Ed ecco i primi out, un colpito, nessuna valida, via veloci fino all´inizio del quinto inning quando back-to-back basi su ball a Kevin Millar ed Aubrey Huff spingono il pitching coach John Farrell ad una visita sul monte. Limitare i danni.

Clay ne esce brillantemente: stirkeout, ground ball e volata di Jay Payton co Millar che resta in terza. Nel sesto nuova base su ball per iniziare l´inning, ma Brian Roberts vien cancellato colto fuori base. La tensione cresce quando una gran volata di Corey Patterson viene raccolta da un´eccellente giocata difensiva di Coco Crisp per il secondo out e quando Nick Markakis gira a vuoto per lo strike out che chiude l´inning.

L´attacco Sox nel frattempo chiude la partita segnando 4 volte nella parte bassa del sesto per un vantaggio che legge 8-0.

L´inizio del settimo è forse la chiave di volta dell´intera partita.
Dopo la giocata di Pedroia il feeling dell´impresa è palpabile. La folla esplode ad ogni veloce di Buchholz, ad ogni cambio di velocità che generi una girata a vuoto. Millar va K ed Huff alza una candelaccia che Youkilis agguanta in zona foul per chiudere il settimo.

Nell´ottavo è Scott Moore a far correre Coco, mentre JR House sventola a vuoto il terzo strike e Payton batte una rimbalzante a Buchholz stesso che la infila nel guanto e sottomano la porge a Youkilis (sembra l´ultimo out delle World Series 2004) e mancano solo tre out.

Ma è il pitch count adesso a preoccupare lo staff dei Red Sox. Sia il manager Tito che il GM Theo Epstein non vogliono sovraccaricare il ragazzo. Buchholz non ha mai lanciato più di 98 volte in uno start.

Decidono che comunque vada 120 sarà il tetto massimo. Il comebacker (girata al primo lancio di Payton) è il lancio numero 103. Sarebbe terribile doverlo fare uscire magari ad un solo out dall´impresa.

Nel nono, con la tensione ormai altissima, Brian Roberts, veterano di mille battaglie, va out con l´ottavo K di Buchholz, mentre Crisp agguanta un´altra lunga volata di Patterson per il penultimo out. E sale al piatto Nick Markakis, conto 1-2, curva congelante, Markakis la guarda, Jason parte a razzo verso il monte, Joe West enfaticamente chiama lo strike.

Esplode Fenway Park. La voce dei commentatori, Orsillo, Castiglione, Remy, gracchia altissima: “No Hitter! No Hitter!”

Il 23enne texano affonda in una marea bianca di Red Sox.
E Josh Beckett prende in giro Curt Schilling... 

9月4日

NFC East Prewiew

La Nfc East è negli ultimi anni la divisione piu’ equilibrata ed incerta della NFL. La corsa ai playoff ma anche la battaglia per la vittoria stessa della division si è risolta spesso all’ultima gornata. Ma all’interno della NFC, negli ultimi tempi di un livello inferiore rispetto alla AFC, anche la più competitiva. Nel 2006 ha portato ben tre squadre su quattro ai playoff, con i soli Washington Redskins a dover stare a casa. Philadelphia e New York si affrontarono nella wild card, con gli Eagles poi fuori nel divisional contro i Saints, mentre Dallas dovette soccombere a Seattle per il clamoroso errore di Tony Romo nelle vesti di holder, in un finale di partita ancora indelebile negli occhi dei tifosi della stella. Quest’anno poi la schedule sembra fatta per aumentare tensione e suspence. Ostilità aperte subito dalla prima giornata con lo scontro in prime time tra Dallas e New York, proseguendo per il Monday Night della seconda settimana tra Washington e Philadelphia. Già ribattezzata “The Game Of Games” la partita al Fed Ex Field tra Redskins e Cowboys nell’ultima settimana di regular season.

WASHINGTON REDSKINS



A Washignton le aspettative all’inizio di ogni stagione sono sempre molto alte. La pressione dei media si abbatte sui Pellerossa della capitale quando la offseason è agli sgoccioli e si sta per fare sul serio. Specialmente quando si deve ritornare in carreggiata dopo un record di 5-11 come quello dello scorso anno e specialmente quando si tratta del 75° anno di vita della franchigia da onorare. Ancora di piu’ quando si è dovuto guardare da casa tutte le tre rivali affrontare l’avventura in postseason di gennaio.

