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日志


5月21日

Fatto buco del culo!!! I Chicago Bulls si beccano la prima scelta al draft!

21.05.2008. 10:01   
 Steve Schanwald esterna la sua soddisfazione: i Bulls hanno la scelta numero uno 
Si è svolta nella notte la cosiddetta ''Lotteria'' per determinare l'ordine di scelta al prossimo Draft. La prima scelta assoluta va a sorpresa ai Chicago Bulls, che alla vigilia avevano ben poche probabilità (addirittura l'1,7%) di scegliere così in alto, avendo conseguito appena il nono peggior record NBA.

Ma la fortuna ha assistito Steve Schanwald, vice presidente esecutivo presente durante l'estrazione delle fatidiche palline. A questo punto è chiaro che la lotta serrata per la scelta si restringe ai due fenomenali freshmen Derrick Rose (play da Memphis) e Michael Beasley (ala da Kansas State). Eventuali operazioni di mercato determineranno la strategia, su cui il general manager John Paxson ha già cominciato a lavorare.

Ecco l'esito dell'estrazione:

Primo giro:

1. Chicago Bulls
2. Miami Heat
3. Minnesota Timberwolves
4. Seattle Supersonics
5. Memphis Grizzlies
6. New York Knicks
7. L.A. Clippers
8. Milwaukee Bucks
9. Charlotte Bobcats
10. New Jersey Nets
11. Indiana Pacers
12. Sacramento Kings
13. Portland Trail Blazers
14. Golden State Warriors
15. Phoenix (da Atlanta)
16. Philadelphia 76ers
17. Toronto Raptors
18. Washington Wizards
19. Cleveland Cavaliers
20. Denver Nuggets
21. New Jersey Nets (da Dallas)
22. Orlando Magic
23. Utah Jazz
24. Seattle SuperSonics (da Phoenix)
25. Houston Rockets
26. San Antonio Spurs
27. New Orleans Hornets
28. Memphis Grizzlies (dai L.A. Lakers)
29. Detroit Pistons
30. Boston Celtics

No-Hitter di Jon Lester.

Ci sono grandi imprese sportive, portate a termine con determinazione e sacrificio, e destinate a rimanere negli annali per sempre, ci sono imprese sfiorate ma incompiute, di cui si perdono lentamente le tracce ed i nomi dei protagonisti, e ci sono storie umane che vanno al di là del valore atletico e sportivo dell’evento, che ripagano un’intera stagione di attese e magari di delusioni.

Era successo lo scorso anno a Curt Schilling ad Oakland contro gli A’s, il 7 giugno, quando Shannon Stewart gli rovinò la festa con una valida proprio all’ultimo out dell’ultimo inning, mentre neanche tre mesi dopo, il 1° settembre, l’impresa riusciva a Clay Buchholz, rookie alla sua seconda apparizione in Major League e questa volta a Fenway Park davanti ad un pubblico in delirio.

Ma l’impresa di Jon Lester di ieri ha qualcosa in più, se si considera la sua storia: Scelto dai Red Sox al secondo giro nel 2002 dopo un brillante inizio carriera ai tempi del liceo che gli era valso tre titoli MVP, e successivamente una rapida ascesa nelle minors, due anni fa esordì in MLB, dopo la chiamata forse un po’ prematura, e forzata anche a causa di una serie di infortuni che avevano colpito la rotazione della prima squadra; ma subito Jon aveva dimostrato di valere tutte le aspettative che erano state riposte in lui, e di essere perfettamente all’altezza della lega.

Poi durante l’estate, dopo una serie di test a cui si era sottoposto per trovare l’origine di un fastidio alla schiena, inizialmente imputato alle conseguenze di un non grave incidente stradale in cui era rimasto coinvolto, la terribile diagnosi del tumore. Fu enorme la commozione a Boston perché queste sono le cose che possono far finire la carriera di un atleta, talvolta per il fatto medico in sé, talvolta per l’incapacità di reagire e di combattere.
Fortunatamente per lui il trattamento andò a buon fine e la lenta riabilitazione che lo tenne lontano dai campi delle majors per quasi un anno, lo fece tornare quello di prima, chiudendo la scorsa stagione regolare senza neanche una sconfitta ed in chiaro miglioramento rispetto all’anno precedente. La Baseball Writers' Association of America gli conferì il Tony Conigliaro Award, in onore della battaglia combattuta e vinta contro la malattia; ma l’ultima perla doveva ancora arrivare, infatti fu sua la vittoria nella decisiva gara 4 delle World Series del 2007.

