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日志


4月23日

"THE COURSE OF BAMBINO": l'inizio e la fine

Già, in America la chiamano così: “la maledizione del bambino”, e nello sport professionistico americano è temuta come il peggiore dei flagelli perché, se ti colpisce, notoriamente non ti molla più per un bel po’ di anni domini.
Tutto cominciò nel lontano anno domini 1919, anche se in questo caso “anno di grazia o del Signore” sembra davvero un termine di cattivo gusto: da un anno si era conclusa la Prima Guerra mondiale, e le conseguenze disastrose della Grande Guerra facevano respirare in tutto il mondo un clima e un’ atmosfera drammatica e soffocante.
Come spesso accade, lo sport in questi casi può essere una parziale via d’ uscita o di salvezza, o anche più semplicemente, come lo chiamava Pascal, un prezioso divertissement: e, ad inizio secolo, con il basket ancora in fieri, la distrazione sportiva per eccellenza in America era il baseball. Un nome su tutti: Babe Ruth, uno dei più grandi battitori nella storia delle Major league, e che sempre nel 1919 (anno di trionfo…) aveva stabilito, con una certa autorità, il record di home run, in una singola stagione, per i Boston Red Sox. Il nome di Babe Ruth è uno di quelli che danno un senso al concetto di “leggenda, mito”: a quasi un secolo di distanza, è un nome ancora vivo nella coscienza collettiva americana poiché “il bambino” era non solo straordinario in campo, ma fu anche uno dei primissimi atleti a sfruttare la sua popolarità anche nella vita mondana. Insomma, una sorta di David Bechkam “ante-litteram”, solo che, in campo, il Babe, la differenza, la faceva per davvero..
Peccato che nello stesso anno (1919, anno di maledizione..), il proprietario dei Red Sox, Harry Frazee, doveva accumulare consistenti presidenti spirati per finanziare la costruzione del musical di Broadway “No, No Nanette”: per far questo decise, con un’autentica magata, di vendere il “Bambino” agli Yankees di New York. Da quel momento i Red Sox non vinceranno mai più un titolo mentre gli Yankees, spesso e volentieri, scriveranno pagine importanti di baseball. Nasce in questo anno “la maledizione del bambino”, ovvero quella secondo la quale una mossa di mercato sbagliata ti condiziona per gli anni futuri. Maledizione che comunque nella storia dello sport americano continua a mietere vittime.
Maledizione, parte 2: 1976, Buffalo Braves, Bob McADoo. Il proprietario Y. Brown, in quell’anno (anche qui, niente grazia o Signore Onnipotente..), decide di vendere Bob McADoo (M.V.P l’anno precedente, ’75) ai Knicks. Lo spettro del “Bambino” ritorna puntuale come la tassazione: per i Braves arrivano disastri su disastri, e la sfortuna sembra non abbandonarli più. Oddio, in alcuni casi la Dea bendata avrebbe anche accarezzato (soprattutto ai draft) le gote dei Braves: negli anni successivi scelsero prima Adrian Dantley poi Tiny Archibald. I due tutt’altro che malaccio (il secondo in particolare nella stagione ’72-‘73 fu addirittura, contemporaneamente, leader NBA per punti segnati e assist) vennero tuttavia scambiati per ragioni talmente oscure che, al confronto, le logiche costruttive delle Piramidi sembrano acqua fresca.
Lo stesso proprietario Brown venderà in seguito i suoi Braves per meno della metà (!!!) del prezzo di acquisto: i Braves in seguito si trasformeranno in San Diego Clippers mentre Archibald, che pur essendo stato scelto dai Braves non giocherà con loro un singolo minuto, verrà spedito a Boston dove diventerà una della migliori point-guard all time.
Ma mica ci si ferma qui.
Maledizione, parte 3: San Francisco, Golden State Warriors, anno di (dis)grazia, 1994-95. I Warriors hanno concluso la stagione precedente (’93-’94) con 50w ma sono stati eliminati nel play-off dai Suns per 3-0: al di là del cappotto, elettrizzante comunque gara-3 giocata a San Francisco dove i Warriors perdono in overtime 140-133 in cui Sir Charles Barkley ne impallina 56 sulla faccia di Webber tanto per far capire al pupo (comunque rookie of the year) che il “The move” della gara di stagione regolare (palla passata dietro alla schiena e schiacciata in faccia a Barkley) è stato gradito fino ad un certo punto.
Anno successivo (’94-’95): è arrivato in maglia gialloblu anche Rony Seikaly, il centro tanto atteso che mancava alla squadra e la copertina di Sport Illustrated spinge gli Warriors in vetta alla Western Conference. Non bastava il “bambino”, ora infierisce anche un’ altra maledizione, quella della rivista Sport Illustrated. Dice in America: “se vieni battezzato da Sport Illustrated, è meglio fare gli scongiuri..”.
