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6月29日
Doveva essere il Draft di Greg Oden, e così è stato. Prima scelta assoluta, chiamato come da previsione dai Portland Trail Blazers. Alla due il patron Stern chiama sul palco Kevin Durant, per conto dei Seattle Sonics. E fin qui nessuna sorpresa, in un Draft in cui, come da previsione, di sorprese ce ne sono state, e non poche, né di scarso valore. Collegamento intorno all’una, prima chiamata una ventina di minuti circa dopo essermi incollato al pc. Non riuscendo a far partire alcun dannato programma per vedere l’evento, mi “accontento” di ESPN e intanto navigo tra forum e siterelli vari. Sono in salotto, e a tenermi compagnia c’è la tv accesa con la diretta della Copa America. Paraguay-Colombia prima, Argentina-Usa poi. Ma è solo un contorno, non preoccupatevi baskettofili….Prima che Oden venisse ufficialmente convocato da Stern, iniziano a circolare i rumors e una trade va davvero in porto, e mica bruscolini: i Celtics prendono Ray “He got game” Allen e la scelta 35 dei Sonics, con Delonte West, Szczerbiak e il quinto pick in direzione di Emerald city. Ma che ci va a fare Allen nella squadra di Pierce??? Boh! Si prosegue, cinque minuti e oltre di attesa tra una chiamata e l’altra sono piuttosto snervanti, anche perché il bello deve ancora venire. Tre e quattro, confermate dai mock degli ultimi giorni, gli Hawks prendono Horford e i Grizzlies, senza un play, si accaparrano Conley. Con la quinta i Sonics, ceduto Allen, vanno su un giocatore pronto subito, la guardia Jeff Green da Georgetown. Il nuovo GM Presti vuole rifare il giocattolo da zero: fuori Allen e Lewis, dentro Green e Durant. I cinesi sono in fermento, il loro prediletto non è ancora stato chiamato, “dove andrà?”, farfugliano in mandarino. Tombola, eccoli accontentati: con la sesta chiamata i Bucks scelgono Yi Jianlian. Mani nei capelli per l’entourage del bambinone: ma dov’è Milwaukee?? Questa chiamata fa scattare diverse voci di trades, o chiamata per conto di altri, ma alla fine il cinese andrà nel Wisconsin, per la felicità della madre Cina. Diversi interrogativi: ma con Villanueva e Bogut, un altro lungo soft che non fa paura in vernice dovevano pigliare. Tra l’altro i Bucks non l’avevano nemmeno provinato e Milwaukee è una delle poche città a non avere una comunità cinese. Adesso tocca ai Wolves: si sceglie per far felice Garnett o per sostituirlo?? Chiamano Brewer, da Florida, quando avevano potenzialmente Brandan Wright, un possibile nuovo KG. E proprio Wright, disperato nella green room dopo una stagione passata a ridosso dei soli Durant e Oden, finisce a Charlotte, scelto da Michael Jordan, ex Tar Heel come il bimbo. Colpo di scena: Wright verrà spedito ai Warriors da coach Nelson in cambio di Jason Richardson. Sembra che ci possano guadagnare entrambe dalla trade. Il draft intanto prosegue, i Bulls, alla disperata ricerca di un lungo con punti nelle mani, si prendono Joakim Noah, vestito da gelataio con tanto di papillon. Non proprio quel tipo di attaccante, che poteva essere Spencer Hawes, lungo bianco con mani zuccherose, che invece va ai Kings ad affinare l’arte del gioco in post up da Brad Miller. Gli Hawks, che un play lo cercano da una vita, con la 11 prendono Law e non l’idolo locale Crittenton, da Georgia Tech, che invece crolla fino alla 19 e va ai Lakers. Come andrà con coach Zen e il triangolo questa combo-guard che assomiglia parecchio a Smush?? L’altro Yellow Jacket, Thaddeus Young, va a Philadelphia, che aggiunge atletismo e talento ad un roster che necessitava di un lungo (poi han preso Jason Smith da Colorado St.). Julian Wright va a New Orleans con la 13, che cercava un’ala tuttofare, e, perso Young, ha puntato sul chicagoano da Kansas. I Clippers bisognosi di un play, passano Crittenton e scelgono Al Thornton: che sia il sostituto di Maggette?? Pistons e Knicks mantengono le promesse con Rodney Stuckey (alla 15 e sostituirà Delfino e Flip Murray) e Wilson Chandler. Nick Young va a Washington, e finalmente dal pubblico si alza un ragazzo di pelle bianca di nero vestito, chiamato dai Warriors: è il nostro Marco Bellinelli. Stretta di mano a Stern e futuro nella baia, con un J-Rich in meno e un coach amante degli europei, Nelson, in più. Prima di Beli, i Nets scelgono Sean Williams, lungo da Boston College, grande atleta e stoppatore, pizzicato però all’ultimo anno di college e cacciato per una sospetta affinità con la marijuana. Alla 21 Miami (da Phila) si prende Daequan Cook, tiratore da Ohio State, i Bobcats allungano il reparto esterni con Jared Dudley, fantastico al predraft di Orlando. Intanto c’è aria di insurrezione al Madison, salgono i cori “fire Isiah, fire Isiah!!” e lui, GM e coach dei padroni di casa, risponde con una trade: spedisce Francis, il suo contratto e il tanto coccolato Frye a Portland, in cambio di Zach Randolph, Fred Jones e Dickau. C’è aria di tempesta perfetta dalle parti di Times Square…..anche la Copa America continua, 5-0 del Paraguay alla Colombia e sta per iniziare la gara dell’Argentina. Finalmente Rudy Fernandez viene chiamato, dai Suns, che però lo spediscono ai Blazers per quache pezzo in verde. Sento che il sonno mi sta prendendo ma mi convinco di resistere almeno fino alla fine del primo giro. Senza immagini è piuttosto dura. Dopo Morris Almond, scelto dai Jazz, i Rockets scelgono inspiegabilmente un altro play, dopo aver acquisito Mike James da Minnie e aver già in casa Alston, Lucas e Spanoulis. È Aaron Brooks, piccolo, ma molto piccolo play da Oregon. I Pistons a sorpresa vanno con Afflalo da UCLA, gli Spurs, da buoni intenditori, vedono Splitter, il brasiliano del Tau Vitoria ancora libero, e non esitano a chiamarlo: saranno ancora storie tese coi baschi dopo la querelle Scola?? I Suns richiamano, e pigliano Alando Tucker, giocatore discreto ma senza tiro da fuori pr una squadra di cecchini. Chiude il primo giro Philadelphia, che chiama il play finnico Petteri Koponen, subito girato a Portland in cambio del pick 41, che si realizzerà in Derrick Byars, big guard da Vanderbilt. Il primo giro si è concluso alle 4.51, è ora di andare a nanna, anche perché l’Argentina ha strapazzato 4 a 1 gli americani e adesso c’è rimasto il wrestling. Inoltre tra i buchi della tapparella cominciano a filtrare le prime luci dell’ alba. Per quanto riguarda il secondo giro, che avrò guardato con calma in mattinata dopo una bella tazza di caffè e poche ore di sonno, da sottolineare la scelta di Marcus Williams, swingman da Arziona che va ai campioni Nba, McRoberts da Duke crolla fino alla 37 e va a Portland, i Lakers prendono il cinese Sun Yue e Marc Gasol, fratellino di Pau. I Bulls rischiano di aver fatto un bel colpo alla 49 con la chiamata di Aaron Gray, centro bianco con mani discrete da Pittsburgh. Dallas prende due tiratori bianchi: Nick Fazeks, che prenderà il posto probabilmente di Croshere, e il lituano Seibutis, guardia che rimmarrà ancora in Europa. Chiudiamo con altri due giocatori dei Florida Gators bicampioni Ncaa che vanno al piano di sopra: Taurean Green viene chiamato dai Blazers mentre il solido lungo Chris Richard va a Minnesota, una scelta stile Craig Smith dello scorso anno. Anche per quest’anno il draft si chiude, ora attendiamo i botti del mercato.
29.06.2007. 04:55
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PRIMO GIRO:
1. Portland - Greg Oden C (Ohio State)
2. Seattle - Kevin Durant F (Texas)
3. Atlanta - Al Horford F/C (Florida)
4. Memphis - Mike Conley jr. G (Ohio State)
5. Seattle (da Boston*) - Jeff Green F (Georgetown)
6. Milwaukee - Yi Janlian F (Guangdong Tigers, Cina)
7. Minnesota - Corey Brewer F (Florida)
8. Golden State (da Charlotte**) - Brandan Wright F (Norh Carolina)
9. Chicago - Joakim Noah F/C (Florida)
10. Sacramento - Spencer Hawes C (Washington)
11. Atlanta - Acie Law G (Texas A&M)
12. Philadelphia - Thaddeus Young G/F (Georgia Tech)
13. New Orleans - Julian Wright F (Kansas)
14. LA Clippers - Al Thornton F (Florida State)
15. Detroit - Rodney Stuckey G (Eastern Washington)
16. Washington - Nick Young G (USC)
17. New Jersey - Sean Williams C (Boston College)
18. Golden State - Marco Belinelli G (Fortitudo, Italia)
19. LA Lakers - Javaris Crittenton G (Georgia Tech)
20. Philadelphia (da Miami***) - Jason Smith C (Colorado State)
21. Miami (da Philadelphia***) - Daequan Cook G (Ohio State)
22. Charlotte - Jared Dudley F (Boston College)
23. New York - Wilson Chandler F (De Paul)
24. Portland (da Phoenix****) - Rudy Fernandez G (Joventut, Spagna)
25. Utah - Morris Almond G (Rice)
26. Houston - Aaron Brooks G (Oregon)
27. Detroit - Arron Afflalo G (UCLA)
28. San Antonio - Tiago Splitter C (TAU Vitoria, Spagna)
29. Phoenix - Alando Tucker F (Wisconsin)
30. Portland (da Philadelphia*****) - Petteri Koponen G (Finlandia)
* Boston cede la scelta numero 5 (Jeff Green), Wally Szczerbiack e Delonte West a Seattle in cambio di Ray Allen
** Charlotte cede la scelta numero 8 (Brandan Wright) a Golden State in cambio di Jason Richardson e la scelta numero 36 (Jermareo Davidson)
***Miami e Philadelphia si scambiano le scelte 20 e 21. A philadelphia vanno considerazioni in denaro.
**** Phoenix cede la scelta numero 24 (Rudy Fernandez) a Portland in cambio di soldi.
***** Philadelphia cede la scelta numero 30 (Petteri Koponen) a Portland per la scelta numero 42 (Derrick Byars) e denaro.
Altri movimenti di mercato ufficiali:
Portland cede Zach Randolph, Fred Jones e Dan Dickau a New York in cambio di Channyng Frye e Steve Francis
SECONDO GIRO:
31 Seattle (da Memphis) - Carl Landry F (Purdue) 32 Boston - Gabe Pruitt G (USC) 33 San Antonio - Marcus Williams F (Arizona) 34 Dallas - Nick Fazekas F (Nevada) 35 Boston (da Seattle) - Glen Davis F (LSU) 36 Charlotte (da Golden State) - Jermareo Davidson F (Alabama) 37 Portland - Josh McRoberts F (Duke) 38 Philadelphia - Kyrylo Fesenko F (Ucraina) 39 Indiana (da Miami) - Stanko Barac C (Bosnia) 40 LA Lakers - Sun Yue F (Cina) 41 Minnesota - Chris Richard C (Florida) 42 Philadelphia (da Portland) - Derrick Byars F (Vanderbilt) 43 New Orleans - Adam Haluska G (Iowa) 44 Orlando - Reyshawn Terry F (North Carolina) 45 LA Clippers - Jared Jordan G (Marist) 46 Golden State - Stephane Lasme F (Massachusetts) 47 Washington - Dominic McGuire F (Fresno State) 48 LA Lakers - Marc Gasol C (Spagna) 49 Chicago - Aaron Gray C (Pittsburgh) 50 Dallas - Renaldas Seibutis G (Lituania) 51 Chicago - JamesOn Curry G (Oklahoma State) 52 Portland - Taurean Green G (Florida) 53 Portland Demetris Nichols F (Syracuse) 54 Houston - Brad Newley G (Australia) 55 Utah - Herbert Hill F (Providence) 56 Milwaukee - Ramon Sessions G (Nevada) 57 Detroit - Sammy Mejia (DePaul) 58 San Antonio - Giorgos Printezis F (Grecia) 59 Phoenix - D. J. Strawberry G (Maryland) 60 Dallas - Milovan Rakovic F (Serbia)
| 6月26日
L'ex WWE e WCW Champion Chris Benoit, sua moglie Nancy, conosciuta nel mondo del wrestling come "Woman", ed il loro figlio Daniel sono stati trovati morti stamattina ad Atlanta, Georgia. Non si hanno ulteriori notizie. E' l'ennesima gravissima tragedia che scuote il mondo del wrestling negli ultimi anni. In un primo momento si era pensato che fosserò morti anche gli altri due figli di Benoit, che invece si trovano in Canada e stanno bene.
Attualmente i dirigenti della WWE stanno decidendo i dettagli, ma è stabilito che la puntata di Raw di stanotte sarà dedicata alla memoria di Benoit. L'annuncio è stato dato ufficialmente da WWE.com.
A quanto pare, gli investigatori di Atlanta (Georgia) hanno ipotizzato un omicidio-suicidio, con Benoit che avrebbe ucciso la moglie Nancy e il figlio Daniel di 7 anni nel weekend, per poi togliersi la vita lunedì.
La puntata di Raw, ieri notte, è andata in onda come commemorazione del wrestler scomparso, senza pubblico e con l'intervento di alcuni wrestler tra cui Stone Cold Steve Austin e Triple H che hanno ricordato l'amico tragicamente defunto.
La puntata si è aperta con Vince McMahon che ha spiegato come la sua presunta "morte" fosse solo una storyline, mentre quella del wrestler canadese sia un decesso vero. Tutta la puntata è stata basata su vecchi filmati del "Rabid Wolverine" a partire dalla IWJP, passando per WCW ed ECW, fino alla WWE con l'incredibile notte di Wrestlemania XX al Madison Square Garden dove Chris vinse il titolo mondiale battendo Triple H e Shawn Michaels in uno dei più bei main event di sempre nella storia dello Showcase of Immortals.
Si attendono ulteriori notizie.
 Un'altra estate sotto i riflettori per Kobe Bryant
“Potrebbe bastare il movimento brusco di una mano per innescare il meccanismo che porta il mondo ad un’ altra era glaciale; forse potrebbe bastare anche un semplice battito d’ali di una farfalla a Tokio per causare un ciclone alle Azzorre” (Lamb).
Probabilmente, conosciamo tutti la famosa metafora dell’ ancor più famoso climatologo Lamb intorno ai delicatissimi equilibri climatici causati dall’ effetto serra e alle conseguenze che potrebbero scatenarsi dalla minima variazione metereologica.
Applicando questa teoria al basket NBA, potremmo quasi affermare, senza esagerazione, che gli scenari di mercato che si stanno prospettando sono talmente intriganti e succosi che un singolo movimento o scambio di giocatori sarebbe sufficiente per alterare, o comunque condizionare, in modo sensibile i futuri equilibri delle singole squadre, se non della Lega intera.
“The point of no return”: l’ estate 2007 per alcuni giocatori o franchigie, si prepara, per certi versi, ad essere quello della svolta decisiva, del cambiamento definitivo in positivo o in negativo, poiché la stagione 2006-07, da cui tutto ovviamente si genera, ha sviluppato una serie di situazioni tecniche che non possono più essere rimandate.
A ricercare una soluzione drastica sono quelle franchigie che da qualche anno non riescono a sbloccarsi da una condizione che alla lunga è diventata insoddisfacente; ma a pretendere una svolta sono soprattutto alcuni giocatori per i quali lo status di stelle riconosciute e iperpagate rappresenta una condizione esistenziale ormai insufficiente di fronte alla possibilità di lottare per il titolo o comunque ad altissimi livelli.
È sufficiente, infatti, dare un’ occhiata veloce ai principali nomi su cui, in questi giorni, si stanno costruendo ipotesi e rumors di trade per prendere coscienza di quanto emozionante possa essere il prossimo mercato NBA, a tal punto che, detto un po’ malignamente, il brivido e la spettacolarità di alcuni scambi potrebbe in parte riscattare la povertà emotiva e tecnica delle Finals meno viste di sempre.