La difesa è stata il punto debole della scorsa stagione. Quella difesa che l’anno precedente aveva trascinato la squadra ai playoff, bilanciando i problemi di un attacco a dir poco anemico, ha sofferto una mancanza di aggressivita’ e di pressione portata all’attacco, oltre che di un numero esiguo di palloni recuperati, solo 12, record storico negativo. I problemi maggiori sono venuti dalla secondaria sempre in balia del quarteback avversario, per questo con la prima scelta del Darft 2007 si è aggiunta la safety LaRon Landry da Louisiana State che dispone di ottime doti di colpitore, e molto probabilmente partira’ subito come titolare, insieme al confermato Sean Taylor. Il duo in prospettiva potrebbe essere la migliore coppia di safety della lega.

Negli ultimi anni Dan Snyder, il proprietario della franchigia della capitale, ha abituato i suoi tifosi a campagne di free agency da ingordi, cercando di costruire la squadra vincente subito, immediatamente, sacrificando spesso le scelte nei draft. Quest’anno la tendenza sembra essersi attenuata, almeno nell’attacco. La difesa invece ne beneficia ancora con l’arrivo del veterano London Fletcher alla sua decima stagione tra i pro che occupera’ la posizione di linebacker centrale. L’ex Bills e campione NFL con i Rams comandera’ la difesa ed avra’ al suo fianco il giovane Rocky McIntosh scelto al draft 2006 che iniziera’ la sua prima stagione da titolare. Per il giovane linebacker da Miami l’esordio come starter lo scorso dicembre nelle ultime due partite di regular season è stato piu’ che positivo: 10 tackle in entrambe le gare e un buono aiuto anche negli special teams dove ha registrato anche un punt deflettato.

A completare il terzetto di linebacker l’ormai veterano in maglia pellerossa Marcus Washington. Dopo aver saltato le ultime due gare lo scorso dicembre per problemi ad un ginocchio, il giocatore da Auburn sara’ fondamentale per le sue doti di pass rusher e di copertura orizzontale del campo. Anche la secondaria ha avuto rinforzi dal mercato dei free agent: La vecchia conoscenza Fred Smoot ritorna nella capitale dopo due stagioni da dimenticare nelle file dei Vikings ed un altro cornerback arriva da Arizona: David Macklin, alla sua ottava stagione in NFL, che aggiunge profondita’ al reparto. Al termine della preseason sapremo con certezza chi partira’ nella week 1 tra Smoot e Carlos Rogers, la giovane scelta di due anni fa in calo come efficacia la scorsa stagione dopo un’ottimo esordio nel suo anno da rookie. Bisognera’ anche vedere se Shawn Spring potra’ finalmente rimanere libero da infortuni che ne hanno minato la scorsa stagione.

La linea che come si diceva ha faticato molto a mettere sotto pressione gli attacchi avversari, con sole 13 sacks totali, rimane sostanzialmente invariata. L’emergente Kedric Golston nella stagione da rookie ha conquistato il posto fisso giocando come tackle destro a fianco dell’esperto Cornelius Griffin. Ai lati esterni ci sono sempre Phiilip Daniels e Andre Carter. Daniels puo’ essere il punto debole dal punto di vista infortuni data l’eta’. Carter ha guidato la squadra con 6 sacks nel 2006.

Sul fronte del possesso dell’ovale sulla carta ci sono pochi dubbi sul talento a disposizione. La novita’ è che per la prima volta da svariati anni gia’ dall’inizio della offseason si aveva la certezza del quarterback titolare. Jason Campbell, che ha giocato le ultime sette partite nel 2006 con 10 touchdown e 1297 yards lanciate, ha potuto cosi’ familiarizzare meglio con il playbook senza la pressione della competizione per il posto di partente. Un Clinton Portis ristabilito dai guai fisici che lo hanno tormentato, insieme a Ladell Betts che lo ha ottimamente sostituito con 1154 yards e 4 td in 9 partite da titolare, sono una coppia di backs versatile e di grande aiuto per il giovane Campbell.