Un nota pubblicità di gelati di alcuni ani fa: “two maledizioni is meglio ke one!”.. Raccontatelo a quelli della Baia: Webber comincia a protestare con coach Nelson per il suo utilizzo da centro, e insieme a Sprewell, si lamenta con la dirigenza perché a Miami, in cambio di Seikaly, è stato spedito il loro amico fraterno Billy Owens. Risultato: “The Web” sfrutta una clausola che gli permette di diventare unrestricted free agent e viene così spedito a Washington in cambio di Tom Gugliotta. I Warriors si sfaldano letteralmente, finiscono l’annata con 26w e da quel momento, per dodici anni, rimarranno fuori dai play-off: da squadra pronta ad esplodere si trasformeranno in autentica barzelletta della lega. Il tutto con la gentile compartecipazione del “bambino” che intanto se la gode..
Strana la vita: spesso imprevedibile, con continue sorprese dietro l’angolo, dove sostanzialmente non si finisce mai di imparare e che, per questo, fanno sentire l’uomo un perenne bambino ingenuo e sprovveduto. Tuttavia a volte sa anche essere ripetitiva, monotona, sa ritornare su sé stessa per riproporre dejà vu visti e vissuti. D’altra però, è per questo che si studia la storia: proprio per l’imprevedibilità della vita, conoscere il passato diventa un’ esigenza fondamentale poiché gli eventi del passato possono diventare le certezze del presente.
Questo, in sostanza, il ragionamento che deve essere passato, più o meno inconsciamente, per la testa del Mullin, desideroso di porre fine a dodici anni di delusioni e frustrazioni. Parola fine quindi agli (improbabili) esperimenti degli ultimi anni in fatto di coach, per giocarsi una carta a metà tra la certezza del passato e la disperazione del presente: Don Nelson ovvero l’ultimo allenatore che abbia avuto il privilegio di guidare i Warriors in una gara di post-season.
E uno degli aspetti che rendono il Nellie uno degli allenatori più gloriosi della lega (oltre al numero di vittorie, of corse) è proprio la sua insospettabile capacità di rianimare le franchigie date per morte: sul finire degli anni Settanta (’76-’77) permise ai Bucks, caduti in disgrazia dopo la cessione di Lew Alcindor, di vincere ben 17 partite in più rispetto alla stagione precedente, mentre sul finire degli anni Ottanta (’88) ha ridato lustro alla franchigia del Golden Gate dopo anni di difficoltà. Paradossalmente con lui, i Warriors hanno vissuto la loro rinascita ma anche l’inizio della loro maledizione cominciata con la dipartita del Web nell’ Ottobre ’94. Sempre il “bambino” ad imperversare con il suo sinistro spettro e sempre il Nellie a vestire la tunica dell’ esorcista del caso. Parlare di come i Warriors abbiano raggiunto i play-off, grazie ad un finale di regular season a dir poco entusiasmante, porta inevitabilmente ad esaltare le doti dei singoli: la leadership del Barone (Avery Johnson: “Posso dirlo con franchezza: da quando è rientrato dall’ infortunio, è il la miglior point-guard della lega”), lo spirito vincente di Step Jackson, l’ esplosione di Monta Ellis, il finale straripante di Jason Richardson, la versatilità di Al Harrington. Ma è altrettanto indubbio che in questi Warriors, vi sia anche il tocco di un allenatore che non si può non definire “rivoluzionario”: è stato lui, molto prima del tanto (giustamente) decantato D’Antoni, ad introdurre il quintetto con quattro piccoli e con l’ala grande utilizzata da “5” tattico, ed è stato sempre lui ad introdurre il pick&roll tra due esterni.
Allenatore che ha sempre amato e curato l’attacco più che la difesa, con la continua ricerca del miss-match per creare vantaggi in fatto di talento e velocità, il Mullin ha rivisto in lui la possibilità di dare alla sua squadra una guida affidabile tecnicamente, con una personalità credibile e in grado di dare alla franchigia una filosofia di gioco più coerente con il suo passato. Basta quindi con Montgomery e alla sua volontà di dare al team un gioco razionale, basato sul “play in the right way” e sul suo tentativo fallimentare di applicare ai giocatori PRO i principi del basket universitario: giocatori, tra l’altro (vedi Barone…), nei confronti dei quali non aveva nessun tipo di credibilità per la sua totale inesperienza al piano di sopra.
 Richardson: il suo rendimento, dopo l'infortunio, è stato travolgente 
È stato un anno che, per quanto a lieto fine, ha indubbiamente riservato vari momenti di difficoltà ai Warriors e al suo allenatore, tanto che, ad un certo punto, la stagione in corso sembrava un altro gentile tributo alla sinistra risata del “bambino”: i soliti infortuni, la solita difesa “permissiva”, la costante inconsistenza ed ingenuità nei momenti chiave, un’ amalgama (dopo lo scambio) che sembrava non trovare la giusta quadratura del cerchio. E il Nelson messo sovente alla gogna (anche dal sottoscritto) per non saper dare sicurezza e tranquillità alla squadra, per non averla saputa migliorare sul piano difensivo, per alcune direzioni tecniche discutibili nei finali di gara; e altrettanto spesso seduto lì, in panchina, con lo sguardo perso nel vuoto tipico di chi non sa quali santi implorare.