E quello che si prospetta come un menù da autentico gourmet trova inevitabilmente il suo piatto più prelibato nel nome di Kobe Bryant: più prelibato per la qualità del giocatore, per le conseguenze che possono scatenarsi da una sua eventuale cessione, e per l’ insistenza con cui la sua insoddisfazione ritorna nelle prime pagine dei giornali.
La sopportazione del giocatore per quella che è la situazione di mediocrità tecnica che caratterizza i Lakers dalla dipartita di Shaq, ha ormai raggiunto la saturazione: nei tre anni successivi alla cessione di O’Neal, i Lakers, nel primo anno, non hanno nemmeno raggiunto i play-offs, mentre negli altri due sono stati eliminati al primo turno sempre dai Suns.
Al di là di questi risultati, logicamente fallimentari per una franchigia che negli anni precedenti aveva quasi istituito una dinastia, quello che più inquieta a Los Angeles è il fatto che la dirigenza non è riuscita a creare gradatamente un progetto tecnico preciso e futuribile: non è mai riuscita a firmare sul mercato una point-guard affidabile dovendosi affidare di conseguenza prima a Chuky Atkins, e in seguito a Smush Parker, tutti giocatori del sottobosco NBA chiaramente inadeguati per governare le redini tecniche e mentali di una squadra che punta ai vertici della Lega.
In particolare Parker, nell’ ultima stagione, ha vissuto da separato in casa con Phil Jackson, a tal punto che nella serie contro Phoenix, gli sono stati preferiti nello starting five alternativamente Jordan Farmar e Shammond Williams: se non è, questo, fare di necessità virtù…
Ma la mancanza di una point –guard affidabile è stata solo una delle lacune tecniche cui la dirigenza non ha saputo porre rimedio: altre gravissime carenze hanno riguardato l’ assenza di un centro consistente e di uno “pure shooter”.
Qui, in realtà, la dirigenza aveva improntato alcune scelte, in particolare a partire dal secondo anno successivo all’ “era Shaq”: come centro, dai Wizards, i Lakers avevano acquisito Kwame Brown in cambio di Caron Butler, in uno scambio che si è rivelato fallimentare per i gialloviola. Brown infatti, pur mostrando lampi di talento molto interessanti, ha confermato tutta la sua inconsistenza caratteriale, mentale e la scarsa etica lavorativa che ad oggi lo etichettano come una delle peggiori prime scelte assolute di sempre; Butler ai Wizards è diventato addirittura un All Star.
Secondo i piani della dirigenza, i tiratori scelti dovevano essere Sasha Vujacic e Vladimir Radmanovic. Anche in questo caso, però, i frutti sono stati di pessima qualità: l’ ex-friulano si è rivelato in consistente sul perimetro (34% in carriera da 3p) nel tentativo di sfruttare gli scarichi sul lato debole di Kobe; d’ altra parte già ad Udine aveva dimostrato di essere più un realizzatore che un vero e proprio tiratore puro.
Lo slavo invece, firmato la scorsa estate come free-agent, dopo le promettenti annate a Seattle, doveva essere, con il suo tiro da fuori, il completamento ideale per il triangolo di Phil Jackson e il braccio armato di Bryant con il suo tiro letale: la sua annata è stata del tutto impalpabile (6.6ppg con il 33.6% da 3p) per concludersi con un infortunio subito durante un’ uscita sullo…slittino. Non pochi, logicamente, gli strascichi polemici che ne sono conseguiti tra il giocatore e la dirigenza.
La conseguenza di queste carenze è che i Lakers hanno inanellato un record di 121v-125p da quando hanno raggiunto le Finals nel 2004, e da qual momento hanno raccolto solo, dapprima, una esclusione dai play-off (2005) e, in seguito (2006-2007), due eliminazioni al primo round.
A quel punto la rabbia di Bryant è esplosa fragorosa:
Mi sento ancora frustrato, sto aspettando che la dirigenza operi qualche cambiamento; i Lakers stanno perseguendo un piano di ricostruzione più lungo di quanto mi aveva promesso il Dr. Buss quando mi aveva rifirmato come free-agent La frustrazione di Kobe, non è solamente l’ insoddisfazione di chi non riesce a competere ad alti livelli come il suo talento gli consentirebbe, ma è soprattutto la rabbia di chi non è ancora riuscito a dimostrare di poter condurre da solo al titolo la sua squadra senza la presenza di Shaq O’Neal; anzi, probabilmente, è più nella seconda motivazione che va ricercata l’ insoddisfazione del giocatore, i cui tre anelli vinti vengono costantemente e necessariamente ricondotti al suo binomio con l’attuale centro degli Heat e che, di conseguenza, non permettono a Bryant di acquisire una dimensione di leader e di vincente assoluta, indipendente dall’ “ingombrante” O’Neal. Inizialmente, il giocatore si è limitato a “sollecitare” la franchigia affinché questa si muovesse opportunamente in sede di mercato, ma in seguito il termine “cambiamento” ha acquisito un significato molto più drastico e drammatico per le eventuali sorti dei Lakers:
A questo punto, pur di andarmene, andrei a giocare anche su Plutone Uno stesso insider, molto vicino all’ ambiente gialloviola, ha poi confermato che, dalle conversazioni successive verificatesi tra Kobe e la dirigenza, “il giocatore è stanco della strada intrapresa dalla franchigia e vuole essere ceduto. Questo è il messaggio che ne è uscito”.I Lakers ora si stanno muovendo in una duplice direzione: mercato free-agent e “Bryant question”. L’ acquisizione di qualche free-agent di primo livello diventa ora essenziale, innanzitutto per ridare lustro e competitività alla squadra, ma soprattutto per ridare linfa vitale al rapporto tra dirigenza e Kobe: Kobe ha ancora tre anni contratto con i gialloviola, ma alla fine del prossimo potrebbe far fruttare una clausola che lo farebbe diventare free-agent. Da questo punto di vista una annata positiva disputata dalla sua squadra potrebbe fargli cambiare i suoi propositi futuri di cambiamento. L’ obbiettivo numero uno della franchigia è, dichiaratamente, il lungo dei Pacers Jermaine O’Neal, ma i colloqui tra le rispettive squadre è in fase di stallo e non sembra poter decollare: i Pacers, che attraverso il nuovo coach Jim O’Brien stanno comunque sottoponendo la loro superstar ad una prepotente opera di convincimento per rimanere, in cambio di O’Neal vogliono, oltre a Odom, anche Bynum; sul secondo giocatore però i Lakers però non vogliono discutere considerandolo un potenziale centro dominante per i prossimi dieci anni. Si ripropone perciò il “problema Andrew Bynum”: già in inverno la non-volontà da parte dei Lakers di cedere il loro imberbe centro fu la causa del mancato arrivo di Jason Kidd, ed ora sembra l’ imprescindibile “conditio sine qua non” per arrivare al centro dei Pacers; e pensare che dopo quel mancato affare Kidd ha giocato in maniera superlativa il resto della scorsa stagione, mentre Bynum è crollato clamorosamente. Ora i Lakers potrebbero essere disposti a cedere Bynum per arrivare a Kidd, ma i Nets, che già pregustano un roster con il loro play, Carter (che dovrebbe rifirmare), e Kristic e Jefferson a pieno regime, non sono più disposti allo scambio. Quanto alla trade per ottenere O’Neal, il discorso è più complicato. Per il momento la risposta del G.M. Kupchak è stata un categorico “I refuse”, ma è chiaro che lui e Buss dovranno valutare con molta attenzione se lavorare per il futuro della franchigia o per rendere da subito competitiva la squadra: Bryant in questo senso ha già espresso chiaramente la sua preferenza… Il rafforzamento del team losangelino si svilupperà però, non solo con l’ arrivo di un lungo che dia solidità alla difesa e che dia soprattutto profondità alla fase offensiva evitando così che l’attacco si limiti alle divagazioni personali di Bryant inframezzate dai lampi di Odom, ma sarà essenziale l’ acquisto di un point-guard affidabile, possibilmente con un gran tiro da fuori per punire i raddoppi generati da Kobe. Circolano i nomi a questo riguardo di Steve Blake, Earl Boykins e Maurice Williams.Nel caso uno dei tre arrivasse, verrebbe firmato con la “salary cap exception” (5mln di dollari), poiché gran parte dei contanti verrà investito su O’Neal. I tre nel mirino della dirigenza, sono giocatori con potenzialità non disprezzabili, in grado di fornire un contributo consistente ed istantaneo, senza comunque essere una risoluzione totale ai problemi Lakers: Blake ha visto impennare le proprie quotazioni dopo l’ ultima stagione trascorsa a Denver dove ha saputo garantire un minimo di ordine e razionalità ad un attacco imperniato su due bocche da fuoco come Iverson e Anthony. Sarebbe una soluzione interessante per dare razionalità anche all’ attacco dei Lakers, ma sembra un tantino carente sul piano della creatività, della solidità fisica e il suo tiro da fuori, pur occasionalmente pungente, non è il tiro killer che cercano i Lakers. Boykins, invece è ormai da un paio d’anni uno dei giocatori più accattivanti dell’ intera Lega ed uno dei più amati dei tifosi che spontaneamente tendono ad identificarsi in lui: ai Lakers darebbe punti, imprevedibilità, brio offensivo e un eccellente tiro dalla distanza (39.7% da 3p nel 2006-07). Controindicazioni: il motivo del suo fascino e di quanto i tifosi lo amino consiste nel fatto che è alto 1m65…Logiche le difficoltà cui andrebbe incontro la difesa dei Lakers nei play-off ma pure nella regular season quanto dovesse incontrare point-guard fisiche come Kidd, Baron Davis, Deron Williams. Il terzo invece, Williams, tra i tre, è quello decisamente più talentuoso, più creativo e con più punti nelle mani: porterebbe da subito ai Lakers produttività, iniziative personali e personalità. Il rovescio della medaglia però consiste proprio in questo: Williams ama avere la palla tra le mani, incarna più la classica point-guard di stampo moderno che un play ragionatore e distributore. La sua presenza di conseguenza rischierebbe di accavallarsi o, di essere condizionata, da quella di Bryant. La sensazione di fondo comunque è quella per cui queste soluzioni, pur non essendo esattamente un ripiego per il valore complessivamente elevato dei giocatori, risultino delle risposte parziali ai problemi di Los Angeles in cabina di regia, un po’ perché le soluzioni primarie (Billups e Bibby con quest’ultimo molto vicino ai Cavs) sono fuori portata per questioni di budget, un po’ perché gran parte delle risorse economiche verranno investite su di un lungo di valore. Quanto alla seconda questione, quella relativa alla volontà sempre più rimarcata da parte di Bryant di essere ceduto, la dirigenza, nella figura soprattutto di Jerry Buss, sta valutando eventuali proposte di trade: “i Lakers sono entrati in contatto con non meno di otto/dieci squadre” (Los Angeles Times), ma per il momento nessuna ipotesi di scambio è stata considerata in maniera consistente vista l’ entità del contratto del giocatore, e la logica difficoltà derivante dal trovare una contropartita adeguata al talento del giocatore. In questo momento due sono le franchigie che hanno dimostrato con maggiore concretezza un interesse verso la stella dei Lakers: New York, ma soprattutto i Chicago Bulls. L’ “ipotesi New York” si riveste di un fascino quasi cinematografico, quasi uno scenario realizzato appositamente tra quello che è il giocatore più forte e spettacolare del mondo e la franchigia principale della Lega quanto a potenza finanziaria e mediatica: da questo punto di vista, a livello di marketing, nessun matrimonio sarebbe più logico e opportuno. Di più: i Knicks non compilano un record vincente dal 2000 e nelle ultime quattro stagioni, solo una volta hanno raggiunto i play-off. Un giocatore come Bryant sarebbe quindi la scintilla ideale per infiammare il pubblico del Madison Square Garden, per riaccendere un entusiasmo che da troppo tempo stenta a rianimarsi, e non di certo per colpa del pubblico di casa, da sempre considerato uno dei più passionali nonché competenti della lega. Il problema però consiste nel fatto che i Knicks non hanno materiale umano adeguato per impostare una trade con i Lakers e che, allo stesso tempo, permetta loro di non sacrificare Marbury, Curry e Jamal Crawford, ovvero i tre giocatori di maggior spicco del team di Isiah Thomas: l’arrivo di Bryant nella Grande Mela, dal punto di vista tecnico, porterebbe quindi ad un nulla di fatto perché il fuoriclasse troverebbe una squadra ridotta praticamente all’ osso, senza talento e che non lo metterebbe comunque in condizione di lottare per il titolo. Lo scambio assumerebbe perciò contorni esclusivamente commerciali e di opportunismo pubblicitario. Più credibile, seppur comunque carica di rischi, è la soluzione rappresentata dai Bulls, decisamente più concreta tecnicamente. Anche in questo caso, il fascino di questa potenziale operazione è innegabile se si considera che Bryant approderebbe nella squadra, creando così un ideale filo rosso di continuità, di quello che è stato il giocatore cui è stato più spesso paragonato per talento, spettacolarità, movenze, imprese realizzative: Micheal Jordan. I rumors parlano di una trade che porterebbe a Los Angeles Duhon, Ben Gordon, Nocioni, Tyrius Thomas e la nona scelta assoluta dei Bulls al prossimo draft: tecnicamente la scelta potrebbe essere anche interessante per i Lakers che in questo modo riceverebbero quattro giocatori di livello che in un mix di talento, gioventù e consistenza ricostruirebbero la squadra dalle fondamenta, cui aggiungerebbero ulteriormente Odom, Bynum e, magari, un Radmanovic ritrovato. Proprio la profondità apparentemente eccessiva della contropartita dei Bulls per Bryant è la questione principale che inquieta la dirigenza dei Bulls e la stampa stessa di Chicago (riflessioni tratte dal Chicago SunTimes). Da un lato vi sono coloro che sostengono l’opportunità di acquisire Bryant per diversi motivi: A) Scott Skiles, dall’ inizio della scorsa stagione, ha ribadito più volte l’ importanza per al sua squadra di almeno tre go-to-guy, ovvero tre realizzatori costanti nei momenti infuocati e con l’ arrivo di Bryant, da affiancare a Luol Deng e ad Hinrich, i Bulls risolverebbero questa loro esigenza (Bryan Hanley); B) Per quanto sia doloroso smantellare un nucleo che la dirigenza ha costruito negli anni attraverso il draft, le scorse finals hanno dimostrato palesemente come “nella debole Eastern Conference, basti una singola superstar per arrivare in finale”(Greg Couch); benché “ i Bulls siano un team, un uno-per –tutti, mentre Kobe è un solista, un tutti-per-Kobe che non sa rinunciare alle luci della ribalta”, queste sono le regole del gioco, e forse Kobe può essere la carta vincente per i Bulls. Altre voci invece respingono con forza l’ eventualità di acquisire il gialloviola perché ciò significherebbe creare dei vuoti enormi nel roster (Bryan Jackson), distruggere l’ unità dei un gruppo in nome dell’ egoismo di un unus e soprattutto affidare la leadership di un gruppo ad un giocatore che in questi anni ha spesso mostrato limiti di stabilità e di maturità caratteriale: i continui scontri con Phil Jackson, la gelosia verso O’Neal, la denuncia per violenza sessuale (Rick Telander). In breve: il prezzo da pagare per i Bulls rischierebbe di essere troppo alto sia per la chimica tecnica che per la tranquillità dello spogliatoio, quando viceversa sempre i Bulls potrebbero acquisire Bryant in qualità di free-agent a partire dalla prossima estate. Tuttavia, analizzare la “questione Bryant”, significa considerare non solo il punto di vista della squadra o della città che può ricevere il giocatore, ma spinge a valutare o, per lo meno, a tentare di immedesimarsi nello spirito di chi Bryant può vederselo strappare. Il legame tra Kobe e la metropoli losangelina è un vincolo, per certi versi, profondo, viscerale, che va al di là della questione meramente tecnica o di titoli vinti, ma che trae le sue ragioni d’essere in quella che è l’ essenza della città e l’ indole tecnica ma pure caratteriale del giovane fuoriclasse. Los Angeles principalmente è la città delle stars e dei riflettori di Hollywood, ma è anche la città della bellezza; d’altra parte, però, la sua bellezza non è quella artistica o culturale che appaga interiormente chi la respira anche per un solo attimo, ma è quella più esteriore, strettamente legata al lusso o alla ricchezza di alcune strade (Rodeo Drive) o di alcuni popolari quartieri (Bel Air) e che di conseguenza attinge inevitabilmente alla dimensione del narcisismo e dell’ esibizionismo fine a sé stesso. In questo contesto trovano la loro giustificazione lo spettacolo, il divertimento; in questo contesto lo “showtime” recitato dai Lakers di Magic tra la fine degli anni ’80 e l’ inizio dei ’90 appariva come la naturale trasposizione in ambito sportivo di tutto lo sfarzo e di tutta la ricchezza che si potevano ammirare, ostentate, per le strade della città. E questa è la dimensione ideale, “ad hoc” in cui può scintillare la classe, il talento immarcabile ma pure la personalità problematica di Kobe: Kobe non è solo il giocatore individualmente più forte del mondo, ma è anche “un bambino, una star ancora bambina, abituato ad essere viziato e coccolato fin da quando era bambino” (Mark Kriegel, FoxSport.com). Bryant è spettacolo allo stato puro, divertimento, molte volte fine a sé stesso e a discapito delle logiche collettive; tuttavia ha sempre giocato nei Lakers, ha sempre dato tutto per questa franchigia, e, pur in qualche eccesso di egoismo, ha cercato di renderli una squadra migliore: come immaginarlo in una squadra che non siano i Lakers? In definitiva: Bryant è Los Angeles, ne incarna l’ essenza più profonda, il modus vivendi, scambiarlo significherebbe sottrarre alla città la sua quintessenza più naturale. “Don’t trade Kobe, he’s all L.A.!”: è questa la “supplica” che sempre M.Kriegel lancia alla dirigenza anche perché “un giocatore come lui si scambia solo a condizione di ricevere Tim Duncan, Lebron James o Dwayne Wade: squadre come i Knicks o Chicago cosa possono dare a Lakers per un talento come lui? I Knicks non hanno giocatori validi, mentre Chicago ha dei buoni talenti, ma Gordon o Deng non sono in grado di sostituire Kobe nel cuore della città.”Intanto suppliche o non suppliche, i telefonini di Buss e Mitch Kupchak saranno tra i più bollenti durante l’ estate alla ricerca di qualche colpo di mercato che faccia rientrare Kobe dai suoi proposti di “fuga (in questo caso più che mai) per la vittoria”; intanto gli ultimi rumors dicono di un pallido interessamento dei Nets per Kobe che offrirebbero in cambio Kidd e Vince Carter, anche lui il prossimo anno free-agent ma non particolarmente amato a Los Angeles. Risposta probabile del Mitch: “I refuse”. 6月24日
 Patrick Kane, prima scelta assoluta del draft 2007.