Ecco che la prestazione di ieri sera acquista un valore speciale, per lui, per i tifosi, per tutta la squadra, e chi ha vissuto in diretta l’impresa ha visto persone commosse ovunque la camera spaziasse, a partire dai cronisti della NESN, Jerry Remy e Don Orsillo, che fin dal momento in cui ha iniziato a balenare il pensiero del no-hitter, non lo hanno di fatto mai nominato, e poi i suoi compagni, che alla fine della gara a turno lo hanno abbracciato a lungo, e poi ancora sugli spalti, tifosi emozionati e commossi piuttosto che festanti e deliranti, e poi il pitching coach John Farrell, che lo ha guidato nella riabilitazione, e poi...

...e poi resta l’immenso valore sportivo della prestazione, solo 2 baserunners arrivati con 2 basi su ball, 9 strikeous, ultimo out incluso, impressionanti per il coraggio, per la determinazione con cui Jon per tutta la partita non ha mai avuto paura di attaccare la zona di strike, e nonostante i 130 lanci complessivi ha dimostrato che ne aveva ancora.
E così ora Jon Lester è entrato nella storia dei Red Sox, nella storia del baseball e dello sport, con uno di quegli eventi che cambiano la carriera: ora Jon è ufficialmente uno di quelli bravi, ma bravi veramente, se qualcuno aveva ancora qualche dubbio. Il suo è stato il 18° no-hitter nella storia della franchigia di Boston, ed il quarto nella carriera del catcher Jason Varitek, a cui va sicuramente una parte del merito e che non a caso ora guida la speciale classifica di quelli che vivono l’evento dall’altra parte del piatto di casa base, e poi…

…e poi quel toccante, lungo abbraccio con il manager Terry Francona, che raccontiamo per ultimo; piangeva, e il caos che impazzava al di fuori sembrava non riguardare minimamente nessuno dei due, mentre si parlavano all’interno di un mondo tutto loro; cosa si siano detti in quei momenti non lo sapremo mai, ma abbiamo letto oggi le loro dichiarazioni:
”E’ un secondo figlio per me”,
dice l’uno,
”E’ un secondo padre per me”,
risponde l’altro. Non c’è niente altro da aggiungere.
5月15日

Parma non si arrende!!!

Domenica pomeriggio, allo stadio Tardini, conosceremo il nostro futuro. Verso le 16.50 sapremo quale via percorreremo la prossima stagione: se continueremo a militare in Serie A (come negli ultimi 18 anni) o se dovremo cimentarci tra i cadetti. In ogni caso: affronteremo il destino con dignità, stando vicini al Parma (com'è sempre stato) nel bene e nel male.
Fino all'ora "X" c'è solo una cosa che possiamo e dobbiamo fare: provarci, con tutte le forze. L'impresa a cui ambiamo è titanica, ed è proprio per questo che non possiamo risparmiarci. Tutti devono dare tutto. La società, con agevolazioni e politiche mirate a riempire di tifosi gialloblù il Tardini; la città, avvicinandosi concretamente ad uno dei suoi simboli; la squadra, lottando con sentimento, mostrandoci (finalmente) che ha un cuore.
Come ultras e tifosi di Parma dovremo far pesare drammaticamente il fattore campo. E' la nostra città, è il nostro stadio, è il nostro scudetto: la salvezza. Il Tardini dovrà essere gialloblù, e i nostri cori dovranno sommergere qualsiasi altra voce.
Prepariamoci a fare il massimo, ad essere stupendi come a Firenze, dove abbiamo brillato nonostante il risultato, dimostrando orgoglio, impegno, attaccamento e appartenenza. Riproviamoci, e con ancor più forza, perché solo chi lotta fino alla fine può conquistare la vittoria, perché solo chi ha fatto tutto il possibile non ha niente da rimproverarsi.
Domenica non basterà tifare per 90 minuti. L'appuntamento per tutti è alle 13:00, davanti al Tardini. Aspetteremo il pullman della squadra e accoglieremo i giocatori con la nostra passione, cantando e sbandierando, per cercare di trasmettergli la nostra volontà e il sentimento della nostra città.
Alle 14:00 dovremo essere tutti in Nord, affinché al Tardini si sentano solo i nostri cori, per continuare a dare la carica ai nostri portacolori anche durante il riscaldamento. Dovranno capire che noi non abbiamo mollato, e mai lo faremo.
Alle 15:00, quando il Parma entrerà in campo, dovremo cantare tutti sulle note dell'Aida, alzando al cielo sciarpe e bandiere. Ogni ultras e ogni tifoso del Parma (in qualsiasi settore di posti) dovrà venire allo stadio con la sciarpa, e alzarla appena sentirà l'Aida. Lo stadio di Parma dovrà essere gialloblù!
E poi, fino alla fine: tifare, tifare, tifare. Senza soste e senza tentennamenti, cercando di seguire i capi-coro. Tifiamo per spingere chi è in campo alla vittoria, e tifiamo per la nostra maglia, per i nostri colori e per la nostra città. Perché comunque vada: non ci saranno mai colori più belli del giallo e del blu.