Il gioco aereo in profondita’ è al sicuro nelle mani di Santana Moss, mentre sul corto raggio e come valvola di sicurezza oltre che per chiudere downs Chris Cooley è diventato uno dei migliori tight end di tutta la lega, segnando 6 Td con 734 yards ricevute. Antwaan Rande El occupa il secondo spot di wr oltre ad essere un’opportunita’ per trick play e un’eccellente ritornatore per gli special teams.

La linea offensiva pone qualche dubbio dopo la dipartita di Derrick Dockery. Preso in extremis Pete Kendall dai Jets in cambio di una quinta scelta 2008, visto che evidentemente Todd Wade non convinceva a fondo, il rischio è quello di non riuscire a proteggere a sufficienza il quarterback. Altro problema di questo attacco sono il ritmo e le penalita’ che hanno fermato troppi drive la scorsa stagione. Il coordinatore Al Saunders e Joe Gibbs sono chiamati a semplificare e a dare una direzione chiara ad un playbook apparso troppe volte incerto rispetto alla situazione da giocare, oltre che a disciplinare tutta l’unita’ sul ritmo per ridurre le penalita’.



NEW YORK GIANTS



Nella Grande Mela inizia una nuova era. La prima stagione del dopo-Tiki Barber. Il running back aveva gia’ annunciato il suo ritiro durante lo svolgimento del campionato scorso, ma quando ancora lo vedi in campo non sembra vero. Invece ora si deve ripartire senza il giocatore simbolo della franchigia negli anni duemila. Tiki lascia come leader della storia dei Giants per yards corse, 10449 e ricevute, 5183, condite da 55 touchdown. L’ultima apparizione quella a Philadelphia nel playoff perso lo scorso gennaio.

Molti tifosi avrebbero certamente preferito veder partire coach Tom Coughlin che invece rimane al timone della squadra per il quinto anno. Dopo due sconfitte consecutive in altrettante apparizioni in postseason si pensava ad un cambio anche visti i rapporti non proprio idilliaci con alcuni giocatori, che lo hanno piu’ volte accusato di essere battuto tatticamente dall’avversario. Coughlin rimane in sella e dovra’ forzatamente dare prova della fiducia avuta. Rimandata quindi la curiosita’ di vedere Eli Manning giocare con un sistema offensivo diverso. Il giovane quarterback, fratellino del piu’ blasonato Peyton, si trova al bivio. Fare quel salto di qualita’ definitivo, necessario per prendere davvero per mano la squadra e condurla con sicurezza.

Sulle corse la parola passa al duo Brandon Jacobs-Reuben Droughns. Il primo gia’ da due anni serve nelle situazioni di corto yardaggio e di goal line con ottimi risultati vista la sua stazza e le doti di sfondamento. Il secondo arriva da Cleveland, dopo la formazione alla scuola Shanhan nei Broncos, da una stagione in calo dopo due consecutive da oltre 1200 yards. Il punto di domanda è se i due insieme riusciranno a compensare i numeri di Tiki sia sul terreno che in ricezione, oltre che a livello di bloccaggio sul passing game.

Sul fronte aereo non ci sono sostanziali cambiamenti. La velocita’ e le mani di Plaxico Burress continueranno ad essere il bersaglio in profondita’, mentre il tight end Jeremy Shockey è sempre un’ottima valvola di sicurezza, oltre a garantire l’apertura del gioco sul medio raggio. Il veterano Amani Toomer sara’ allineato come secondo ricevitore, ginocchio permettendo. Dopo l’operazione dello scorso novembre, il training camp ha dato riscontri positivi, ma data l’eta’ meglio essere cauti. Per questo al draft è stata spesa la seconda scelta per Steve Smith da USC, omonimo del piu’ noto ricevitore di Carolina, che durante la preseason in corso sara’ in ballottaggio per il terzo spot di ricevitore con Sinorice Moss, avvantaggiato dal fatto di entrare nella sua seconda stagione.