Il giorno in cui si svolge il primo turno del draft è il culmine di mesi e mesi (se non anni) di osservazioni nei quattro angoli del mondo, di relazioni presentate da scout affidabili e agenti furbi, di programmi preparati a puntino e volti a portare una determinata squadra ad alzare il trofeo dei trofei, la Stanley Cup.
Fino all’ultimo secondo precedente la scelta numero uno, le indiscrezioni si susseguono, tra squadre che tentano di scalare posizioni e compagini che accettano di scendere qualche gradino, consapevoli che il giovane talento al quale mirano sarà ancora disponibile in quel momento.
I Phoenix Coyotes e i Vancouver Canucks le tentano tutte per convincere Dale Tallon, General Manager dei Chicago Blackhawks, a cedere la sua prima scelta, ma non c’è nulla da fare. Le offerte non sono abbastanza allettanti e così la squadra dell’Illinois drafta Patrick Kane, piccolo e scattante attaccante dei London Knights (OHL), il secondo americano di fila, dopo Erik Johnson a St. Louis lo scorso anno, a essere selezionato come prima scelta assoluta.
È il turno dei Philadelphia Flyers, ed è praticamente certo che sceglieranno uno tra James vanRiemsdyk e Kyle Turris. Paul Holmgren, il General Manager, segue la tradizione di attaccanti grandi e grossi che hanno vestito la maglia dei Flyers e opta per il primo, potente ala che ha svolto la stagione nell’USNDP, il programma di sviluppo della lega hockeystica statunitense.
Per i Phoenix Coyotes, che avevano tentato invano di accaparrarsi la prima scelta assoluta nel timore che Chicago o Philadelphia scegliessero Kyle Turris, è un colpo di fortuna. Quando tocca a Wayne Gretzky, allenatore della franchigia dell’Arizona, presentarsi sul podio per comunicare la sua scelta, il velocissimo centro della British Columbia Hockey League, da molti considerato il migliore del lotto, è ancora lì.
Con la quarta scelta, ecco la prima sorpresa. I Los Angeles Kings, che già dispongono di Jack Johnson, uno dei difensori nordamericani più promettenti, scelgono Thomas Hickey, un terzino velocissimo che quest’anno ha messo a ferro e fuoco la Western Hockey League. Nessuno, però, aveva previsto la sua selezione prima di quella di difensori più quotati come Keaton Ellerby o Karl Alzner.
L’attesa di quest’ultimo dura una sola posizione, visto che i Washington Capitals chiamano il suo nome come quinta scelta, prima di lasciare il palco agli Edmonton Oilers, una franchigia in piena ricostruzione. Ebbene, la ricostruzione inizierà con Sam Gagner, autore di 35 reti e 83 assist al fianco di Patrick Kane con i London Knights.
Con l’avvicinarsi della settima scelta, il pubblico della Nationwide Arena di Columbus comincia a rumoreggiare. È il turno dei Blue Jackets, che selezionano Jakub Voracek, attaccante ceco degli Halifax Mooseheads (QMJHL), forse l’atleta più vicino in termini di sviluppo fisico e tecnico al salto tra i professionisti.
Dopo la scelta di Zach Hamill, uno degli attaccanti più disciplinati difensivamente, da parte dei Boston Bruins, sul palco si presentano a sorpresa i San José Sharks, che all’ultimo momento hanno convinto i St. Louis Blues a cedere la loro nona scelta, con la quale gli squali chiamano Logan Couture degli Ottawa 67s (OHL), l’attaccante sul quale probabilmente puntavano i Florida Panthers, in possesso della decima scelta.
Le pantere ripiegano quindi su Keaton Ellerby, torreggiante difensore dei Kamloops Blazers (WHL) che, se manterrà le promesse, negli anni a venire andrà a formare una solidissima coppia di giganteschi difensori con il già affermato Jay Bouwmeester.
Mentre i Carolina Hurricanes scelgono il figlio (e nipote) d’arte Brandon Sutter, i Montréal Canadiens il duro difensore Ryan McDonough, i St. Louis Blues Lars Eller, considerato il Forsberg danese, e i Colorado Avalanche il terzino offensivo Kevin Shattenkirk, ci si comincia a chiedere che fine abbiano fatto Alexei Cherepanov e Angelo Esposito, due tra i giovani più promettenti in assoluto del draft.
La prima risposta arriva dopo che gli Edmonton Oilers si ripresentano sul palco per scegliere il difensore Alex Plante e che i Minnesota Wild chiamano il centro Colton Gillies, che secondo pronostico avrebbe dovuto attendere almeno la trentesima posizione per sentire il suo nome: con la scelta numero 17 i New York Rangers convocano Alexei Cherepanov sul palco. Il talento russo, che quest’anno ha battuto il record di punti al debutto nella massima serie custodito da un certo Pavel Bure, non riesce a nascondere un’espressione di sollievo. Evidentemente la mancanza di un accordo sui trasferimenti tra la NHL e la federazione russa ha convinto molte squadre a rinunciare a questo atleta.
Per scoprire la destinazione di Angelo Esposito, che a gennaio era considerato addirittura il miglior giovane, bisogna attendere altre due chiamate: i St. Louis Blues selezionano il difensore Ian Cole e i freschi campioni degli Anaheim Ducks arricchiscono il loro già ben rifornito serbatoio di giovani talenti con il grintoso attaccante Logan McMillan.
Tocca ai Pittsburgh Penguins, che ultimamente hanno pescato piuttosto bene (i nomi Sidney Crosby, Jordan Staal e Evgeni Malkin vi dicono niente?) e il General Manager Ray Shero, incredulo di trovarlo ancora disponibile alla ventesima scelta, seleziona proprio Angelo Esposito.
Il draft prosegue senza particolari sussulti fino alla 24a scelta, con la quale i Calgary Flames (in presenza del nuovo allenatore e guru Mike Keenan) si assicurano Mikael Backlund, considerato il miglior talento europeo dopo Alexei Cherepanov. L’ultimo colpo degno di nota lo mettono a segno i St. Louis Blues, che disponevano di tre scelte al primo turno: in 26a posizione sono ben contenti di trovare ancora David Perron, un marcatore asfissiante alla Samuel Pahlsson, per intenderci.
In generale, il primo turno del draft 2007 ha ribadito i notevoli progressi compiuti dal programma hockeystico americano, con due atleti a stelle e strisce che per la prima volta nella storia occupano le prime due posizioni. Da notare, inoltre, che tra le prime trenta scelte figurano solo quattro europei, uno dei quali (Voracek) gioca ormai da due stagioni in Nordamerica.
Difficile dire chi sia uscito vincitore. Rispetto agli ultimi anni, il menù non proponeva un Sidney Crosby o un Alexander Ovechkin, campioni già pronti a lasciare il segno sul massimo palcoscenico hockeystico. La sensazione è i Phoenix Coyotes abbiano messo a segno un buon colpo con Kyle Turris quale terza scelta, ma occorrerà valutare lo sviluppo del ragazzo, che rispetto per esempio a Patrick Kane ha giocato in una Lega meno competitiva.
Sarà invece interessante verificare se lo scetticismo della maggior parte delle franchigie nei confronti di Alexei Cherepanov e di Angelo Esposito ha consentito a New York Rangers e Pittsburgh Penguins di estrarre il classico coniglio dal cilindro. 6月23日
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| Kobe Bryant e Phil Jackson, i due sembrano essere destinati ad imboccare due strade diverse | Di addii scioccanti nella storia della Nba ce ne sono stati parecchi. Di ‘divorzi’ tra stella e la propria squadra, poi, ancor di più. Il passaggio di Kareem Abdul Jabbar dai Bucks, ai quali regalò il titolo per approdare ai Lakers che poi furono anche di Magic Johnson. Quello con eguale destinazione (Los Angeles Lakers ndr) ‘qualche’ anno addietro che portò in terra losangelina quello che è stato definito da tutti come il ‘numero 5’ più forte di tutta la storia della Nba, riuscendo nel colpaccio di strappare Wilt Chamberlain ai Philadelphia ‘76ers. Quelli più recenti (1996 e 2005) di Shaquille O’Neal che prima ha infranto i cuori degli 'aficionados' dello stato della Florida, ‘scappando' da Orlando che lo aveva scelto due anni prima dopo le due delusioni consecutive in finale, e poi l’abbandono ‘forzato’ dopo aver vinto tre anelli consecutivi ai sempre onnipresenti Lakers. Ultimo, e non per importanza, quello del passaggio ai Denver Nuggets di Allen Iverson arrivato alla frutta con i ‘suoi’ Sixers. Stando quindi a quanto successo in passato, quindi, la decisione di Kobe Bryant, non dovrebbe destare tanto scalpore, ma dovrebbe finire sotto la voce partenza di lusso del sodalizio losangelino in senso opposto, non in entrata ma in uscita. Ma purtroppo cosi non è. Già perchè facendo un passo indietro, e precisamente alla finale persa nel 2004 contro i Detroit Pistons, il figlio di Jalley Bean, è stata la causa principale della scelta della dirigenza e del numero uno gialloviola Jarry Buss, di lasciar partire, con destinazione Miami, Shaquille O’Neal e contemporaneamente coach Zen per puntare esclusivamente sulla voglia di prevalere come violino solista del numero 8. Ma il matrimonio è durato meno del previsto. In tre anni hanno fatto e disfatto le valigie numerosi giocatori che la società ha cercato di affiancare a Bryant nel tentativo di accerchiarlo di un cast di supporto che gli permettesse di esprimere tutto il suo talento cosa che invece non aveva fatto a pieno nell’era Shaq. A dire il vero da parte sua il figlio di Philadelphia l’impegno e la volontà ce l’ha messa, ma alla fine non sono certo bastati. Una stagione di purgatorio terminata con l’avvento del mese di aprile, due con conquista di playoff non certo con largo anticipo e senza patemi d’animo, sono state il massimo che il nuovo ‘numero 24’ ha potuto sopportare, in vista anche della incapacità, a suo dire, della società a costruire un progetto vincente e puntare più su di un progetto a lungo termine che ad uno che porti la vittoria del titolo nel breve. Questa la goccia che ha fatto traboccare il vaso. La goccia che ha portato Kobe alle prime dichiarazioni scioccanti relative al suo possibile addio in caso di mancato ritorno di una persona di cui Bryant si fidava enormemente sia per il valore umano che per quello lavorativo: Jerry West; l’uomo che architettò lo scambio con gli allora Charlotte Hornets per portarlo ai Lakers. “Voglio essere ceduto – sono le parole scioccanti pronunciate da Kobe – arrivare a questa conclusione è davvero spiacevole per me, ma non ci sono altre alternative. I Lakers vogliono ricostruire la squadra, io però ho altri progetti. Avrebbero dovuto essere più chiari quando tre anni fa firmai la mia estensione. Se Jerry non dovesse tornare potrei anche decidere di lasciare i Lakers”. Dichiarazioni bollenti che hanno subito allarmato la dirigenza losangelina ed in particolare Kupchak, che si sono ritrovati alle prese con un cubo di Rubik di difficilissima soluzione. Da questa dichiarazione però sono poi trascorsi e passati circa tre quattro giorni, sembrava che tutto fosse stato risolto, o quanto meno appianato, ma all’improvviso il fulimine a ciel sereno. Il giocatore scrive una lettera alla società nella quale conferma la sua decisione di andare via. Una lettera di fronte alla quale i Lakers non potranno far finta di niente, anche perchè alla fine del campionato prossimo Bryant avrà l’occasione di uscire dal contratto lasciando Buss e Los Angeles con un pugno di mosche.
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| Forse una delle ultime volte in maglia Lakers? | “Oggi è uno di quei giorni surreali per me”. Cosi esordisce lo stesso Bryant. “C'è una nuova strada davanti a me.Quando ami qualcosa tanto quanto io amo i Lakers, è duro immagine di essere da un'altra parte. Ma l'unica cosa che non sacrificherò mai, quando si parla di basket, è la vittoria. È tutto chiaro, semplice. È nel mio Dna, è quello che mi spinge a lavorare nel modo più duro possibile. Più penso al futuro e più mi convinco che io e i Lakers abbiamo due visioni differenti”. Insomma più chiaro di cosi si muore. Intanto di questa situazione sembra esserci qualcuno che sarebbe pronto ad approfittarne. Quel qualcuno sono i Chicago Bulls, che secondo indiscrezioni, sarebbero dispiosti a mettere sul piatto della bilancia Ben Gordon, Andres Nocioni e due future scelte. Uno scenario davvero surreale che porterebbe Kb24 nel regno di sua maestà Michael Jordan, o di colui che lo stesso Bryant ha sempre sofferto il carisma, la leadership e la fama negli anni che i due si sono incrociati sul parquet. Ora Kobe avrà la possibilità di mettersi allo stesso piano di Air Jordan, accaparrandosi i favori di coloro che sono stati un tempo i suoi tifosi. | 6月22日
 La partita tra i più bravi giocatori della lega è sempre più vicina
Tra pochi giorni i nomi diverranno ufficiali. Se avete visitato ultimamente siti come mlb.com o espn.com avrete sicuramente trovato più di un banner che vi invita a votare per l'MLB All-Star Game 2007, chiamato anche “Midsummer Classic”.
Molti di voi lo sanno sicuramente, ma può esserci chi si chiede cosa sia questa manifestazione e quale posizione ricopra nel mondo del Baseball.
L'articolo che vi accingete a leggere è una piccola introduzione all'All-Star, con dati interessanti riguardanti l'edizione 2007 ed un po' di storia che vi faciliterà una più profonda fruizione dell'evento.
L'MLB All-Star Game è una partita annuale giocata tra i giocatori della National League e dell'American League, che si svolge tra giugno e luglio e segna il raggiungimento di circa metà stagione.