BOYS PARMA 1977

5月5日

CSKA Mosca sul tetto d'Europa!

È stata una bella finale quella di Madrid, dove ha vinto la squadra più forte e meglio allenata. Il CSKA di Ettore Messina, che conferma il suo status di squadra più forte del vecchio continente con due titoli ed una finale nelle ultime tre edizioni, ha giocato un po’ al gatto col topo, come del resto ha fatto anche col TAU in semifinale, mantenendo gli avversari a giusta distanza per poi, al momento opportuno, affondare il colpo e vincere la gara, senza grande sforzo apparente.
È stata una gara di parziali, dimostrazione che entrambe le squadre meritavano la presenza sul palcoscenico: dopo il 5-0 iniziale del Maccabi, subito un 7-0 CSKA, poi ancora i russi prima a più sei e poi ancora con sette punti di vantaggio, ma gli israeliani sempre pronti a ricucire fino all’intervallo. Poi nel secondo tempo la strada ha iniziato a farsi più irta per gli uomini di Sherf, finche l’errore in contropiede solitario da parte di Garcia, dalle stelle alle stalle in quarantotto ore, ha messo i titoli di coda alla gara, nonostante l’ultimo tentativo da parte di Bynum allo scadere del terzo quarto di tenere a galla i suoi. Il parziale dei primi cinque minuti dell’ultima frazione ha, come direbbe il mitico Dan Peterson, messo i chiodi sulla bara dei maccabei.
L’eroe della serata è stato Trajan Langdon, l’assassino dell’Alaska come veniva chiamato ai tempi di Duke, già inserito con il compagno Siskauskas nel miglior quintetto della stagione, chirurgico come solo lui sa fare a questi livelli con un 6/7 dal campo per 21 punti e 33 di valutazione. Ma poteva essere tranquillamente Smodis, attore principe nel parziale di 10-0 che ha ucciso la gara ad inizio quarto periodo, oppure Siskauskas, MVP della stagione, ma in ombra in queste finali, che però nel quarto periodo ha messo 12 punti, poteva essere Papaloukas che ha messo i due canestri della staffa, oppure Andersen…ecco quale è la vera forza di questa squadra: non li puoi limitare perché se ne blocchi uno, ne esce un altro che t’ammazza. Il dodicesimo di questa squadra è Khryapa, sottratto a cifre paurose al fondo della panchina dei Chicago Bulls, il tredicesimo, anche perché infortunato è Savrasenko. Francamente non esiste neppure a livello NBA una squadra che, per il livello in cui gioca, ha tredici giocatori che possono giocare tranquillamente quaranta minuti senza far rimpiangere un compagno. Il Maccabi, squadra anch’essa lunga, ma dal talento medio molto più basso del CSKA, ha provato ad imporre i propri ritmi come era riuscita nel secondo tempo con Siena al venerdì, ma non ha trovato la serata di grazia al tiro come contro l’MPS: il duo Garcia-Sharp, che ha girato la gara contro i senesi, ha chiuso con 2 punti e – 5 di valutazione, tanto per randere l’idea. Bynum ha provato a tenere a galla i suoi, e per tre quarti c’è riuscito, a volte sostenuto da Bluthenthal e, soprattutto nel primo tempo, ben spalleggiato da Batista. Poi, come detto, la profondità e la qualità dei cambi moscoviti, ha segnato la gara che nell’ultimo quarto non ha avuto più storia.