Completamente ridisegnata l’unita’ difensiva grazie all’arrivo del nuovo coordinatore Steve Spagnuolo da Philadelphia. Partendo dalla secondaria Gibril Wilson passera’ alla posizione di free safety e James Butler lo sostituira’ come strong safety. La posizione di cornerback vedra’ ancora Sam Madison e Corey Webster come prima linea, con quest’ultimo che trarra’ certamente beneficio della maggiore aggressivita’ degli schemi di Spagnuolo, piu’ impostati alla copertura a uomo. La profodita’ al reparto è garantita dalla prima scelta al draft Aaron Ross da Texas, dotato di ottima velocita’, che servira’ anche come ritornatore sui punt.

Il linebacker centrale Antonio Pierce è l’unico rimasto dalla scorsa stagione. Il pacchetto si completa con Mathias Kiwanuka, che dopo la stagione da rookie come difensive end passa al ruolo piu’ adatto al suo fisico, e dove sara’ certamente piu’ proficuo grazie alla sua velocita’, e Kawika Mitchell arrivato da Kansas City, dove ha guidato la difesa con 118 tackles.

Con due end sulla linea come Osi Umenyiora e Michael Strahan, se il veterano numero 92 sciogliera’ l’holdout e sara’ della partita, il fronte sette di difesa è la parte migliore dei Giants e con la nuova filosofia piu’ aggressiva e impostata a giocare piu’ sul pallone che sulla semplice lettura e reazione alla giocata del’attacco, i Blues avranno molte opportunita’ di rimanere sempre in partita.



PHILADELPHIA EAGLES



Gli Eagles, campioni in carica della division, ripartono dal loro giocatore simbolo, quel Donovan McNabb che sara’ di nuovo in campo, ristabilito dall’infortunio al ginocchio che lo costrinse a lasciare la guida a Jeff Garcia. Il veterano ex-49ers ha portato le aquile ad un passo dal Championship, salvando una stagione che senza il numero 5 sembrava destinata al naufragio, ed è partito verso altri lidi durante la offseason.

Al draft invece la mossa che pochi si attendevano a Philadelphia. Con la prima scelta è stato selezionato un quarterback, Kevin Kolb da Houston. Una prospettiva futura certo, ma che insinua forse qualche dubbio anche sul presente piu’ prossimo. Nelle ultime stagioni McNabb ha accusato piu’ di un problema e la sua mobilita’ potrebbe iniziare a risentirne, anche vista l’eta’, ormai verso i 31. Sicuramente avvertira’ una pressione ulteriore da questa scelta del team.

Se anche Brian Westbrook, 1217 yards nel 2006 correndo a una media di 5.1, rimarra’ lontano da infortuni, l’attacco degli Eagles rimane una delle migliori unita’ offensive della lega. A ricevere i palloni distribuiti da McNabb, oltre a Reggie Brown, 816 yards e 8 touchdown, anche il nuovo arrivato Kevin Curtis dai Rams, dotato di ottima precisione nel correre tracce. Il tight end L.J. Smith sta recuperando da un infortunio al ginocchio e dovrebbe essere a posto proprio per l’inizio della stagione. La protezione garantita dalla linea offensiva è intatta, anche se i due tackle veterani Jon Runyan e Williams Thomas sono anche loro oltre i trenta e potrebbe esserci qualche dubbio sulla durata alla distanza.

In difesa la linea ha subito un discreto lifting con la partenza di Darwin Walzer e l’arrivo di Montae Reagor e Ian Scott, oltre alla seconda scelta al draft Victor Abiamiri. Con la situazione sul recupero dall’infortunio ai legamenti di Jevon Kearse ancora non del tutto chiara e che verra’ valutata definitivamente solo a fine preseason, si è data profondita’ al reparto per cautelarsi da ogni eventualita’.

Dietro la linea anche il reparto linebacker è cambiato in buona parte. Tagliato Jeremiah Trooter a sorpresa a preseason gia’ avviata la posizione centrale va a Omar Gaither scelto al quinto giro nel 2006 che nella prima stagione ha registrato 48 tackles con 1 sack e 1 intercetto, ai lati il veterano da dieci stagioni, Takeo Spikes arriva dai Bills per occupare probabilmente il lato debole, mentre Chris Gocong scelto al terzo giro nel 2006 ha disputato un ottimo camp e dovrebbe essere suo il posto di strong side nel suo anno da rookie.