La cosa interessante è che la scelta degli starters è lasciata ai fans (ad esempio tramite il voto su web, dove si sceglie un giocatore per ogni posizione per ognuna delle due squadre) che hanno la libertà e la possibilità di agire come manager e scegliere i giocatori che vogliono.
Ogni squadra è formata da 32 giocatori così scelti:
Voto dei fan: scelgono i giocatori per ogni posizione. Poi si passa al voto dei giocatori, che scelgono lanciatori ed un backup per ogni posizione. I manager poi, quest'anno Jim Leyland dei Detroit e Tony La Russa dei St. Louis (assieme ad altri personaggi della MLB) , creano i roster di 31 giocatori, ai quali si aggiunge l'ultimo scelto ancora dal voto dei fan tra una lista di 15. Nel caso ci fossero poi infortunati o giocatori che si rifiutano, i manager si prenderanno l'onere di rimpiazzarli.
E' facile capire che una partita simile, giocata tra i migliori giocatori della AL e della NL, è un evento che attira molte persone e attrae l'interesse dei media, ma può essere per noi anche una occasione per conoscere più a fondo i giocatori reputati i migliori della lega.
Di seguito riporto i risultati delle ultime manifestazioni, con le location delle prossime, l'MVP e la Winning League:
2003 American 7-6 U.S. Cellular Field, Chicago White Sox Garret Anderson, Anaheim (AL) 2004 American 9-4 Minute Maid Park, Houston Astros Alfonso Soriano, Texas (AL) 2005 American 7-5 Comerica Park, Detroit Tigers Miguel Tejada, Baltimore (AL) 2006 American 3-2 PNC Park, Pittsburgh Pirates Michael Young, Texas (AL) 2007 / July 10 AT&T Park, San Francisco Giants TBD 2008 / July 15 Yankee Stadium, New York Yankees TBD 2009 / July 7 Busch Stadium, St. Louis Cardinals TBD
Quest'anno il tutto si svolgerà all'AT&T Park a San Francisco, casa dei Giants e di Barry Bonds.
C'è da dire che un evento simile portà con sé una serie di manifestazioni minori come l'Home Run Derby, una gara a suon di homers tra i migliori hitters del mondo, l'All-Star Futures Game, una partita tra i talenti americani e quelli di altri paesi, il futuro appunto. C'è poi una partita di softball tra celebrità, giocata tra vecchie glorie provenienti dal passato del team ospitante (Giants nel nostro caso) e personaggi dello spettacolo, della musica...
Insomma, ci sono tutte le premesse per uno spettacolo vero, non ci resta che attendere la lista dei nomi ed il grande show.
6月21日
Sammy Sosa: con l'home run numero 600 il campione dei Texas Rangers entra nella storia.
Sammy Sosa entra nella storia del baseball professionistico americano. Il giocatore dei Texas Rangers e` infatti diventato il quinto giocatore a realizzare 600 home runs nella carriera. Il punto decisivo e` stato segnato nella partita in cui i suoi Rangers hanno sconfitto 7-3 la sua vecchia squadra, i Chicago Cubs, in cui Sosa ha giocato dal 1992 al 2004. Sosa raggiunge nel ristretto club campioni del calibro di Hank Aaron, Barry Bonds, Babe Ruth e Willie Mays. Ecco le sue parole al termine della gara: `Questa nottata non la dimentichero` mai, e` uno di quei momenti che vengono consegnati alla storia. Per me e` un`emozione speciale aver segnato il mio 600.o home run proprio in questa partita`. 6月19日
 Chauncey Billups farà le valigie questa estate?
Dopo l’inattesa, soprattutto a Detroit, finale Cavs-Spurs, si è aperto nella Motor City un lungo dibattito, anteprima di un’estate che si preannuncia infuocata.
La situazioneSono veramente tanti gli interrogativi che ruotano intorno alla squadra, e in attesa di una risposta convincente: nella Motown si fa un gran parlare del coach, problema praticamente già risolto, così come delle conferme, dei possibili rinforzi e dei rapporti interni. I tifosi stanno alla finestra e attendono novità, ma ci sarà un lungo lavoro da fare a Detroit e serviranno tempo e pazienza. Il grande quesito che ha caratterizzato la settimana successiva all’eliminazione in finale di conference, tuttavia, è stato uno ed uno soltanto: Pistons, siamo alla fine di un ciclo?Dopo i successi ottenuti ai tempi di Isiah Thomas, nelle ultime 6 stagioni la franchigia è stata campione NBA nel 2004, ha giocato la finale 2005, persa a gara 7 contro gli Spurs, è stata campione della central division in 5 delle ultime 6 stagioni. Non male… e quest’anno, comunque, è arrivata un’altra finale di conference. Il problema sta nel fatto che in pochi credevano i Cavs capaci di eliminare, in questo modo, Billups e compagni. Cleveland sottovalutata? Sinceramente non credo. In svariati frangenti, durante la serie, quella sensazione di superiorità che, in teoria, avrebbe dovuto avere una squadra (Detroit) rispetto alla sua avversaria (Cleveland), di certo meno esperta, sinceramente non l’ho mai avuta. I Pistons erano andati subito sul 2-0, senza tuttavia brillare… ma quando Lebron ha deciso di affondare e i suoi compagni hanno cominciato a crederci, per Detroit è stata notte fonda. E’ stata la miccia che accenderà la “rivoluzione”? Scontata la conferma di Flip Saunders come head coach, è chiaro che i cambiamenti arriveranno soprattutto a livello di roster. Tutto ruota intorno a due tra i giocatori chiave di questa squadra: Chauncey Billups (Mvp delle Finals 2004) e Rasheed Wallace. E i rumors, in questi giorni, si moltiplicano.
La prossima stagioneC’è, tra i tifosi, chi non vorrebbe la conferma del play, che certamente non ha giocato dei playoff stratosferici, ma è stato comunque uno dei pochi a prendersi tiri importanti nella finale di conference contro i Cavs. Lo stesso Joe Dumars, di recente, ha spiegato chiaramente che il suo primo obiettivo sarà quello di rifirmare Billups, e ripartire da lì per costruire il resto della squadra. Punto. Forse non sarà semplice, anche perché i corteggiatori al play di Colorado non mancano, e magari il nome di qualche franchigia importante, o di qualche progetto ambizioso, potrebbe convincere Billups ad una nuova avventura. Arriveranno forze fresche, e giovani, ma per ora sono solo voci e parole. Per i fatti concreti occorre aspettare. Prima di tutto l’affare Billups e, a ruota, il caso Rasheed: con la conferma di Flip Saunders si ripropone la necessità di far convivere i due. Ma anche in questo caso Dumars è stato chiaro, ed ha precisato che Sheed è stato spesso uno dei migliori, lasciando intenderne l’importanza a livello tattico, soprattutto in difesa. In pratica, incedibile. Dunque nessuna trade? Mah… qui è già un discorso diverso, e chissà che l’estate non possa riservare qualche sorpresa. Tra gli immancabili rumors di questi giorni, circola quello che vorrebbe Wallace a New York. Ipotesi o fantabasket? Insomma, anche solo fin qui, di lavoro ce ne sarebbe abbastanza. Ma la franchigia che da anni è ai vertici dell’Est, ai quei livelli vuole restarci, e per farlo dovrà compiere tante scelte. Sul tavolo, i dirigenti dei Pistons troveranno gli incartamenti relativi ai casi di tre giocatori che, per differenti motivi, potrebbero essere giunti ad un bivio: Nazr Mohammed, che ha chiuso la stagione a 5.6 punti di media e 4.5 rimbalzi, Chris Webber, che diventa free agent e che potrebbe anche ritirarsi, così come Lindsay Hunter, che ha chiuso la 14° stagione nella Lega a quasi 5 punti di media. Certo, nessuno di loro è il perno della squadra, ma sono tutte situazioni che meritano una valutazione: per Webber, ad esempio, non sarebbe scandaloso fare un’offerta e convincerlo a restare ancora un anno. Opinione personale. Capitolo draft.Molto dipenderà dal futuro di Chauncey Billups che, se dovesse essere lontano da Detroit, costringerebbe la dirigenza a cercare un sostituto. E se consideriamo il fatto che, come detto, anche Hunter potrebbe lasciare, allora è lecito pensare che i Pistons, al draft, possano puntare su una guardia. Si parla del play di Texas A&M Acie Law, ammesso che alla 15° chiamata sia ancora disponibile. Un’ipotesi che, al momento, sembra concreta. La situazione, comunque, è delicata e con buone probabilità qualche cambio a livello di roster si vedrà. Il gruppo da cui partire, o meglio ripartire, non è tuttavia di quelli da buttare: Tayshaun Prince, Rip Hamilton, Jason Maxiell e Amir Johnson. Onestamente, c’è chi sta peggio… Attualmente, del roster, oltre ai giocatori già citati, fanno parte anche il rookie Will Blalock, il veterano Dale Davis, l’argentino Delfino, utilizzato poco nel finale di stagione, l’ala Dupree, la PF Antonio McDyess che ha dato come sempre il suo contributo e la guardia Ronald Murray.
Fine di un cicloSiamo al momento delle conclusioni. Parlare di rivoluzione, per quanto riguarda i Pistons, secondo me non è appropriato. E’ più giusto parlare di fine di un ciclo? Sì, forse… o forse no. Nella maggior parte dei casi, la fine di un ciclo implica il sicuro abbandono della sua o delle sue stelle, e molto spesso arriva dopo un’annata non particolarmente felice. Sono poche le squadre che, quando arriva il momento del ritiro del loro campione, riescono a restare a grandi livelli. Qui siamo di fronte ad una situazione molto particolare: la panchina va allungata, su questo non c’è dubbio. Serve più qualità e un po’ più di sostanza, anche tra gli starting five, almeno un elemento… anche su questo concetto c’è poco da discutere… Ma in fondo la base da cui partire esiste eccome, e non è proprio da buttare: con un paio di operazioni condotte come si deve, soprattutto buttando sempre un occhio al mercato dei free agent, la franchigia potrebbe restare ai massimi vertici, almeno nella sua Conference. E non dimentichiamo che si tratta della Eastern Conference… non esattamente l’empireo cestistico, di questi tempi. Detroit ha 3 scelte, nel draft di quest’anno (15, 27 e 57): usandole, o magari scambiandole bene, con una conferma importante ed un mercato intelligente, i Pistons potranno ancora essere tra i protagonisti. Ma sono condizioni necessarie, e se non dovesse andare così, allora avrà ragione chi ha parlato di fine di un ciclo. Infine una curiosità: nessun giocatore dei Pistons compare nella lista ufficiale delle maglie più vendute durante l’anno (stime ufficiali). Nell’ordine i primi 5, neanche troppo difficili da indovinare, sono: Bryant, Wade, James, Iverson e Nash. Brutto segno? 6月18日
 Oden sorride: comunque vada, sarà un successo!
Tarda primavera, il caldo comincia a farsi sentire, e non solo guardando la colonnina di mercurio dei termometri. In Nba fa davvero molto caldo: deciso il titolo NBA, ora si decide per il futuro delle altre franchigie perché mancano ormai pochi giorni al draft.
Un draft, quello di quest’anno, che vede coinvolta una quantità industriale di talento, con due giocatori, Greg Oden e Kevin Durant che vengono considerati dei veri e propri crack, giocatori in grado di dare delle belle scosse alle gerarchie future delle lega più bella del mondo.
Quest’anno la dea bendata ha deciso che era ora di premiare un po’ la costa ovest degli states, come se Kobe, Nash, Duncan e Nowitzki, per citarne solo alcuni, già non bastassero.
A Portland la prima, a Seattle la seconda scelta: le varie Boston, Memphis, Atlanta e Charlotte, che facevano gara a perdere per assicurarsi più possibilità di scegliere per primi, sono state proprio evitate dalla fortuna, che ha invece posato la sua mano su due città, Portland e Seattle appunto, che, per la loro collocazione geografica e per la loro mancanza di superstar macchine da marketing, sono un po’ snobbate rispetto alle Los Angeles, New York e Chicago del mercato Usa. Ma se le prime due chiamate sono scontate, dalla tre in avanti c’è abbastanza confusione, non tanto perché non ci sia talento, ma perché questo talento è più potenziale che certo.
Diversi sono i freshmen che si sono dichiarati, che dopo l’ ”obbligatoria” stagione universitaria, si sentono pronti al grande salto.
Meno sono gli internationals sconosciuti, e di più sono invece gli internationals che hanno già dimostrato qualcosa, anche ad alto livello, vedi il nostro Belinelli, Tiago Splitter e Rudy Fernandez, per citarne alcuni.
Ma veniamo alle possibili chiamate delle prime 14 squadre a scegliere:
Portland Trail Blazers
Scelte: 1, 37, 42, 52, 53. Qui mi sembra fin troppo facile dire chi sceglierà la squadra del proprietario Paul Allen. Nessun sito specialistico dà un nome diverso da Greg Oden alla prima scelta, e nessun addetto è convinto che il nome che chiamerà Stern per primo sarà diverso da quello del giovane big man nativo di Indianapolis. Anche perché, nonostante un reparto lunghi piuttosto affollato, vedi Randolph, Aldridge, Przybilla, LaFrentz e Magloire, nessuno si può nemmeno avvicinare al talento di Oden, che può da subito spostare gli equilibri.
Portland sta però cercando di disfarsi di Randolph, e lo sta offrendo a tutti nella lega, perché il futuro vicino a canestro è la coppia Oden-Aldridge e comunque, un giocatore da oltre 20+10 come l’ex Michigan State, può far gola. Questo perché i Blazers vogliono tenere unita la coppia Oden-Conley, il play da sempre compagno della futura prima scelta. Bulls e Hawks prenderebbero volentieri Randolph in cambio della loro scelta, la 9 dei Tori e la 11 dei Falchi. Ma Conley potrebbe non essere già più disponibile a quel punto. Al secondo giro si potrebbe puntare su giocatori pronti da subito, vedi Taurean Green, Glen Davis e Aaron Afflalo, o progetti futuri.
Seattle Sonics
Scelte: 2, 31, 35. Squadra in completa rifondazione. Lenny Wilkens è il nuovo presidente di una franchigia che ha appena insediato il nuovo gm, Sam Presti, dagli Spurs, che sta cercando un allenatore (Carlesimo, Casey???), e non sa ancora se rimarrà a Emerald City o si trasferirà in un’altra città. La cosa certa è che c’è la seconda scelta assoluta, e Kevin Durant è lì pronto ad essere chiamato, indipendentemente da gm, coach o città.
Il ragazzo del Maryland andrà a sostituire Lewis, free agent senza restrizioni, e sarà la futura stella, con Ray Allen, della franchigia. Logicamente, se Portland dovesse invece lasciare Oden, i Sonics non se lo lascerebbero scappare, nonostante siano pieni zeppi di lunghi giovani, vedi Swift, Petro e Senè. Ma Oden, come Durant, è una cometa che passa ogni x anni.
È vero che la storia ci insegna che coi 3-4 i titoli non li vinci, ma sono sempre i lunghi a spostare gli equilibri, ma Durant sembra avere davvero qualcosa di molto speciale. Due tiratori come lui ed Allen sul perimetro, sembrano davvero devastanti.
Le scelte al secondo giro potrebbero portare giocatori in grado di contribuire da subito: un Boozer o un Arenas si possono sempre pescare. Sicuramente andranno su un esterno, come Marcus Williams di Arizona o Derrick Byars, o su un play come Aaron Brooks o Gabe Pruitt.
Atlanta Hawks
Scelte: 3, 11. Se le prime due scelte sono scontate, la terza chiamata è un po’ il crocevia per tutte le altre. Da quello che decidono di fare gli Hawks dipendono anche le decisioni di tutte le altre franchigie.
La logica direbbe Brandan Wright, l’ala da North Carolina che, primi due a parte, è il giocatore con più talento: è un 3-4 dalle braccia lunghissime, atletico, ottimo stoppatore e rimbalzista, un giocatore alla Garnett. In attacco c’è molto da costruire ma la base è eccellente.
Altrimenti potrebbero andare su Al Horford, ala dei bicampioni Ncaa di Florida, che ha ampiamente dimostrato di essere un giocatore valido, pronto subito, buon atleta, discreto attaccante e con un brillante gioco spalle a canestro. La scommessa potrebbere essere il cinese Yi Jianlian, giocatore paragonato a Pau Gasol, ma considerato piuttosto un enigma e non sicuramente pronto.