Come già detto, e come giudicato dai giornalisti presenti, l’MVP della serata è stato Trajan Langdon. Con lui nel quintetto ideale anche Bynum, Batista, Holden e Smodis.
5月2日

L'affare Seattle-Oklahoma City.

Il 18 Aprile la “Board of Governors” (ente composto dai 30 proprietari delle squadre NBA) ha approvato per 28 voti a 2 lo spostamente della storica franchigia dei Supersonics da Seattle a Oklahoma City. Lo spostamento dei Sonics è ora in attesa dello scioglimento di una serie di controversie legali tra Clay Bennett (l’attuale proprietario), Howard Schultz (l’ex-proprietario) e la città di Seattle.

Nel mezzo di questa guerra ci sono migliaia, milioni di tifosi dei Sonics.
Una tifoseria cresciuta insieme alla squadra, da quarantun’anni nella “Rainy City”, che ha visto i suoi beniamini portare a casa un anello nel 1979 ed essere negli anni una delle maggiori protagoniste del campionato.

La questione è di per sè complessa e, purtroppo, è stata anche snobbata dai media, occupati a seguire una delle stagioni più emozionanti della storia della lega. Con questo articolo vogliamo rispondere a tutte le domande che un tifoso potrebbe porsi e fare luce su tutte le controversie del caso.

Come è nata la questione?


Tutto è nato il 18 Luglio del 2006 quando la franchigia, allora in mano a Howard Schultz, magnate delle caffetterie americane Starbucks, venne venduta per 350 milioni di dollari ad un gruppo di investitori di Oklahoma City capitanato da Clay Bennett. A dire il vero, si potrebbe dire che il problema è nato molto prima. Già da alcuni anni, infatti, si parla della necessità di rinnovare la KeyArena o addirittura smantellarla per costruirne una nuova.

Il problema della KeyArena, oltre ad essere la più piccola Arena della lega, è che è ceduta in “leasing” (la proprietà del palazzetto è della Città ma viene ceduto l’utilizzo ai Sonics in cambio di un pagamento) dal comune di Seattle alla franchigia. L’accordo, che scade nel 2010 è, a detta degli attuali proprietari e dello stesso David Stern, il peggiore della lega (i Sonics devono dividere quasi tutti gli incassi con il comune e l’anno scorso, secondo Bennett e soci, hanno perso 17 milioni di dollari esclusivamente a causa della KeyArena e il contratto di “leasing”).

La presunta inadeguatezza della KeyArena, è la ragione per la quale Schultz ha deciso di vendere ed è la ragione per cui Bennett ha posto come condizione per rimanere a Seattle un rinnovo dell’attuale arena o la costruzione di un nuovo palazzetto da 500 milioni di dollari.

Perché Seattle non vuole pagare una nuova Arena?


Il consiglio comunale si è sempre rifiutato di finanziare una nuova casa per i Sonics. Le ragioni sono molteplici, a partire dal fatto che i contribuenti hanno già partecipato nel nuovo stadio di Baseball dei Mariners e nel nuovo complesso per i Seattle Seahawks della NFL.

Il piano presentato dal gruppo di Bennett prevedeva di finanziare 300 dei circa 500 milioni di dollari per la nuova arena con soldi pubblici, una richiesta molto elevata considerando anche che la proposta fatta da Schultz prima di vendere ne richiedeva soltanto 200 ai contribuenti. Inoltre, con la nuova arena tutti i profitti sarebbero andati alla franchigia.

Per alcuni sindacati la cifra da pagare per i contribuenti rappresentava “il più grande spreco di soldi mai visto”. C’erano tutti i presupposti per il fallimento, ma il più grande ostacolo era sicuramente la “Initiative 91”.

La “I-91”, come viene abbreviata in gergo, è una legge, approvata il 7 Novembre 2006 dal comune, secondo la quale viene proibito alla città di Seattle di dare sussidi pubblici a squadre professioniste a meno che non riceva in cambio una “giusta ricompensa”.

La definizione che la legge dà di questa “giusta ricompensa” equivale all’interesse di un Buono del Tesoro Americano della durata di 30 anni (circa il 4,9% attualmente). La legge, comunque, non è applicabile al di fuori del comune di Seattle e quindi, permetteva di considerare Renton o Bellevue (sobborghi della città) come possibili destinazioni per il nuovo palazzetto.

