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February 24
24.02.2008. 15:11
Con la fine del
termine per gli scambi nella NBA non sono più tanto le voci di mercato
a tener banco quanto i primi commenti sugli effetti che questi scambi
stanno avendo sulle varie squadre…
Brent Barry recentemente ceduto dagli Spurs ai Sonics
dove è stato subito rilasciato è al centro di interesse da parte di
molte squadre tra cui Boston,Golden State,Dallas,Phoenix,Houston e gli
stessi San Antonio Spurs.Da quel che si dice sembra che Barry però
restringerà la scelta ad una squadra della Western Conference.
In casa Clippers febbrili trattative da parte di Cassell per
essere rilasciato dai Clippers tramite un buyout e poter così firmare
per una squadra che lotti per il titolo,il tutto deve esser fatto entro
l’1 Marzo altrimenti Cassell non potrà esser inserito nel roster dei
playoffs.
Tiene banco a Toronto la questione Calderon
a cui scade il contratto alla fine dell’anno e ci si chiede se per
rifirmare con i Raptors pretenderà di avere il posto da titolare.Da
quanto dice Calderon vuole rimanere ai Raptors e tra lui e Ford non c’è
nessun problema di coesistenza come ha detto lo stesso Ford di recente
“Tra me e Jose non c’è invidia nessuno di noi due vuole prendere il
posto dell’altro”.
Dubbi da molte parti per l’acquisizione da parte di New Orleans
di Bonzi Wells e Mike James definiti due “spacca spogliatoio”,ma gli
Hornets hanno deciso di correre il rischio anche perché la loro
panchina era veramente troppo poco produttiva in termini di punti.
Piccola curiosità sulla trade che ha coinvolto Cleveland e che ha portato alla corte dei Cavs
Joe Smith,Szczerbiak,Ben Wallace e D.West,Ferry GM dei Cavs ne ha dato
comunicazione alla NBA solo 1 minuto prima della scadenza del termine
degli scambi.
Primoz Brezec ha così commentato la sua cessione da Detroit
a Toronto “Non ho nulla contro i Pistons sono una grande organizzazione
e hanno grandi giocatori ma tempo per me non ce n’era proprio,non mi
hanno dato una chance per dimostrare cosa sò fare e sinceramente non
potevo accontentarmi di giocare solo nel garbage time”.
Sembrano slittare i tempi del rientro di Arenas (uahuahuah!!! ma perchè????  Gilby ci servi!!!!) dopo
l’operazione al ginocchio come lo stesso giocatore ha detto”Dovrò
aspettare per rientrare in questo momento non sono in forma e voglio
rientrare quando potrò dare un certo contributo alla squadra”.
Voci a Detroit secondo le quali i Pistons
per riempire l’ultimo posto nel roster a 15 starebbero pensando ad un
lungo che dovrebbero scegliere tra Dale Davis e Jamal Magloire
recentemente rilasciato dai Bobcats.
Lo scambio Wafer-Green tra Denver e Portland a quanto pare
da fonti vicine ai Nuggets non è stato fatto solo per motivi salariali
ma anche perché i Nuggets pensano che Green possa dar loro un
contributo dalla panchina.Anche se la stessa fonte ha ammesso che il
fatto che il contratto di Green non sia garantito per l’anno prossimo
abbia avuto un ruolo nello scambio…
| February 14 Me la meno malamente con sta gente famosa,
me la meno ma a me almeno non mi menano in strada
me la meno con le mini imitazioni che mi fanno
me la meno come le tipelle quando non la danno
fanno adesso quella rima che ho fatto 5 anni prima
ho divorziato quella scena come Albano da Romina,
ma non mi pento del passato come Don Rina,
non faccio il grosso come Jhon cena e
chi critica a gli stessi con cui poi affari combina
è come una vergine che spompina
ex musicisti, giornalisti, specialisti dei dischi
io da questi pretendo solo fischi ti mando ciò che canto sperando
che poi mi stronchi, vivere stupendo dispiacendo agli stronzi
vi spiego chi sono per capirlo siete pronti
prendete tutti appunti pronti
Io non sono rock
io non sono hip hop
mi odiano i puristi sono troppo pop
vendo troppi dischi per chi scrive sui blog
non frequento artisti sono uno snob
sono uno snob, sono uno snob ,
senza nessun obbligo
baciaculistico
ed è fantastico essere l'ultimo
da sono in bilico uho uho
Senti che puzza qui
esco e gremo una malboro
io non me la fumo più con i fuori dal coro
io non rappressento un movimento dal punto da cui li sto vedendo
a essere dentro sono loro
e mi sento dire che se vendo
ti pento finto io mi chiudo nel privè
e ti cancello a tutti il timbro a furia di sputazzi
stasera no ragazzi siete troppi in gruppi
da tabbozzi io sono come bobby
mi fanno mobbing in the lobby di tanti personaggi trendy
ma ribelli prendi dei novelli licio gelli
pizzetti e tatuaggi un po' meno selvaggi, ma tutti saputelli
sono come fratelli con gli intellettuali malleabili
gli stessi che hanno sdoganato i reality
io me la rischio e piuttosto sparisco alla Montecristo
con sta plebe non mi mischio.