Stanno però salendo di giorno in giorno le quotazioni di Mike Conley Jr, playmaker di Ohio State che avrebbe da subito in mano le chiavi di una squadra cui manca ormai da troppi anni di un play degno di essere definito tale. L’idea era quella di prenderlo alla 11 e spendere la 3 per un big man, ma anche Bucks e Twolves paiono interessate a lui, come anche i Blazers che offrono Randolph in cambio. Quindi Conley potrebbe andare addirittura alla 3 e di conseguenza scalerebbero tutti gli altri nomi, da Wright a Horford, da Yi a Jeff Green. L’alternativa è aspettare e vedere se Conley è ancora libero alla 11, e in caso non fosse più disponibile, puntare sull’idolo di casa, Crittenton, da Gtech.
Memphis Grizzlies
Scelte: 4. Una sola scelta per i Grizzlies, ma importante, la numero 4. I Grizzlies sono la squadra che ha chiuso la stagione con il peggior record e di conseguenza con il maggior numero di possibilità di assicurarsi la prima chiamata, ma la sorte ha detto altro. Non c’è più Jerry West al timone della franchigia ma c’è un nuovo coach, Iavaroni, e un buon nucleo di giovani, a partire da Rudy Gay. L’idea è che si disferanno di Pau Gasol e quindi punteranno su un lungo che lo sostituisca o che eventualmente lo affianchi: i nomi sono due, al massimo tre. Horford, Wright ed eventualmente Yi.
Prenderanno quello che lasceranno gli Hawks: se c’è Wright, lo prendono di sicuro, altrimenti si va dritti su Horford, molto simile a Brand e Boozer. Uno dei due c’è sicuramente. Secondo gli esperti il cinese è quello che più si avvicina a Gasol, ma resta una scommessa e c’è scettiscismo riguardo la sua prontezza psico-fisica. Difficile vadano su uno swingman come Brewer, Julian Wright o Jeff Green, vista la presenza di Gay.
Boston Celtics
Scelte: 5, 32. L’altra delusa, con i Grizzlies, della lotteria. Ainge e Rivers avevano già pensato ad un roseo futuro con Oden o Durant, ma non è detto che non possa avvenire con delle altrenative. I Celtics hanno un buon nucleo giovane, capeggiato da Jefferson e Green, e una stella assoluta come Paul Pierce. Ainge ha ampiamente dimostrato di saper scegliere al draft e la quinta chiamata non è poi da buttare. Pare che il gm sia parecchio invaghito del cinesino Yi per la sua fluidità di movimenti, il suo tiro e i suoi centimetri, ma se ci fosse ancora uno tra Wright e Horford non esiterebbe a sceglierlo.
Difficile puntino su Conley, avendo in casa già Telfair, West e Rondo, possibile una chiamata come Brewer e Jeff Green, che possa anche andare a sostituire in un futuro non troppo remoto proprio P-Square. Da non scordarsi l’ipotesi Noah, un giocatore con carisma ed energia da vendere, che darebbe impatto immediato ai Celtics. Con la 32 si può puntare su un giocatore pronto-uso tipo Alando Tucker o l’idolo di Boston College, Jared Dudley, che ha fatto sfracelli al predraft camp di Orlando.
Milwaukee Bucks
Scelte: 6, 56. Anche i Bucks hanno il problema playmaker, dopo la cessione di TJ Ford e la mancata chiamata due stagioni fa di uno tra Paul e Deron Williams, ora tra i top del ruolo. Mo Williams è un ottimo giocatore, ma non sembra avere le caratteristiche di uno pronto a gestire l’attacco di una squadra Nba. Ecco perché i Bucks sono i maggiori indiziati alla scelta di Mike Conley Jr.
Proprio per questo gli Hawks sarebbero addirittura pronti a spendere la terza assoluta per l’amicone di Oden. Se così fosse, i Bucks si getterebbero su uno dei lunghi rimasti, Horford o Noah, meno sul cinese, oppure su un esterno di grande atletismo che possa fare da spalla a Redd, come Brewer o Julian Wright. Brewer ha dimostrato di essere un giocatore completo, versatile, con buon tiro, discreto difensore e soprattutto un vincente. Alla 56 potrebbero puntare su un progetto, magari straniero, o su un giocatore collegiale che possa riempire il roster e contribuire se chiamato in causa, tipo Ron Lewis o Carl Landry.
Minnesota Twolves
Scelte: 7, 41. I Twolves devono puntare sul giocatore più talentuoso, su quello con maggiore appeal per trattenere Garnett. Anche loro interessati a Conley, difficile lo trovino a questo punto e poi hanno già deciso lo scorso anno di puntare su Foye. Potrebbero anche puntare su un lungo da affiancare a KG ma quelli forti, tipo Horford o Wright, saranno già andati, e il cinese non convince. Ecco allora che si punterebbe su un esterno forte, con talento e punti nella mani. Non si va molto lontano da tre nomi: Julian Wright, Brewer e Jeff Green. Molto versatili e completi i primi due, più attacante e pronto l’ex Georgetown. L’impressione è che la precedenza sia su Brewer, ma anche gli altri sono buoni buoni. Alla 41 tenteranno un’altra chiamata stile Craig Smith: un giocatore utile da subito che allunghi il roster.
Charlotte Bobcats
Scelte: 8, 22. Solo una scelta per i Bobcats di Michael Jordan in questo draft. Si va sul giocatore con più talento, magari un esterno e con molto atletismo, visto che Gerald Wallace ha l’opzione per uscire dal contratto. Si andrà su chi resta tra Brewer, Julian Wright e Green, anche perché Morrison ha ampiamente dimostrato di avere grossi limiti proprio sul lato atletico e nella sua metà campo. Wright sembra quello più adatto per le sue doti molto vicine a quelle di Wallace, Brewer sembra quello con più carisma per diventare il leader della squdra. Se invece decidono di puntare su un lungo, si punterebbe su chi resta dei top, magari Noah o il cinese, oppure la sorpresa Hawes, centro vecchio stile che sembra il migliore, in attacco, tra i lugnhi di questo draft.
Chicago Bulls
Scelte: 9, 49, 51. Altra scelta che i Bulls hanno ricevuto dai Knicks nell’affaire Curry. I Bulls sono usciti al secondo turno dei playoffs ma restano una squadra giovane e piena di talento. Devono puntare su un lungo con punti nelle mani e gioco spalle a canestro, capace di attirare raddoppi e scaricare sulle bocche da fuoco di Gordon e Hinrich. Inoltre i Bulls perderanno PJ Brown, FA, e sia Thomas che Ben Wallace hanno dimostarto di non avere, o non avere ancora nel caso di T-Time, un gioco credibile nel pitturato.
Spencer Hawes è il candidato ideale, centro old style considerato divino in attacco dagli addetti ai lavori. Dichiaratosi dopo un solo anno di college a Washington, questo ragazzo paragonato addirittura a Vlade Divac può dare maggiore armonia all’attacco dei Bulls per la sua intelligenza e la sua capacità di giocare sia in post basso che in post alto. Le alternative a questo punto sono il cinese Yi Jianlian oppure Noah. Più difficile vadano su un esterno a meno che non rinuncino ad uno tra Deng e Nocioni.
Al secondo giro dovrebbero puntare su giocatori internazionali da lasciare in patria a maturare, come il croato Erceg.
Sacramento Kings
Scelte: 10. Dopo le ottime scelte di Kevin Martin e Cisco Garcia, lo scorso anno hanno scelto l’enigmatico Douby, ancora tutto da scoprire. Alla 10 i grandi talenti se ne saranno già andati tutti: non sembra esserci un progetto definito, si andrà sul più forte rimasto, indipendentemente dal ruolo. Julian Wright potrebbe coprire l’eventuale partenza di Artest, Hawes sarebbe l’erede di Brad Miller, il cinese la scommessa dei proprietari, Al Thornton e Noah darebbero quell’atletismo sotto le plance che manca. Se però ci fosse ancora Conley, lo prenderebbero al volo e lascerebbero andare l’ormai stanco Bibby.
Philadelphia 76ers
Scelte: 12, 21, 30, 38. Ben quattro scelte, di cui tre al primo giro per i Sixers che della nuova era post-Iverson. Miller e Iguodala hanno le chiavi della squadra, il supporting cast va ricostruito e questa è l’occasione giusta per farlo. Anche i Sixers andranno sul miglior lungo rimasto: Thornton, Hawes e Yi quelli che possono essere rimasti. Serve un lungo con punti nella mani, pericoloso in attacco da affiancare all’atletone Dalembert. Di Hawes e Yi Jianlian abbiamo già detto, AlThornton è un lungo versatile, molto forte vicino a canestro, di impatto atletico ed energico, con un tiro da migliorare, paragonato ad Al Harrington. Altrimenti si va sul miglior talento disponibile. Per le altre scelte si punterà su giocatori pronti da subito, e molto dipenderà dai vari provini e dalle proposte degli agenti.
New Orleans Hornets
Scelte: 13, 43. Gli Hornets arrivati ad un passo dai playoffs ripartono da Paul, Chandler e West, sperano nel ritorno al 100% di Stojakovic e nell’entusiasmo della città di New Orleans. Probabilemnte perderanno Mason, FA, e si cercherà di sostituirlo. Nessuno potrebbe farlo meglio di Thaddeus Young, esterno da Georgia Tech, ancora un po’ acerbo ma dotato di atletismo, comprensione del gioco, in between game e grande voglia. Va costruito un gioco dai 6-7 metri ma per il resto siamo di fronte al vero possibile steal of the draft. Non sembrano esserci grossi rischi di perderlo, ma dovesse capitare si punterebbe dritto su Nick Young, esterno da USC, o su Acie Law, playmaker e grande personalità da Texas A&M, che potrebbe dare minuti di qualità al posto di Paul. Alla 43 si va dritto su un forte giocatore collegiale tra quelli provinati, tipo Fazekas o Trey Johnson.
Los Angeles Clippers
Scelte: 14, 45. Per i Clippers stagione deludente, terminata con la perdita di una post season che pareva certa. Anche qui si va dritti sul migliore rimasto, magari su un esterno con punti nelle mani e tiro da fuori, come il ragazzo locale da Usc, Nick Young, o l’altro Young, Thaddeus. L’età di Cassell e la fragilità di Livingston potrebbero spingere Elgin Baylor a scegliere un playmaker ma, perso certamente Conley, restano o Law o Crittenton, ma entrambi sembrano prima attaccanti che non registi puri. Stessa ideologia per la seconda scelta.
Per quanto riguarda le altre scelte, il “nostro” Belinelli è dato a Phoenix da coach D’Antoni, dove sarebbe l’ennesimo tiratore che sfrutterebbe le assistenze di Nash, i Nets sembrano aver posato gli occhi su Josh McRoberts, lungo bianco e molto tecnico da Duke, interessano a molti anche gli spagnoli Fernandez e Marc Gasol e il brasiliano Tiago Splitter. Dopo il pre draft camp di Orlando sono cresciute le quotazioni di Jared Dudley, Reyshawn Terry e Daequan Cook, altro ex Ohio State. Occhio infine anche al francese Ali Traorè, possibile colpo di Spurs o Mavs, e Aaron Brooks, piccolo play da Oregon ma con grande tiro e leadership.
Il 28 giugno non è lontano, l’attesa sale e si deciderà tutto poco prima, se non addirittura durante, il draft stesso.
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qst è 1 coniglietto fortunato..... al mio 3 esprimete 1 desiderio.................................................
1 ....................................................
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adesso copia e incollalo nel tuo blog entro 20 minuti così il tuo desiderio s avvererà......!!! in bocca al lupo!!! 6月17日
 Grande la delusione per Lebron James, ma tutti lo prevedono presto di nuovo alle Finals.Sinceramente è impossibile sorprendersi del risultato della Finale. Chi, realisticamente, non si aspettava una vittoria degli Spurs? Perché, in fondo, credere che i Cavs avessero delle possibilità reali di vittoria era esercizio concesso solo ai veri tifosi di Cleveland che, giustamente, speravano in un’impresa; ma la realtà si è rivelata ancora più dura di quanto si pensava, infrangendo ogni sogno. Probabilmente i Cavs avrebbero potuto portare a casa almeno una partita, evitando lo sweep, ma la situazione non sarebbe cambiata
Gli Spurs hanno meritatamente portato a casa questo titolo, contro una Cleveland che era inferiore a livello di singoli e anche, ovviamente, come squadra. E Cleveland ha in ogni modo preso con filosofia una sconfitta in finale che non deve assolutamente cancellare dalla memoria di tutti quanto di buono hanno fatto i Cavs in questa stagione, andata molto al di là delle più rosee aspettative, come dice pure Gooden: ”Molte persone non si aspettavano che saremmo arrivati fino a qui, arrivando qui abbiamo realizzato uno dei nostri obiettivi. Chiaro, non abbiamo vinto il titolo e non siamo contenti, ma abbiamo ancora molti anni per provarci”.
E allora è evidente come tutti mettano in risalto, oltre all’ottima stagione, anche l’importante bagaglio d’esperienza costruito in questi playoffs ed in particolare nella Finale che, da sempre, fa un po’ storia a sé. Ilgauskas la vede così: ”E’ ovvio che avremmo voluto vincere questo titolo, ma a volte per vincere, devi prima soffrire. Paul Silas (l’ex coach dei Cavs) diceva sempre che vincere un titolo NBA è la cosa più difficile da fare nella vita. Non sono d’accordo al 100% con quest’affermazione, ma di sicuro ci va molto vicino”.
Insomma, si spera che quest’esperienza sia utile in futuro, sperando di riuscire a tornare ad un livello tanto alto con una squadra migliore. Le lacune dei Cavs in questa finale sono state abbondantemente evidenziate, ma allo stesso tempo non si può non rilevare come il management ha risistemato in solo quattro anni una franchigia che era da sempre in seria difficoltà, almeno sportivamente parlando.
Il colpo di fortuna che ha portato James a Cleveland nel 2003, è stato seguito da una gestione comunque buona della squadra, con un continuo tentativo di rafforzare e dare un’identità alla franchigia, a cominciare dalla scelta fatta con l’arrivo di Danny Ferry come GM e Mike Brown come coach.
L’attenzione della stampa nazionale, più che sulla squadra nel suo totale, si è ovviamente concentrata su James e sul fatto che il numero ventitré non ha reso, nelle finali, come in molti si aspettavano. E’ vero sì che James avrebbe potuto giocare meglio, come lui stesso ammette senza problemi (”Avrei potuto decisamente giocare meglio e devo migliorare se vogliamo vincere, ci sono un sacco di cose sulle quali devo lavorare. Se i faccio passi avanti, automaticamente anche la squadra li farà”), ma di certo il peso della sconfitta non può ricadere interamente sulle sue spalle.
La teoria, molto americana, secondo la quale se si vince o si perde è sempre merito/colpa della superstar a mio modesto avviso non sta in piedi. Come gli Spurs hanno abbondantemente dimostrato, per vincere bisogna avere una squadra di alto livello, non si può pensare che un solo giocatore ti porti in paradiso, neanche nella NBA annacquata attuale. Colpevolizzare James per le lacune del roster della sua squadra mi sembra ingeneroso, come mi sembra ingeneroso scordarsi che uno (e sottolineo uno) dei motivi delle sue prove non eccezionali è anche il fatto che ha dovuto subire la pressione della miglior difesa della NBA senza un grande aiuto dai compagni.
Subito dopo la sconfitta, è iniziata l’estate di Danny Ferry che dovrà cercare, in qualche modo e nonostante una situazione salariale complicata, di migliorare l’organico, perché si è visto che sono necessarie alternative, soprattutto offensive, a James se si vuole veramente arrivare in alto.
E allora sarà importante andare alla ricerca di un playmaker, ma senza svenarsi, visto che si vuole comunque dare una possibilità a Gibson, che se l’è meritata, probabilmente un altro giocatore per il backcourt, che riesca a dare punti, e un lungo. Senza una scelta al Draft, che in ogni caso si cercherà di acquisire, visto anche l’alto livello del Draft di quest'anno, si cercherà comunque di migliorare acquisendo nuovi giocatori.
Anche se probabilmente le scelte più importanti dovranno riguardare i giocatori che già militano nei Cavs. Al di là di uno Hughes che, da quando è arrivato a Cleveland, non ha reso come ci si aspetterebbe visto quello che percepisce a fine mese, i veri problemi sul tavolo del GM dei Cavs sono Pavlovic e Varejao.