Dopo mesi di tentativi falliti Bennett ha cominciato il processo di spostamento della franchigia ad Oklahoma City, cercando di svincolarsi anche dagli ultimi due anni di contratto del “leasing”.

La città ha rifiutato qualsiasi offerta per rescindere l’accordo ed è attualmente in corso un processo presso il Tribunale Superiore della King County (regione di Seattle) per impedire ai Sonics di sfuggira al contratto e, così, perlomeno ritardare lo spostamente di altri due anni, nella speranza di trovare una soluzione alternativa nel frattempo.

Perché Bennett ha comprato?


La risposta a questa domanda potrebbe essere la chiave di tutta la controversia e del futuro dei Seattle Supersonics. Per molti lo scopo di Bennett è sempre stato quello di portare la franchigia nella sua città natale, Oklahoma City, nonostante avesse dichiarato, il giorno della vendita, di non avere “alcuna intenzione di muovere la squadra”. Anche Schultz, il proprietario uscente, aveva mostrato la sua fiducia nel nuovo compratore e aveva anche dichiarato di aver rifiutato offerte migliori perché Bennett si era impegnato a mantenere la franchigia a Seattle.

Questo impegno non era una semplice promessa, ma un vero e proprio obbligo contrattuale che il gruppo di Bennett prese nei confronti dei vecchi proprietari e della NBA, che chiese esplicitamente al gruppo di Oklahoma City di impegnarsi in buona fede, durante un anno (a partire dall’Ottobre 2006), a mantenere la franchigia a Seattle.

Tuttavia sono molte le persone che credono che Bennett abbia sempre, sin dall’inizio, avuto l’intenzione di portare via i Sonics dalla “Rainy City”.

Una teoria rafforzata dalle controverse dichiarazioni di Aubrey McClendon, partner minoritario del gruppo di Bennett, che dichiarò, nell’agosto del 2007, che la franchigia non era stata comprata per “tenerla a Seattle ma per portarla ad Oklahoma City”. Bennett si affrettò a precisare che le parole di McClendon non corrispondevano alla realtà e che non stava parlando a nome del resto degli investitori. Il sospetto però era legittimo.

Oltre ai collegamenti del nuovo gruppo di proprietari con Oklahoma City e questa controversa dichiarazione, bisogna aggiungere anche le trattative, precedenti all’acquisto dei Sonics, che il gruppo aveva avuto con gli Hornets per l’acquisto della franchigia di New Orleans.

Bisogna ricordare che gli Hornets giocarono quasi un’intera stagione ad Oklahoma City dopo la tragedia del Katrina e che l’entusiasmo che suscitò la squadra nella città, fino ad allora vergine di NBA, fece iniziare tutte le speculazioni sulla possibilità di avere una franchigia in pianta stabile ad OKC. Il proprietario degli Hornets non aveva intenzioni di vendere né di spostare la franchigia ed il gruppo di Bennett quindi rivolse il suo sguardo verso la franchigia di Seattle.

Si può dire che Bennett si sia impegnato in “buona fede” per mantenere i Sonics a Seattle?


Nel corso della causa tra la Città di Seattle e il gruppo di Bennett sono state pubblicate alcune e-mail tra lo stesso Bennett e alcuni dei suoi co-investitori che porterebbero a pensare che la vera intenzione dei nuovi proprietari, sin dal primo momento, non era quella di mantenere i Sonics nella loro città natale come invece si erano impegnati a fare.

Il nuovo gruppo di proprietari affermava in pubblico di non avere nessuna intenzione di andarsene da Seattle ma tra di loro si scambiavano e-mail che rivelano che, in realtà, le intenzione erano l’esatto opposto.

Già nel 2006, appena dopo la vendita della squadra da parte di Schultz, Aubrey McLendon inviò una e-mail a Bennett e Tom Ward dall’eloquente titolo: “the OKLAHOMA CITY SONIC BOOM (or maybe SONIC BOOMERS!) baby!!!!!!!!!!”.

Nell’Aprile 2007, quindi ancora durante l’anno in cui si erano impegnati a tentare di mantenere la franchigia a Seattle, Tom Ward scrisse la seguente mail a Clay Bennett: “C’è qualche modo per venire qua ad Oklahoma City la prossima stagione o siamo destinati [nella mail originale la parola utilizzata era più incisiva: “doomed”] a fare un’altra fallimentare stagione a Seattle?”.