Immutata invece la secondaria, con l’unico dubbio riguardo al problema al tendine d’Achille per il veterano ormai 33enne Brian Dawkins. E’ l’unica parte scoperta dato che come specifica free safety non cè profondita’ per ricoprire un’eventuale sua assenza. Confermata la strong safety Sean Considine e l’ottima coppia di cornerback Sheldon Brown e Lito Sheppard.

Un roster che ha una delle eta’ medie piu’ alte, e che nel suo insieme potrebbe trovarsi di fronte all’ultima chance reale di poter puntare in alto. Di contro coach Andy Reid ha portato la franchigia a un numero di vittorie in doppia cifra in quattro delle ultime cinque stagioni e gli Eagles sono i favoriti per la vittoria della division, ma no solo, senza infortuni sulla loro strada sono i piu’ seri candidati a rappresentare la NFC al Super Bowl.

DALLAS COWBOYS



Con ancora vivo il ricordo del clamoroso errore di Tony Romo nel playoff sul campo di Seattle, quando il quarterback dei texani, nelle vesti di holder, si fece sfuggire il pallone non consentendo al suo kicker di calciare i tre punti della vittoria, i Cowboys ritornano in marcia sotto una nuova guida. Ritiratosi “The Big Tuna” Bill Parcells che aveva mostrato molti limiti nella gestione del roster, e nella dimenticanza stessa di rimuovere Romo dal ruolo di holder una volta che questi era diventato il qb titolare, arriva coach Wade Phillips da San Diego dove era il defensive coordinator.

Il coaching staff è il reparto piu’ rinnovato rispetto al 2006. Nuovi anche il coordinatore dell’attacco, Jason Garrett proveniente da Miami dove si occupava dei quarterbacks, e quello della difesa, Brian Stewart che ha seguito Phillips da San Diego e quindi conosce gia’ bene i meccanismi della 3-4 che il coach utilizzava nei Chargers.

La continuita’ del talento a disposizione senza modifiche sostanziali al roster potrebbero essere l’arma in piu’ per Dallas. Dopo l’esordio da titolare a stagione gia’ avviata, con 2903 yards lanciate e 19 Td, Romo si potra’ confermare avendo ancora come bersagli Terrell Owens e Terry Glenn con quest’ultimo fermo durante la preseason per un problema al ginocchio ma che dovrebbe essere pronto per week 1. In caso Patrick Crayton ha gia’ mostrato di poter essere agilmente il secondo wr con 4 Td in 36 ricezioni nel 2006.

La linea offensiva ha beneficiato di una dele due maggiori addizioni a livello di personale. Leonard Davis guardia dai Cardinals per rimpiazzare il posto di Rivera. Sulle corse le prime indicazioni di preseason dicono che Julius Jones avra’ piu’ portate che nella rotazione usata da Parcells, con maggiore impiego nelle ultime 20 yards. Marion Barber sara’ comunque chiamato alla sua parte, ma con tempi differenti.

Da coach Phillips ci si aspetta un cambio di stile nella difesa 3-4, per renderla piu’ aggressiva e reattiva. Le aggiunte riguardano Ken Hamlin free safety dai Sehawks, 96 tackle e 3 intercetti nel 2006 e Anthony Spencer, linebacker, scelto al primo giro 2007. Se Greg Ellis, ancora fermo per infortunio al tendine d’Achille, non sara’ pronto per la prima settimana di regular season, il giovane rookie potrebbe entrare in azione da subito. Dei nuovi schemi trarra’ vantaggio anche Roy Williams, la strong safety, 58 tackle e 5 intercetti nel 2006, che giochera’ molto probabilmente piu’ vicino alla linea di scrimmage.

Per concludere Dallas puo’ correre per un posto ai playoff, che nel livello della NFC sarebbe abbastanza sicuro, mentre per il titolo di division Philadelphia è un gradino piu’ avanti. New York e Washington attendono conferme dai loro roster in termini di prestazioni continuative e possono eventualmente sfruttare qualche passo falso delle due rivali.