Entrambi, infatti, sono restricted free-agent, entrambi hanno dichiarato di voler rimanere a Cleveland, dove hanno trovato un ambiente che ha fiducia in loro, ma entrambi vengono dalla loro miglior stagione in carriera e, poco ma sicuro, avranno dei corteggiatori questa estate. Ferry dovrà decidere quanto valgono, senza svenarsi e strapagare due giocatori sicuramente buoni ma, allo stesso tempo, non unici. Se rimanessero, però, s’inizierebbe per davvero a costruire un’ossatura di squadra, alla quale va aggiunto qualche pezzo per portarla al livello delle migliori nella lega.
Vediamo quindi come andrà a finire l’estate, facendo lo stesso in complimenti a Cleveland per la grande stagione appena conclusa.
6月15日
 Justin Verlander, l'ultimo a lanciare un no-hitter.
Il giovane pitcher dei Detroit Tigers, Justin Verlander, ha lanciato un no-hitter nella notte. Straordinaria prestazione da parte dello starting pitcher, che ha permesso solo a 3 palle di uscire dall'infield, ottenendo ben 12 strikeouts e concedendo 4 basi su ball, che ne hanno prevenuto il Perfect Game.
E' il secondo no-hitter della stagione, dopo quello lanciato da Mark Buehrle qualche settimana fa (il 18 aprile per la precisione) per i Chicago White Sox. Buehrle nella sua prestazione ancor più sensazionale permise solo ad un corridore (poi eliminato tramite pickoff) di arrivare salvo in prima con una base su ball. Forse però la migliore partita della stagione è stata quella lanciata da Curt Schilling 5 giorni fa per i Boston Red Sox contro gli Oakland Athletics, sebbene alla fine abbia concesso un singolo all'ultimo battitore affrontato, ossia Shannon Stewart, che ha rotto il no-hitter. La partita è stata particolarmente curiosa perchè Schilling non ha concesso alcuna base su ball, anche se il suo incontro non contava più come Perfect Game sin dal quinto inning a causa di un errore difensivo di Lugo. Il due volte World Champion (con Arizona e Boston) è stato perfetto nell'affrontare i primi 27 hitters della partita infatti, mentre è stato il ventottesimo a battere l'unica valida della partita: senza l'errore succitato di Lugo, Stewart non sarebbe tornato al piatto per la quarta volta, e la partita di Schilling si sarebbe conclusa addirittura con un Perfect Game. In questo modo invece non ha avuto neanche il no-hitter.
Curiosamente queste tre grandi prestazioni arrivano a distanza di poche settimane e tutte in American League, dopo che per ben 5 anni (dal 27 aprile 2002, autore Derek Lowe dei Red Sox) è mancato il no-hitter nella lega, ed è dal 1999 che non ci sono 2 no-hitters nella stessa stagione. Per Verlander la situazione è stata ottimale: ha affrontato una squadra di National League che non lo ha mai visto in precedenza, ma il Rookie of the Year 2006 è stato davvero inavvicinabile con la sua mortifera combinazione di fastball a 100mph (anche negli ultimissimi innings), curva violenta e cambio di velocità. E' il primo no-hitter di un pitcher dei Tigers dal 1984 (autore Jack Morris) ed è anche il primo della storia del Comerica Park, visto che l'ultimo no-hitter a Detroit venne lanciato nell'antico Tiger Stadium nel 1973 da Nolan Ryan. L'ultimo no-hitter casalingo di un pitcher dei Tigers risaliva al 1952, autore Virgil Trucks.
 Culpepper lascia sconsolato il training camp dei Dolphins per l'ultima volta. Lo vedremo ancora nella NFL?
Solo un anno fa, di questi tempi, Daunte Culpepper era un uomo, ed un atleta, che aveva appena realizzato il sogno di una vita, giocare a football nella NFL a due passi da casa, in quella natia Florida che lo aveva visto venire alla luce ad Ocala, 490 km da Miami, il 28 Gennaio 1977; a distanza di 12 mesi, o meglio quindici visto che il suo trasferimento da Minnesota avvenne nei primi giorni del Marzo 2006, la situazione si è totalmente capovolta, con il quarterback numero 8 dei Dolphins che ieri ha deciso di appellarsi all’associazione giocatori, NFL Player Association, per avere ragione in una situazione che lo ha portato ad essere un corpo estraneo alla squadra. I primi indizi che il “caso Culpepper” stava degenerando si sono avuti quando Cam Cameron, da questa off season sulla sideline di Miami al posto di Nick Saban, ha iniziato una corte serrata a Trent Green, suo ex pupillo ai tempi dei Redskins, e in rotta con i Kansas City Chiefs. Da quel momento non vi è stato altro che un rincorrersi voci, rumors, smentite e controsmentite; capitava che un giorno aprivi il giornale e nelle pagine sportive campeggiava l’articolo in cui Daunte prometteva di essere pronto per il training camp, mentre all’indomani scoprivi dalle colonne della stessa rivista che i Dolphins erano sempre più interessati ad un nuovo QB, sia questo si chiamasse Grenn oppure Brady Quinn.
La rinuncia a draftare, da parte di Miami, il talentuoso quarterback di Notre Dame sembrava aver confermato la voce che voleva Culpepper pronto a riprendersi il suo posto in squadra, almeno per dare il tempo a John Beck, scelto al secondo round 2007 e proveniente da Nebraska, di crescere senza il peso delle vittorie addosso, invece la settimana scorsa ecco realizzarsi quello che ormai da mesi era previsto : Trent Green in Florida e per Daunte si aprono le porte dell’inferno. La discesa agli inferi di Culpepper però ha radici ben più lontane del 06 Giugno 2007, data dell’acquisizione di Green da parte di Miami, e va forse individuata nell’epilogo della stagione 2004, quando proprio nelle battute finali del divisional playoff contro Green Bay, Randy Moss abbandonò il campo e la squadra, sancendo, di fatto, la fine di una delle coppie più spettacolari che la NFL ricordi; nella successiva off-season la partenza del WR da Minnesota lasciò un vuoto non indifferente nell’attacco dei Vikings e anche nel passing game dello stesso Culpepper, colpevole, tra l’altro, di averne caldeggiato la cessione.
Il 2005 senza Moss inizia sotto pessimi auspici per il QB da Central Florida, che senza il suo bersaglio preferito e con il presunto sostituto, Troy Williamson, ancora parecchio acerbo, ingrana una serie incredibile di 8 intercetti e 0 TD nelle prime due partite della stagione, perse dai Vikings, e riesce a brillare pochissime volte, alla terza settimana lancia per 300 yards e 3 touchdown contro New Orleans, prima della fatidica ora X. Il 30 Ottobre dello stesso anno per Daunte arriva il momento di fare i conti con il destino e, per quanto si sta verificando finora, di segnare l’inizio della sua fine; in un’azione di gioco contro Carolina gli saltano tre dei quattro più importanti legamenti del ginocchio destro e per lui la stagione è finita, male, con 6 TD pass e 12 intercetti lanciati, ma comunque finita, come la sua avventura in Minnesota.
Ad aggravare la situazione il 14 Dicembre si scopre che il numero 11 dei Vikings e altri tre compagni di squadra (Fred Smoot, Moe Williams e Bryant McKinnie) sono accusati di aver organizzato, il 6 Ottobre, un festino a sfondo sessuale sul lago Minnetonka, quello che diventerà famoso come ”Boat cruise scandal” o ”Love Boat”, per il quale vengono condannati a 90 giorni di prigione e, soprattutto, perdono la stima dei tifosi di Minnesota, oltre a suscitare scandalo in tutta la nazione.
La stagione 2005 ha però ancora in serbo un paio di sorprese poco gradite per Culpepper, con i Vikings che si riprendono e per poco non centrano l’obiettivo playoff sotto la guida esperta del backup quarterback Brad Johnson, e con il licenziamento del suo “protettore” Mike Tice, garanzia fino a quel momento per il suo futuro in Minnesota. L’avvento del nuovo head coach, Brad Childress, segna di fatto il punto definitivo di rottura con la franchigia della NFC North e con la dirigenza della stessa, i fratelli Wilf.
Nei giorni successivi alla nomina della nuova guida per i Vikings succede di tutto, prima il quarterback licenzia il suo agente storico, poi chiede di poter continuare la riabilitazione nell’assolata Florida, adducendo che vi è un clima migliore che in Minnesota e che è più vicino a casa, infine sbotta come un fulmine a ciel sereno: ”Brad Childress non so chi sia, da quando è diventato head coach non mi ha nemmeno chiamato per sentire come procede il mio recupero, e pensare che sono uno dei giocatori più importanti della squadra, se non rientro nei suoi piani ha solo da farmelo presente. Se così fosse o mi tradano o mi rilasciano.”; per tutta risposta il baffuto neo capo allenatore fa sapere dalla sua comoda poltrona che non vuole primedonne nella sua squadra e che per lui nessuno è indispensabile.
La situazione non è chiara, lo staff direttivo di Minnesota dice che è tutto sotto controllo e che i due si sono parlati, tant’è che dall’entourage di Culpepper arriva pure la smentita di aver rilasciato la dichiarazione incriminata su Childress, eppure quello che trapela sembra l’esatto opposto; la conferma che sia effettivamente così si ha quando viene spostata di un mese la riscossione del bonus contrattuale previsto sull’accordo che lega il quarterback ai Vikings, e la definitiva certezza giunge solo qualche giorno dopo, il 13 Marzo 2006, quando Daunte viene “mandato” a Miami in cambio di una terza scelta al draft.
L’annata pessima dell’ex stella di UCF sembra ormai archiviata, il sole della Florida e la calda accoglienza dei tifosi dei Dolphins paiono avergli fatto ritrovare il sorriso, tant’è che anche la riabilitazione dall’infortunio al ginocchio subisce un’accelerazione creando i presupposti per metterlo al servizio della squadra già dalla preseason. Confermato nel posto di quarterback titolare durante il precampionato, Daunte, nel frattempo tornato a vestire la maglia numero 8 come ai tempi dell’università, gioca le prime quattro partite della regular season 2006 con Miami, prima di infortunarsi nuovamente ad una spalla e venire “panchinato” in maniera definitiva da Saban. Nelle uniche partite giocate ad inizio stagione però c’è qualcosa che porta a pensare che il vero problema di Culpepper non sia la spalla, rispetto al passato si denota una mancanza di mobilità impressionante, confermata dalla mole di sack subiti e di li a poco, il 30 Novembre, da un nuovo intervento in artroscopia atto a rimuovere una cartilagine che gli impediva di muovere liberamente il ginocchio già infortunato.
Inserito il 12 Dicembre nella Injured Reserve, Daunte riceve un regalo di Natale davvero pessimo, a farglielo è Steve Young, che trovatosi a commentare la partita dei Dolphins al Pro Player Stadium per la ESPN, parlando dei giocatori di Miami critica pesantemente il quarterback, soprattutto facendo riferimento ad una condotta poco professionale; per sua “sfortuna” il numero 8 stava seguendo la partita dalle postazioni riservate ai membri della squadra, e sentito il commento poco positivo dell’ex campione dei Niners decide di scendere le scalinate ed affrontarlo a quattr’occhi. Il faccia a faccia serrato si risolve con un dietrofront di Young, che dichiara di aver parlato di una situazione che non conosce senza averne diritto e di riservarsi, prima di fare altre dichiarazioni in merito, di confrontarsi con Culpepper.
L’uscita infelice dell’ex quarterback di San Francisco apre però una nuova chiave di lettura per il declino della carriera di Daunte, ovvero che alla sua base ci possa essere una carenza di etica professionale e, soprattutto, lavorativa; le voci d’altronde si rincorrono, anche se mai confermate dai fatti, di una condotta di vita poco sportiva da parte del campione di Miami, e che proprio questa sia la causa principale dei continui infortuni; infortuni che i Dolphins sembrano non voler più sopportare.
Più che l’arrivo di Cameron quindi è proprio l’insofferenza dello staff dirigenziale di Miami nell’attendere il ritorno di Culpepper, che nel frattempo ha perso la sua madre adottiva il 6 Maggio, la causa di questo possibile divorzio, perché in Florida dopo tante stagioni c’è il desiderio di tornare a vincere al più presto e perché, a conti fatti, si è capito che insistendo sulla scelta fatta nella passata off-season, atta ad intraprendere questa strada, si rischia di non raggiungere il traguardo. Trent Green è la soluzione migliore per “l’oggi”, perché Cleo Lemon e Gibran Hamdan non possono essere considerati una garanzia, mentre John Beck sarà quella per “il domani”, un domani che vedrà Culpepper chissà dove, lontano da Miami ma, speriamo, non lontano dal football.
Per Daunte qualche opzione sembra essersi aperta, all’indomani dell’arrivo di Green in Florida si è parlato di almeno cinque possibili destinazioni, Detroit dove Mad Martz e la presenza congiunta di Roy Williams e Calvin Johnson potrebbero esaltarne il ”braccione”; Atlanta, dove potrebbe tornare utile se la NFL decidesse di squalificare Vick per qualche partita o per tutta la stagione; New York, sponda Giants, dove il “piccolo” Manning non è mai troppo sicuro del posto e si trova sempre sull’orlo di una crisi d’identità; Oakland, dove permetterebbe al suo clone JaMarcus Russell di crescere in tutta calma e sarebbe la garanzia di esperienza che manca nella posizione di QB; Minnesota che segnerebbe un comeback non indifferente, dove potrebbe gareggiare per trovare spazio come titolare e probabilmente risarcire i tifosi delusi da una free agency condotta in maniera tutt’altro che sensata.
Nei prossimi giorni potrebbe esserci la svolta e Culpepper potrebbe trovare una luce in fondo a quel tunnel infernale che da un paio di stagioni gli si è “creato” intorno, certo è assurdo pensare che due anni fa questo ragazzo è stato secondo solo a Peyton Manning nella corsa al premio MVP e che ora rischia seriamente di trovarsi disoccupato, con addirittura il buco per piantare il chiodo a cui appendere le fatidiche scarpette già pronto.
15.06.2007. 11:59
Ed alla fine il più forte e meritevole vince sempre. Si sono ancora gli Spurs a trionfare, il quarto sigillo in 8 anni, ed i meriti della costanza dell’applicazione e dell’organizzazione targata Popovich restano intatti. Rimangono però altrettanti dubbi, perplessità e qualche sassolino da togliere per i molti appassionati che quando vedono i successi degli Spurs non possono celare. La vera finale di questa stagione, Spurs-Suns, è stata macchiata dalla decisione assurda e priva di qualunque forma di buon senso ed equità di privare D’Antoni e soci di Diaw e soprattutto Amare Stoudemire nella gara che di fatto ha deciso la serie. La scelta della squalifica dei due, in assenza di un vero intento di intervento dopo il fallaccio (e le provocazioni) di Horry, il pronto intervento della panchina di Phoenix che di fatto ha impedito un vero scavalcamento evidente della linea laterale e l’intento assolutamente non bellicoso dei protagonisti poteva far pensare ad un finale diverso.
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| Horry esulta: è lui il vero MVP ,Most Valuable Provocator | Ed invece l’ineffabile Stu Jackson, coadiuvato dal benestare del pilatesco Stern, ha deciso diversamente generando un’autentica ingiustizia.