Bennett replicò dicendo che era “ossessionato” da quell’idea e che avrebbe fatto “tutto il possibile”.
La risposta di Ward: “E’ questo lo spirito! Sono pronto ad aiutare in ogni modo possibile per avere la NBA qua ad Oklahoma City il prossimo anno”.

Inoltre, un’altra corrispondenza rivela che il gruppo era già in trattative con la stessa Oklahoma City. Tim Romani chiese a Bennett il 5 giugno 2007 di chiamare il “City Manager” di OKC (una specie di sovrintendente all’amministrazione municipale) per informarlo che lo stesso Romani era un rappresentante del gruppo e che avrebbe cominciato “a negoziare i termini dell’accordo con la città”.

Bennett e soci non mentivano soltanto in pubblico, ma anche alla NBA ed a David Stern in persona. In uno scambio di e-mail tra il nuovo proprietario dei Sonics e il Commissioner, Bennet scriveva che “Aubrey McClendon ed io non abbiamo MAI discusso un possibile spostamento della franchigia da Seattle a OKC, né l’ho discusso con nessun altro membro del nostro gruppo”.

Qual è il ruolo di David Stern?


Clay Bennett e David Stern sono amici sin dai tempi in cui il nuovo proprietario dei Sonics faceva parte della dirigenza degli Spurs. Qualche settimana fa è stato proprio il Commissioner della NBA a presentare Bennett nella cerimonia per la sua inclusione nella “Oklahoma City Hall of Fame”.

L’amicizia che c’è tra loro è sempre stata un motivo di sospetto per tutti coloro che credono che i nuovi proprietari non avessero mai avuto l’intenzione di mantenere i Sonics a Seattle. Dopo la pubblicazione delle e-mail incriminate tra Bennett e i suoi soci, David Stern ha dichiarato di essere convinto che “Clay Bennett ha operato in buona fede per mantenere la franchigia a Seattle”. Non è difficile dare del cieco a David Stern, anche se, come ben sappiamo tutti, non c’è peggior cieco di chi non vuole vedere.

È difficile spiegare anche come la NBA sia entusiasta di spostare una delle sue franchigie storiche da un grande mercato come Seattle ad una città senza alcuna tradizione sportiva come Oklahoma City. Soltanto Mark Cuban, tra tutti i proprietari, ha mostrato pubblicamente il suo disappunto: “Io preferirei che restassero a Seattle. Preferirei vedere i Sonics in un grande mercato che è già affermato come Seattle”.

Stern però continua a non muovere un dito e anzi, ha pubblicamente appoggiato il tentativo di Bennett di liberarsi del contratto di “leasing” della KeyArena, arrivando addirittura ad incoraggiarlo.

Le ragioni di questa “connivenza” vanno oltre l’amicizia che c’è tra Bennett e Stern. La NBA non vuole togliere ai proprietari delle squadre il potere di farsi pagare nuovi palazzetti dai contribuenti attraverso le minacce di spostamento. E non c’è miglior modo di riaffermare questo potere che spostando una franchigia come i Sonics.

La città di Seattle, nel corso del processo contro il gruppo di Bennett, ha richiesto una serie di documenti alla NBA tra cui dati economici di altre franchigie (come contratti di “leasing” di altre arene) per verificare l’attendibilità degli argomenti di Bennett e soci che giustificano la loro volontà di rescindere il contratto della KeyArena perché il palazzetto di Seattle, rinnovato nel ’94, non è più “economicamente viabile”. Ogni richiesta di rilascio di documenti è stata però negata dalla lega.

A che punto è ora la questione?


Come abbiamo detto, lo spostamento è stato approvato dalla “Board of Governors” e ora la battaglia si combatte in tribunale. Il 16 Giugno comincia il processo che determinerà se i Sonics possono rescindere il contratto di “leasing” che finisce nel 2010 e, quindi, spostare la franchigia già la prossima stagione.

Dopo la pubblicazione delle e-mail tra Bennett e i suoi soci, però, si è aperto un’altra strada per Seattle: Howard Schultz, il vecchio proprietario, ha fatto causa a Bennett chiedendo l’annullamento della vendita per mancato adempimento degli accordi contrattuali che obbligavano i nuovi proprietari ad impegnarsi a mantenere la società a Seattle.