Il suo lavoro tuttavia, alla fine, ha dato i suoi frutti, e lo ha dato quando i Warriors sono stati finalmente al completo potendo sfruttare tutte le loro armi a disposizione e soprattutto due giocatori fondamentali (Davis e Richardson) che, “grazie” agli infortuni, sono rientrati, nella fase più importate della stagione, riposati e al top della loro forma.
Qui, in queste condizioni di lavoro decisamente più appropriate, sono venute a galla le capacità storiche del Nellie: la gestione del personale, la capacità di saper valorizzare fino in fondo le qualità dei singoli, di saper mettere ogni giocatore al punto giusto, e di saper creare situazioni tattiche per sfruttare opportunamente talento e velocità. Non che queste doti prima non gli venissero riconosciute, e, d’ altra parte, non hanno nemmeno cancellato errori commessi in passato; tuttavia è indubbio che i ricorrenti infortuni della stagione in corso abbiano per lo meno condizionato negativamente il lavoro del Nelson.
Un lavoro con cui Nelson ha cercato di dare entusiasmo e vitalità tanto ai giocatori quanto al pubblico (“Voglio che i giocatori si divertano, che giochino un basket elettrizzante ma voglio che anche il pubblico torni a guardare le nostre partite e divertirsi”). A dir la verità, il pubblico della Oracle Arena è sempre stato presente e numeroso alle partite casalinghe dei Warriors; è lo spettacolo che in questi anni si è visto a fasi molto alterne…Tuttavia il contributo di Nelson è stato anche e soprattutto psicologico, e in questo si che consiste la vera differenza con gli anni precedenti, caratterizzati da troppi allenatori con poca personalità e credibilità per gestire uno degli spogliatoi notoriamente più caldi della lega: il continuo dialogo e confronto con i giocatori prima della gara, la capacità di saper gestire tante diverse e difficili personalità, l’abilità nel saper proporre un approccio mentale adeguato alla gara (Richardson:”Penso sia l’ unico coach che possa allenare questa squadra”; Step Jackson:”Ha dato una svolta a questa squadra, dandogli una chance di fare i play-off; ha fatto un grande lavoro rispetto all’ anno scorso. La sicurezza in sè che ha dato a questa squadra è qualcosa di molto speciale che non tutti gli allenatori possono dare”).
Parlare delle squadre di Nelson, significa soprattutto analizzare il grado di produttività e di spettacolo del loro attacco; tuttavia, pur non essendo noto per le sue strategie difensive, Nelson, a nostro avviso, nel finale di stagione ha proposto due autentiche perle difensive che oltre ad esaltare la sua intelligenza tattica, potrebbero tornargli molto utili nella off-season.
12 Marzo, Golden State-Dallas Mavs 117-100, ovvero la gara che ha dato ai Warriors la consapevolezza di potersi giocare, con il roster al completo, una concreta chance di play-off. Difensivamente due le mosse fondamentali di Nelson che hanno dato una svolta decisiva alla gara: portare innanzitutto con Davis e Jackson grande pressione sui portatori di palla dei Mavs (Terry e Harris). Questo, da un lato, ha evidenziato le difficoltà atletiche del backcourt dei Mavs contro quello più potente dei Warriors; dall’ altro ha spesso rallentato le azioni offensive della squadra di Avery Johnson. Ma la trovata più geniale è stata la marcatura di Nowitzky affidata non a Harrington come era lecito attendersi, quanto a Stephen Jackson che con la sua aggressività ha sottolineato i limiti del tedesco nel mettere palla per terra contro giocatori più bassi di lui. Risultato: Mavs forzati a 23 palle perse, Nowitzky limitato a 3/11 al tiro.
4 Aprile, Houston Rockets-Golden State 99-110, in quella che è stata un’ altra tappa di avvicinamento essenziale nella rincorsa ai play-off. Fuori gara dopo pochi minuti McGrady per i cronici problemi alla schiena, il grande rebus da risolvere era la marcatura di Yao Ming: proponendo una soluzione già provata nel trionfo contro i Suns, Nelson decide di partire con Harrington da “5” tattico al posto di Biedrins. Contro i Suns questa soluzione era dettata dalla volontà di esasperare i ritmi di gara rendendo meno palpabile la presenza di Stoudemire: contro i Rockets invece la presenza di Al Har all‘ interno della zona garantisce una costante marcatura d’anticipo sul cinese. Le linee di passaggio, di conseguenza, sono continuamente interrotte e anche quando il cinese riceve palla, gli altri quattro uomini della zona ruotano con tempismo su di lui. Risultato: per Yao Ming 9p con soli quattro tentativi dal campo, statistica ancor più chiave dei 30p con 7/9 da 3p di Luther Head.
Dice in precedenza: a volte la storia ripropone situazioni molto analoghe e ricorrenti. Guarda un po’: primo turno di play-off, Dallas Mavs vs Golden State. Magari gli appunti relativi al 12 Marzo possono ritornare utili…

 Baron Davis: la sua pressione sui portatori di palla, insieme a quella di Monta Ellis sarà determinante 



"A egregie cose il forte animo accendono
l'urne de' forti, o Pindemonte..."
(Foscolo, Dei Sepolcri, vv. 151-152)
A Giuseppe, in memoriam