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| Stern e Jackson, le due telecamere più pagate d'America | Le motivazioni addotte da Jackson sono a dir poco sconcertanti e in qualche modo risibili: punire il solo attraversamento della linea per una ipotetica possibilità di intervento (in una situazione tra l’altro già sedata e controllata dagli arbitri) con una squalifica di fatto falsa gli equilibri di una serie senza peraltro punire adeguatamente l’autore della provocazione. Infatti se l’intento della lega è quello di prevenire le risse il provocatore (Horry nella fattispecie) ottiene un triplice guadagno: non è un vero protagonista (non prendiamoci in giro a parte qualche Big Shot le finali le vincono ormai Duncan,Parker e l’argentino) e le 2 giornate hanno un peso irrilevante, toglie di mezzo due protagonisti e poteva metterne KO un terzo (visto il fallo pericoloso compiuto), ed infine ritorna pimpante e pronto per la finale di conference contro i Jazz. Quindi se stiamo alla decisione di Jackson il passare la linea significa squalifica automatica, una scelta imbarazzante visto che tra i compiti del suo stipendio multimilionario c’è anche quello di saper discernere tra le situazioni, altrimenti squalifiche e multe comminate non avrebbero senso e si potrebbe lasciare il tutto nelle mani sapienti della telecamera. A Stern, che canagliescamente ha rigettato la palla ai proprietari dicendo loro che la regola se vogliono la si cambia, suggeriamo di dare il lauto salario di Stu (e parte anche del suo) direttamente alla telecamera, vero giudice unico nella fattispecie. Da un duo del genere non ci si poteva aspettare di meglio dopo la pugnalata inferta ai Knicks nel 97 con la megasqualifica che ha tolto di mezzo Van Gundy ed i suoi dalla meritata finale di conference ormai prossima contro i Bulls mentre conducevano comodamente 3-2 nella serie contro gli Heat. Nel più classico degli History Repeating, come canterebbe Shirley Bassey, anche li Miami ha usufruito di un vantaggio assurdo dal punto di vista etico e sportivo: squalifiche eccessive ( Ewing ed altri fecero da spettatori o pacieri) che costrinsero i Knicks a due partite “zoppe” visto che l’altra regola (ovvero quello del minimo legale dei giocatori e referto) mise nelle mani del trio Jackson-Thorn-Stern la possibilità di suddividire in due partite (sic) i giocatori squalificati. E come nel caso di quest’anno il provocatore di turno, PJ Brown, dopo due giornate è tornato in campo nella finale, a questo punto se il danno e la provocazione sono tutelate perché non squalificare per una serie intera il “detonatore” delle squalifiche?. Se il metro è quello applicato nel caso Stoudemire allora potremmo parlare di sentenza clemente nei confronti del far west del Garden di dicembre, forse Anthony e soci dovevano essere squalificati per 50 partite?. Certo che no, il buon senso, che in genere anima ogni giudicante è stato ampiamente tradito, stavolta il guadagno è tutto per i neroargento che peraltro sono senza colpa alcuna. Anzi l’ennesimo asterisco sul loro titolo, per dirla velenosamente con Phil Jackson, non rende globalmente giustizia ai loro meriti perché gara 5 forse l’avrebbero potuta vincere anche senza la spintarella degli uffici di New York oltre a qualche compiacenza arbitrale che tollera le porcherie di Bowen e tutela in eccesso il caraibico. Spurs che vincono per inerzia una finale sostanzialmente mai iniziata nonostante il coraggio anche in gara 4 dei Cavs ed il talento debordante di LeBron: Duncan è sempre una mirabile garanzia, Parker una sentenza (meritato MVP per la gioia di Eva) con le sue scorribande ed i morbidi jumper, il nostro Manu Ginobili un guerriero mai domo, ma tolto questo come direbbe il Califfo tutto il resto è noia. |
15.06.2007. 07:35
Gara-4: Cleveland - San Antonio 82-83 (San Antonio vince la serie 4-0)
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| 1,2,3,4... quarto titolo per Duncan e gli Spurs | Le parole di David Stern durante la premiazione degli Spurs campioni NBA 2007 sono eloquenti: '' A team for the Ages'': la dinastia di una squadra che ha vinto quattro Titoli nelle ultime nove stagioni (due dei quali festeggiati in trasferta) non può che entrare nella storia dalla porta principale. San Antonio completa lo sweep ai danni dei coraggiosi ma mai all'altezza Cavaliers, vincendo anche gara-4 alla Quicken Loans Arena. E' il quarto titolo per Tim Duncan, che impreziosisce ancor di più una carriera fantastica che lo porterà dritto nella Hall of Fame, e di coach Gregg Popovich, fautore insieme al suo staff di un capolavoro tecnico-tattico difficilmente replicabile all'interno della Lega e soprattutto fiorente negli anni; il settimo per Robert Horry, mai stanco di vincere e pronto a tornare anche la prossima stagione per replicare il trionfo; il terzo per Manu Ginobili e Tony Parker (meritevole MVP della serie), scelte coraggiose e marginali nei passati draft, ma trasformati in campioni assoluti da un sistema impeccabile fuori e dentro al campo; terzo per Bruce Bowen, uomo tattico fondamentale e forse unico motivo di peccato per la franchigia a causa del suo comportamento alle volte ai limiti della sportività; è anche il primo di Michael Finley, disperato l'anno scorso nel vedere la sua ex squadra, i Mavericks, eliminare proprio gli Spurs prima di sbarcare in Finale, e di Jacque Vaughn, che una finale l'aveva disputata (con i Jazz) ma solo ora riesce a conquistare l'anello. I Cavaliers provano ad invertire un copione già scritto affrontando gara-4 armata di puro orgoglio e dalla determinazione di chi ormai non ha nulla da perdere. I rimbalzi offensivi di Zydrunas Ilgauskas, le triple di Daniel Gibson e Sasha Palovic, la circolazione di palla fluida, la testa finalmente sgombra da pensieri e paure assortite: così Cleveland inizia alla grande, coinvolgendo subito il pubblico e scorgendo orizzonti di gara-5. La tesi è supportata in maniera solida forse dal peggior inizio di partita di Duncan dell'intera sua fulgida carriera. Il caraibico soffre l'alternanza di marcatura di Illgauskas e Varejao, concede rimbalzi offensivi facili, non segna mai e poi mai (a metà del secondo quarto ha 0/5 dal campo e 2/6 dalla lunetta, una gara che fa tornare in mente l'amichevole del 1999 contro Varese al McDonlad's Championship...), è pigro in attacco e stranamente poco lucido nei pick-and-roll.
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| Tony Parker: è lui l'MVP delle Finali | Per fortuna degli Spurs Tony Parker è concentratissimo ed esplosivo, segna 10 punti nel primo quarto e si permette pure di stare a sedere nei primi sei minuti di secondo periodo (sostituito alla grande da Jacque Vaughn). San Antonio non si smarrisce in difesa, apre la crisi di Cleveland e di Lebron James al tiro ruotando sul perimetro e chiudendo come al solito l'area con una zona perfida ed efficace. A metà secondo quarto una bomba di Ginobili porta i suoi a +7 (30-23), mentre dall'altra parte Lebron continua a sparacchiare senza costrutto. Il +5 Spurs a fine primo tempo è un affare per Gregg Popovich, perchè il solo Parker (15 all'intervallo) sembra all'altezza della situazione. Lo show del francese continua in un terzo periodo poco coinvolgente, sempre in mano ai nero-argento, che frustrano ogni reazione dei padroni di casa, cominciando anche a coinvolgere Duncan (sempre però marcato impeccabilmente da Varejao). Tutti si aspettano un reazione d'orgoglio di Lebron James e compagni nell'ultimo quarto, che puntualmente arriva. Cinque punti di Donyell Marshall dentro l'area (dall'arco meglio ripassare il prossimo anno) portano i Cavs a -3 (60-57), un raro tiro in sospensione di Lebron regala il -1 (60-59) a 8' 36'' dal termine. La solita crisi offensiva di San Antonio favorisce un 14-0 di parziale Cleveland all'apparenza devastante: Parker smarrisce la dimensione di tiratore dalla media che lo ha ormai reso una superstar e Ginobili appare statico e poco coinvolto nei giochi offensivi, troppo poco aperti all'improvvisazione. James invece sembra tornare ad essere il carro armato spezza-difese di gara-5 contro i Pistons: i Cavs sono insperatamente in vantaggio (63-60). Dopo un semigancio di Duncan che rompe l'incantesimo, l'aria si riempie di un aroma tipicamente argentino: sono Ginobili e Fabricio Oberto i fautori del contro-parziale 14-3 Spurs: il canestro e fallo del lungo e la tripla e il canestro in entrata della guardia, sono gli highlights più accecanti. Intanto i segnali per Lebron e i Cavs vanno tutti per il verso sbagliato: tiri che entrano ed escono, palloni non trattenuti, palle perse banali. Contro gli Spurs non è ammissibile, se vuoi vincere. Ginobili gela la partita dalla lunetta volando a 27 punti personali, mentre ironicamente le triple di James e Damon Jones (anche tre tiri liberi per un fallo inesistente di Manu) entrano quando ormai non contano più e servono solo a limare lo svantaggio. Non è stata la Finale di Lebron James, questo è chiaro. Il futuro probabilmente sarà il regno del numero 23, ma il presente è saldamente in mano agli Spurs. Statistiche: Cleveland: James 24 (10 ass., 10/30), Gooden 11 (11 rim.), Gibson 10, Jones 9, Illgauskas 8, Varejao 8, Marshall 5, Snow 4, Pavlovic 3. San Antonio: Ginobili 27, Parker 24, Duncan 12 (15 rim.), Oberto 7, Elson 4, Finley 4, Vaughn 2, Bowen 2, Horry 1. | 6月14日
13.06.2007. 06:47
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| Parker ancora fenomenale quando conta | I San Antonio Spurs espugnano la Quicken Loans Arena e si portano ad un passo dal titolo NBA di questa stagione. In una gara poco spettacolare, conclusasi 75-72, sono risultati decisivi i 17 punti con 7/17 al tiro di Parker, i 14 e 9 rimbalzi di Duncan e i 13 punti con 4/5 dalla lunga distanza per Bowen, che con i suoi punti compensa la cattiva serata di Ginobili, che manda a referto solo 3 punti, peraltro decisivi, tutti dalla lunetta. Ai padroni di casa non bastano i 25 punti con 9/23 dal campo, 8 rimbalzi e 7 assist, ma anche 5 palle perse di James, il dominio a rimbalzo (48-41) e le doppie doppie di Gooden (13 e 12 rimbalzi) e di un ottimo Ilgauskas (12 e 18 rimbalzi). LA CRONACA. Coach Brown inserisce nel quintetto base Gibson (che chiuderà la gara con 2 punti e 1/10 al tiro) al posto di Hughes, seduto in borghese a bordo campo. I Cavs partono bene, grazie soprattutto ai rimbalzi offensivi, che gli permettono di guidare costantemente la gara, nonostante il vantaggio non superi mai le quattro lunghezze. Il miglior realizzatore per i padroni di casa è Pavlovic (5 punti), mentre James è fermo a quota 4. San Antonio ha enormi difficoltà offensive. L’unico che riesce a trovare con continuità il canestro è Duncan, che dopo aver realizzato 8 punti commette però il suo secondo fallo e viene richiamato in panchina. Soltanto Bowen (6 punti) e Vaughn (2, gli unici della sua partita) oltre al numero 21 segnano dal campo per gli ospiti nei primi dodici minuti. Il primo quarto si chiude sul 18-16 Cavs. In apertura di secondo quarto un gioco da tre punti di Ilgauskas, una tripla di Jones e quattro punti di James portano Cleveland sul + 7 (26-19). A metà periodo la gara vive il suo momento di svolta con i due grandi protagonisti della partita, Duncan e James, che commettono il loro terzo fallo. I padroni di casa non sembrano accusare il colpo tanto da arrivare di li a poco al loro massimo vantaggio dell’intero incontro (+ 8 sul 38-30). Negli ultimi tre minuti del primo tempo, però, gli Spurs stringono le maglie in difesa, e grazie a un parziale di 10-0 firmato da Parker (8 punti per lui nel secondo periodo), Barry e Horry chiudono avanti il primo tempo 40-38, nonostante l’1/6 complessivo ai liberi. Bowen è il miglior realizzatore dei suoi con 9 punti
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| Ai Cavs non basta un immenso Ilgauskas | L’inizio della ripresa è molto complicato per gli attacchi, che vengono dominati dalle difese. Quando James realizza il suo tredicesimo punto, la gara è sul 44-44 e sono già trascorsi i primi sei minuti di gioco. A spezzare l’equilibrio è ancora una volta il numero 12 nero-argento, che con quattro punti consecutivi nell’ultimo minuto porta gli Spurs sul 55-50, punteggio con il quale si chiude il terzo periodo. Ginobili è intanto arrivato a 0/7, Duncan è ancora fermo agli 8 punti del primo quarto. Quando inizia l'ultimo periodo gli ospiti sembrano poter controllare la situazione, tanto da raggiungere il + 10 in due circostanze, prima con i canestri di Barry (autore di 9 punti) e Duncan (60-50), poi con quelli di Parker e Finley (67-57). I Cavs non vogliono però arrendersi davanti al pubblico amico e un parziale di 8-0 firmato dalla coppia James- Pavlovic (autore di 13 punti con solo 5/15 al tiro) gli riporta sul – 2 (67-69). All’inizio dell’ultimo minuto due triple consecutive di Parker e ancora di Pavlovic tengono aperta la gara, e, dopo una buona difesa su Duncan, i padroni di casa hanno la palla del pareggio a dieci secondi dal termine. James la consegna a Varejao, il quale, invece di restituirla al suo numero 23 sfida Duncan che difende agevolmente su di lui. Successivamente arrivano i 3 punti dalla lunetta di Ginobili e l’ultima tripla tentata da James, con un fallo di Bowen precedente al tiro non fischiato dagli arbitri, che finisce sul ferro. ORGOGLIO. Dopo questo ko, che ha consegnato virtualmente il titolo agli uomini di coach Popovich, ai Cavs si chiede una prova d’orgoglio in gara 4, in programma venerdi, per salutare nel modo migliore il loro pubblico, in una stagione comunque eccezionale. Cosa dire dei nero-argento? Semplicemente più determinati, più esperti, più forti degli avversari. Dovranno solo decidere dove e quando festeggiare. |
11.06.2007. 03:32
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| King James fa quello che può... | Gara-2 in pratica non è mai iniziata, o forse è iniziata troppo tardi: gli Spurs infatti l'han fatta da padrone fin dai primi minuti; a tratti imbarazzante la superiorità nero-argento in tutti gli aspetti del gioco salvo però addormentarsi nell'ultimo periodo facendo quasi rientrare i Cavs che da parte loro devono recitare il mea culpa perchè, salvo gli ultimi dodici minuti, non sono mai stati in partita. San Antonio è stata superiore in ogni singola giocata ed è scesa in campo con un'intensita ed una concentrazione assoluta che non è mai calata nei primi tre quarti. Decisivi nel primo quarto sono due falli di James che lo costringono alla panchina dopo appena tre minuti di gioco e in men che non si dica San Antonio si ritrova sul +10 (16-6), vantaggio che rimarrà più o meno immutato, tra un parziale e l'altro, alla fine del quarto (28-17). Il secondo inizia con un altro parziale di 7-0 che sotterra ulteriormente Cleveland; inutile qualche entrata di James che però non la mette mai da fuori. Parker scherza letterlamente Hughes, inutile il suo utilizzo nei due lati del campo, e in ogni azione penetra che è un piacere. Abisso tra i due team: a tre minuti dalla fine del primo tempo una statistica recitava le percentuali del campo delle due squadre nel secondo quarto:22% Cavaliers 90% Spurs....non servono altre parole. Partita non chiusa ma strachiusa a fine secondo quarto sul 58-33. Nel terzo quarto gli Spurs non abbassano di un centimetro la loro guardia e continuano a spingere sull'acceleratore grazie a Ginobili: il parziale si chiude sul 89-62. Nell'ultimo periodo invece San Antonio abdica troppo presto e vivono il loro classico passaggio a vuoto della che permette incredibilmente ai Cavs di tornare sotto la doppia cifra di svantaggio grazie ad un pazzesco parziale di 24-4 (89-97). Parziale però che non consente a Cleveland di rientrare del tutto in partita grazie anche a un gioco da quattro punti di Ginobili sul finale. La partita si chiude sul 103-92. Statistiche: Negli Spurs regnano incontrastati i soliti big three: Duncan ha 23 punti più 9 rimbalzi e 8 assist, Parker è il top-scorer con 30 ed infine Ginobili che chiude con 25 punti e 6 rimbalzi.