La causa di Schultz si basa sul fatto che l’impegno di mantenere la franchigia nella “Rainy City” era “decisivo” e “fondamentale” per accettare qualsiasi offerta di acquisto e che, alla luce delle e-mail pubblicate, il gruppo di Bennett ha acquistato i Sonics in modo “fraudolento”. Oltre alla corrispondenza elettronica che abbiamo già citato e la famosa dichiarazione pubblica di McClendon, la causa allega un’altra e-mail, spedita soltanto due giorni prima dell’effettivo acquisto dei Sonics, in cui Bennett dichiara ai propri soci di non essere preoccupato per la clausola contrattuale che li obbliga a tentare di mantenere la franchigia a Seattle perché “nel caso si raggiungesse un accordo con la città per una nuova Arena possiamo sempre vendere la franchigia e avremmo comunque altre opzioni per Oklahoma City”.

Inoltre, Richard Yarmuth, il legale di Schultz, sostiene nella denuncia che il gruppo di Bennett non ha assunto o dato supporto ad una “lobby” per fare pressioni alla città, non ha presentato il proprio piano in tempo per essere approvato né ha proposto un piano valido e non ha considerato altre opzioni per espandere la KeyArena.

Secondo Schultz e i suoi legali, quindi, ci sono prove schiaccianti che la vera intenzione di Bennett era avere una squadra nella sua città, Oklahoma City, e che se non l’avesse nascosto e se non avesse mentito, Schultz non gli avrebbe mai venduto i Sonics.

La causa di Schultz chiede al tribunale di dichiarare che la vendita è stata portata a termine per mezzo di una frode e che è quindi annullabile a richiesta dei venditori e che sia imposto un “constructive trust” che porterebbe ad una vendita della società, sotto la supervisione del giudice, ad un “onesto compratore che voglia mantenere la franchigia a Seattle”.

C’è speranza per la città di Seattle?


Con l’approvazione della Board of Governors l’unica speranza per Seattle sono le due cause in corso contro Bennett. La prima, quella della città, porterebbe soltanto ad allungare la permanenza dei Sonics fino al 2010, obbligando Bennett a rispettare il contratto di “leasing”. La causa di Schultz, se andasse in porto, potrebbe fermare lo spostamento e salvare i Sonics, ma molti esperti si sono affrettati a definire questo finale “altamente improbabile”. Anche il commissioner Stern ha dichiarato che “nonostante tutte le controversie legali, i Sonics alla fine andranno ad Oklahoma City”.

Tuttavia, nessuno si azzarda ad escludere a priori una vittoria in tribunale di Schultz che ha sicuramente alcuni punti a suo favore. Inoltre, nel caso vincesse la causa, ci sono già voci che danno il “CEO” della Microsoft Steve Ballmer come un potenziale compratore che farebbe di tutto per mantenere la franchigia nella sua città natale.

La chiave sarà convincere il giudice che Bennett e soci non hanno mai avuto intenzione di mantenere la franchigia a Seattle e che, se avessere rivelato le loro vere intenzioni a Schultz, non avrebbero potuto acquistare i Sonics. Secondo un avvocato di Seattle la causa “ha basi solide” e l’impegno di mantenere la squadra nella “Rainy City”, incluso nel contratto ed in una lettera a parte spedita a Schultz, “era fondamentale per l’accordo”.

Andrà a finire come con Charlotte?


Quando gli Hornets sono stati spostati da Charlotte a New Orleans la NBA promise alle autorità della città del Louisiana che avrebbero avuto un’altra squadra molto presto. Due anni dopo nacquero i Bobcats. Potrebbe succedere lo stesso anche a Seattle?

Tutto sembra indicare di no. La città sul Pacifico rimane un mercato appetibile per la NBA ma la lega vede una possibile espansione che potrebbe riportare una squadra nuova a Seattle (ed una seconda forse a Las vegas) come qualcosa di altamente improbabile.

L’opposizione della città a finanziare una nuova arena non ha aiutato di certo la causa, come ci teneva a precisare David Stern nella conferenza stampa successiva al voto della Board of Governors: “Sto cercando in tutti i modi di lasciare una porta aperta per Seattle ma siamo arrivati a questa situazione a causa della politica di ‘terra bruciata’ che lo stato di Washington ha deciso di intraprendere, danneggiando la squadra e la lega. Per questo non siamo così ben disposti come lo eravamo con Charlotte”.