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| Son ancora i Big Three ad esser decisivi per gli Spurs! | Importante anche l'apporto del sempreverde Horry che chiude con 9 rimbalzi, 5 stoppate e qualche giocata da applausi. Povero invece il tabellino dei Cavs: oltre a LBJ c'è molto poco. James chiude con 25 punti (9/21 dal campo) 7 rimbalzi e 6 assist, poi l'unico sopra le righe è Gibson con 15 punti. In doppia cifra ci sono comunque anche Gooden (13) e Pavlovic (10). Ora sul 2-0 la serie deve cambiare a Cleveland (martedi notte gara-3) se i Cavs non vogliono entrare nella storia dalla parte sbagliata: l'impressione però è che San Antonio sia troppo superiore a questi Cavs e se King James non ci mette molto del suo lo sweep, il cappotto è molto vicino... L'ultimo quarto però da un briciolo di speranza agli uomini di coach Brown che hanno almeno mostrato un minimo di reazione allo strapotere degli Spurs. | 6月9日
 Michael Vick, se riconosciuto colpevole di dog-fighnting, rischia la carriera. Se fossimo nei panni di Roger Goodell, commissioner della Nfl dallo scorso 8 agosto dopo aver raccolto l’importante testimone da Paul Tagliabue saremmo veramente preoccupati, indaffarato com’è il personaggio nel gestire con perizia ed autorità una situazione diventata di una sconcertante continuità, ovvero il legame dei suoi giocatori con il crimine, da cui numerosi giornali trovano terreno fertile per riempire le proprie pagine nella lunghissima pausa della offseason, all’interno della quale, di questo passo, si rischia di vedere più arresti che non transazioni di gente che cambia maglia. Le notizie che giungono da ogni parte degli Stati Uniti circa attività criminali e/o illecite da parte di giocatori di football continua a crescere a dismisura, la fama di taluni personaggi sta compromettendo seriamente la Nfl in cima alla lista nera, quella della lega con più “criminali” in attività. Questa la principale motivazione che ha spinto Goodell ad usare il pugno di ferro, cercando nella giusta intolleranza a tali episodi la soluzione per raddrizzare la precaria situazione.
Nomi più o meno famosi si sono alternati nei notiziari, nelle pagine principali di milioni di siti, non certo per le imprese sportive, quanto per i reati commessi ai danni di terzi, una collezione che comprende assalti aggravati, possesso illegale di armi, violazione della libertà vigilata, ed ora annovera pure scommesse clandestine riguardanti il dog-fighting, deplorevole attività che fa guadagnare vagonate di dollari ad ignobili scommettitori, i quali puntano la loro sorte (o meglio, quella del loro portafoglio) su pit-bulls incattiviti ed inferociti in una battaglia senza senso, che spesso vede restare solamente uno dei due animali in piedi.
Michael Vick, indiscussa superstar degli Atlanta Falcons, è l’ultimo apparente protagonista di questa cronaca nera, perlomeno fino al momento in cui la verità dei fatti verrà a galla data l’enorme confusione che da settimane regna sulla vicenda; sta di fatto che sulla sua testa grava un’importante indagine investigativa, che se confermata potrebbe seriamente danneggiare la sua carriera di giocatore e la sua immagine personale, già sporcata in passato da un paio di piccoli episodi finiti oramai nel dimenticatoio. Spesso, in questi casi, è facile avere un legittimo dubbio sull’accaduto, è difficile tracciare la linea di confine tra l’invidia provata per l’immagine dell’atleta strapagato, ricattato dal fanatico di turno al fine di estorcergli un po’ di soldi o per farlo precipitare agli occhi dell’opinione pubblica, e tra le strane abitudini che circolano tra gli abitanti degli Stati Uniti, liberi di portare armi con sé, incapaci di stare lontani dai guai, in possesso di culture agghiaccianti (c’è chi tende a giustificare Vick sostenendo che in Virginia il dog-fighting è una cultura, quindi non sussisterebbe colpa alcuna per le sue azioni) sovente in evidenza per eccessi di ogni tipo manco le luci della ribalta fossero il solo ossigeno per continuare a respirare.
E’ il 24 aprile, le squadre Nfl sono in piena preparazione per il draft, che si svolge qualche ora più tardi: scoppia una vera e propria bomba ad orologeria. Davon Boddie, 26 anni, cugino di Michael Vick, viene arrestato per possesso di droga all’interno di un’indagine molto ampia e fornisce alle autorità le sue generalità: Moonlight Road, Virginia, l’indirizzo di residenza dichiarato dal ragazzo, corrisponde ad una delle case di proprietà del cugino. L’abitazione viene perquisita quale potenziale sede di traffici illeciti ma le ricerche non scaturiscono bustine di polvere bianca, bensì il rinvenimento e conseguente cattura di 66 cani, 55 dei quali sono pit-bulls, e la confisca di materiale relativo che dimostra attività di addestramento cinofilo, legalmente svolta da Vick, ma presumibilmente legato al dog-fighting, punibile in Virginia con una pena fino a 5 anni di reclusione.
Vick viene immediatamente convocato negli uffici di Goodell, giura davanti al commissioner di non essere implicato nella vicenda, sostiene di aver “prestato” la casa ad amici e familiari senza sapere che all’interno della proprietà hanno luogo feroci combattimenti tra bestie inncoenti. Non frequenta quella casa da parecchio tempo, dice, di quello che succede tra quelle mura egli è persona estranea.
Mentre la faccia di Vick fa il giro del mondo mediatico americano, il procuratore di stato incaricato del caso comincia le indagini, dalle quali sorgono alcuni particolari: vengono rinvenute tracce di sangue in due tappeti trovati all’interno del complesso, del quale fanno parte altre baracche tutte dipinte di nero, dicono per farle scomparire alla vista di notte, quando i combattimenti hanno luogo, ed oltre a queste tre buste per lettera indirizzate a M. Vick; l’avvocato dell'accusa, Gerald Pointextender, corregge una fuga di notizie errata, dichiarando che i cani trovati nell’abitazione sono in salute, al contrario di quanto riportato inizialmente da qualche giornale. Prendendo una decisione controversa, Pointextender sceglie quindi di non far eseguire un mandato di perquisizione atto a far emergere carcasse di cani deceduti nei combattimenti, segnalate da informatori ignoti, il procedimento potrebbe essere ritenuto illegale davanti ad una corte in quanto le fonti non sono totalmente attendibili.
Non vi sono particolari evidenti che possano incastrare il numero 7 dei Falcons, non sembra esistere alcun testimone oculare che possa raccontare qualcosa: la procura di stato fa sapere che l’accesso alla casa era permesso ad almeno 10 persone, e che non vi è alcuna sicurezza della colpevolezza di Vick. Nonostante questo Pointextender dichiara alla stampa che ci sono elementi e persone che collegano Michael Vick al crimine, ma non può procedere per mancanza di prove concrete. Non è quindi chiaro, oggi, se la procura voglia cercare la verità, o se voglia semplicemente inquinare il più possibile la figura del giocatore.
Ma ecco che puntualmente vengono allo (semi)scoperto i soliti ignoti, ovvero quei signori contraddistinti da così tanto coraggio da parlare esclusivamente sotto la condizione di non essere nominati.
“Vick è uno dei pezzi grossi di questo giro”, confida a Espn la misteriosa fonte, ”è uno di quelli che scommette di più, parlo di 30, 40.000 dollari a combattimento, d’altra parte gente come lui se lo può permettere. Io sono in questo giro da trent’anni ormai, sette anni fa il mio cane ha combattuto contro quello di Vick, ma lui non era nei pressi del ring, lui scommetteva sul combattimento nelle vicinanze. Nel ring c’era però un membro della sua cerchia.” Un altro potenziale testimone confida, sempre a Espn: ”Quello che ho visto fare a Vick è normale, non capisco perché la gente se la prende in questo modo, è solo un animale addestrato. Il cane, ad una certa età, ha istinti combattivi, bisogna sguinzagliarlo e lasciarlo fare. Tutti condannano il dog-fighting, ma non è meno crudele dell’Ultimate Fighting Championship.”
Le interviste raccolte, attendibili o meno, fanno presagire la presenza di altri professionisti nel giro del dog-fighting, ritornano d’attualità le storie di Quyntel Woods, ex giocatore Nba, e di LeShon Johnson, ex running back degli Arizona Cardinals, le cui carriere furono stroncate proprio per questo motivo. Qualche collega di Vick segna un clamoroso autogol: Clinton Portis, running back dei Washington Redskins, difende l’eventuale colpevolezza di Vick sostenendo che ciò che il giocatore ha fatto a casa sua sono solamente affari suoi e che non ci sarebbe nulla di male, Chris Samuels, tackle della linea offensiva, scherza sull’accaduto assieme al compagno. L’ufficio stampa dei Redskins è costretto a compilare delle scuse ufficiali circa le dichiarazioni di Portis, denigrando la dubbia moralità di quell’attività.
Per gli Atlanta Falcons la storia non può uscire in un momento peggiore: prima del draft, infatti, la franchigia ha deciso di cedere Matt Schaub, mandandolo a Houston per salire alla posizione numero 8, con la quale selezionano Jamaal Anderson, defensive end da Arkansas che serviva parecchio ad una difesa priva di pressioni per il quarterback avversario, un reparto che aveva bisogno di una rinfrescata dopo gli infortuni di John Abraham e la partenza di Patrick Kerney. Schaub, in caso di sanzioni pesanti, sarebbe stato un’ottima soluzione a medio-lungo termine, è giovane ed aveva familiarità con il sistema offensivo essendo anch’egli un quarterback mobile; ora invece il roster presenta l’ex Lions e Dolphins Joey Harrington, dichiaratosi pronto ad ogni evenienza ed apparentemente resuscitato da un inizio di carriera molto deludente, nei quali la sua mente aveva subito dei duri colpi in fatto di stima personale. Qualche gossip, nulla di più, ha attribuito ai Falcons contatti per valutare la disponibilità di Trent Green, smentiti, e Daunte Culpepper, ambedue legati a doppio filo al destino dei Miami Dolphins, casualmente la stessa squadra per cui ha giocato sorprendentemente bene Harrington nella seconda parte della scorsa stagione.
In qualsiasi caso la nostra impressione è che l’immagine di Michael Vick non ne verrà fuori bene, e che la sua carriera rimarrà comunque segnata dall’episodio. Qualche sponsor che lo aveva scelto come testimonial ha già pensato di dissociarsi dalla sua figura.
Vick, come molti dei suoi colleghi “schedati”, non è riuscito a gestire il suo status, che lo vede proiettato così in alto dello “stardom” americano da non riuscire nemmeno a tenere il controllo della situazione: se verrà provato colpevole la sua immagine sarà rovinata per sempre e la sua carriera potrebbe addirittura finire qui, se invece nessuna accusa sarà a suo carico non sarà comunque riuscito a gestire la solita frotta di parenti e affini che non appena firmi un contratto miliardario ti stanno con il fiato sul collo, ti chiedono di comprargli un’abitazione, o, appunto, te ne chiedono una in uso gratuito dove gli eventi sfuggono dal tuo controllo; tu lo fai comunque, perché non vuoi che ti accusino di aver tradito chi, una volta, soffriva con te. Ma comunque vada, il tutto è alla fine un insuccesso colossale.
Il minimo comune denominatore della faccenda è quindi l’incapacità di arrivare in alto e di restarci, sembra che anche quando i soldi arrivano a fiumi prima o poi la noia la fa da padrona: ecco quindi che per ricreare una sorta di eccitazione si cade nella tentazione di guardare il rischio dalla poltrona più vicina, con la possibilità di mandare a quel paese una carriera al suo apice, che vedeva Vick, fino all’altro giorno, come il quarterback più elettrizzante ad aver messo piede in un campo di football, il cui unico “guaio” era di dover dimostrare al mondo che non sapeva solo correre con la palla in mano, ma poteva diventare preciso anche nella fase aerea, nella quale aveva fatto sicuri progressi nel campionato 2006. Questo, in apparenza, era l’unico problema della sua fortunata esistenza. Ma non siamo più sicuri che ora sia così.
 Lebron ha subito il trattamento speciale che gli ha riservato la difesa Spurs... La prima delle (teoriche/possibili) sette partite della Finale 2007 se n’è già andata, lasciando un po’ l’amaro in bocca ad una Cleveland che ha pagato forte lo scotto con la prima finale della sua storia.
Una squadra composta da novellini, a questi livelli, non può che reagire all’atmosfera della finalissima in modo diametralmente opposto rispetto ad una squadra come San Antonio, che invece potrebbe scrivere un trattato su come si gioca una finale NBA.
Gara due sarà ovviamente importante, perché i Cavs devono dare un segnale di vita molto più forte della comparsata in una gara 1 nella quale non sono sembrati aver impensierito più di tanto gli Spurs. L’obbligo è quello di non lasciarsi condizionare dalle statistiche che dicono che la squadra che ha vinto il primo match della serie finale ha portato a casa anche l’anello diciassette volte negli ultimi ventitre anni.
Da dove cominciare, dunque, per cercare di espugnare uno dei campi più difficili dell’NBA? Per prima cosa sarà fondamentale limitare il Parker devastante dell’altra sera, devastante non tanto, o non solo, per i ventisette punti stampati in faccia ai Cavs, ma soprattutto perché tanti di questi punti sono venuti in area.
Il francese è entrato in area per tutta la gara; non si può colpevolizzare al solo marcatore di Parker (Hughes generalmente), ma piuttosto tutta la difesa perché costantemente, battuto il suo uomo, Parker trovava pochi altri ostacoli (sottoforma di aiuti) sulla sua strada verso il canestro.
Le difficoltà di Hughes a contenere il francese, dovute anche ad una limitata mobilità laterale dovuta all’infortunio al piede subito contro i Pistons, non porteranno però a un rimescolamento delle carte da parte di coach Brown, che ha comunque deciso ed affermato che sarà Hughes a partire in quintetto, mentre Gibson, nonostante un’altra ottima partita (16 per lui), dovrà, almeno inizialmente, sedersi sul pino.
La risposta contro Parker deve essere trovata in un maggiore sforzo di squadra per cambiare le abitudini di Parker e farlo pensare un po’ di più, come dicono anche coach Brown: ”Parker è stato terrificante per tutta la serata, arrivava sempre al ferro. Dobbiamo tenerlo fuori dall’area e farci battere con il tiro da fuori” e Hughes “Guarderemo un filmato per cercare di capire come non concedergli buoni angoli di penetrazione e non lasciargli tanto spazio per concludere una volta che è entrato in area”.
Il secondo punto fondamentale per portare a casa gara 2 e tornare in Ohio sull’1-1 è ovviamente avere un Lebron diverso da quello sceso in campo nel primo match. Non ho nessuna intenzione d’iniziare o dare spazio alle solite discussioni da bar che si creano in questi casi, Lebron non ha sfavillato ma di sicuro il valore di un giocatore nelle finali non lo si giudica dopo solo quarantotto minuti. La deludente gara di James porta con sé queste cifre: 14 punti, 4/16 dal campo, cuattro assist e sei perse.
E’ ovvio che Lebron deve giocare meglio ma, come lui stesso ha detto, non è il caso di fare drammi: ”Mi sento tranquillo. Insomma, non ho giocato bene, ma questo non è il torneo NCAA, in cui perdi un partita e sei fuori. Loro sono stai bravi a riempire l’area e coprire il campo. Quelle sei palle perse non sono da me, ma ho forzato molti passaggi. Devo giocare molto meglio se vogliamo vincere” .
Gli Spurs hanno svolto al meglio i compiti assegnati loro da Popovich, avendo avuto anche avuto un bel po’ di tempo in più dei Cavs per preparasi alla finale e per capire con chi avevano a che fare, come ha detto Brent Barry: ”Tutti noi, visto che la nostra serie era finita, abbiamo avuto la possibilità di vedere gara 5 contro i Pistons e di capire che avremmo giocato contro qualcuno speciale”.
Sulle critiche che di sicuro James dovrà sorbirsi dopo una gara 1 al di sotto dei suoi standard Barry ha la sua, come sempre colorita, opinione: ”E’ ridicolo. Non puoi, il giorno prima, parlare di lui come fosse Superman e poi, il giorno dopo, pensare che sia Clark Kent”.
La ricetta usata dagli Spurs contro James è spiegata a fine gara da P.J. Carlesimo: ”Per prima cosa, mettere sempre le mani in faccia a Lebron quando tira in sospensione. Numero due, non si accettano schiacciate senza che arrivi un aiuto difensivo. Numero tre, se passa Bowen, per arrivare al ferro deve trovare sulla strada almeno i nostri due lunghi, a scelta tra Duncan, Horry, Oberto o Elson, a seconda di chi sarà in campo. Più persone deve superare per arrivare al canestro, migliore sarà la difesa”.
Altro punto sarà cercare di risolvere l’ormai annoso problema dei terzi periodi, decisamente indigesti per i Cavs dall’inizio della postseason. Anche giovedì notte hanno perso il parziale (24-14), tirando molto male dal campo (6/16). Non puoi regalare una frazione di gioco agli Spurs, una squadra con troppa esperienza per non approfittarne.
Da questi tre punti si deve partire Cleveland per impensierire gli Spurs in gara 2. Vediamo come andrà a finire.
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