Io non sono rock
io non sono hip hop
mi odiano i puristi sono troppo pop
vendo troppi dischi per chi scrive sui blog
non frequento artisti sono uno snob
sono uno snob, sono uno snob ,
senza nessun obbligo
baciaculistico.
ed è fantastico essere l'ultimo
da sono in bilico, ma che spettacolo uho uho
Povero bimbo, non lo pensasti mai
quant'è pericoloso ottenere ciò che vuoi
pensi di cambiarci, ma sei gia uno di noi
abbiamo tanti giochi cui ti divertirai
ti offriamo una barella che frigge cervella in padella
scegli una tipa tra ballerina attrice o modella
e ti cagano se fai dischi di platino
le schiacciai a mio tempo
ora spengo il telefono
vi farete le donne che sono state mie
vi prenderete anche tutte le mie malattie
il codazzo di scrocconi che vi smamma
il pazzo che scrive e minaccia a casa di mamma
un cantante qualunque non subisce denuncie
conta diversamente quando canti di ganje
me la meno però mica faccio finta
soffio in faccia fumo nero alla mamma anti-rock incinta
brutte bastarde frustrate d’accordo col questore mi querelate
vi regalo un vibratore
e me la meno però sono una pop star
se fallisco faccio il muratore mica music farm
Io non sono rock
io non sono hip hop
mi odiano i puristi sono troppo pop
vendo troppi dischi per chi scrive sui blog
non frequento artisti sono uno snob
sono uno snob, sono uno snob ,
senza nessun obbligo
baciaculistico
ed è fantastico essere l'ultimo
da sono in bilico, ma che spettacolo uho uho
February 06
06.02.2008. 13:42
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| | Shaq per Shawn, manca solo l'ufficialità
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E' fatta: Shaquille O'Neal, superati i test fisici, sarà ufficialmente il nuovo centro dei Phoenix Suns. Per averlo, il team dell'Arizona ha sacrificato Shawn Marion e Marcus Banks, diretti a Miami. I
Suns, dunque, scelgono di non sprecare ulteriore tempo accollandosi il
contrattone (ed il declino) di Shaq per poter immediatamente puntare al
titolo con ancor più convinzione di quanto abbiano fatto finora
(tradizionalmente, acquisire un ex MVP garantisce un anello, ma se è
così anche Boston, grazie a Garnett, ne avrebbe diritto), mentre gli
Heat prendono la strada della ricostruzione puntando su di un giocatore
–Marion- ancora nel pieno della sua carriera ed avviato comunque alla
fine del suo contratto, che scadrà nel 2009 (ma c'è una player option per uscirne già la prossima estate). In questo modo, Pat Riley
si assicura la possibilità di disporre di un ampio spazio salariale, in
una delle prossime due estati, qualora “The Matrix” non dovesse essere
confermato. L'altro nuovo arrivo, Banks, è titolare di un
contratto più lungo ma molto meno pesante (circa 13 milioni di dollari
nelle prossime tre stagioni), e potrà dare una mano in regia
soprattutto se la dirigenza del team di South Beach deciderà di
disfarsi anche del tanto chiacchierato Jason Williams.
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| | "The Big Diesel" giocherà al fianco di Hill e compagni
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A questo punto, dopo gli scambi e le firme degli ultimi giorni, la nuova mappa del potere NBA appare chiara: San Antonio, rinforzatasi con Damon Stoudamire, rimane la squadra più accreditata per il titolo della Western Conference, seguita a ruota da Suns, Lakers e, in seconda battuta, dai sempre temibili Mavericks. Ad est, il dominio di Boston è messo in pericolo dalla solita Detroit, con Cleveland che, con la variabile LeBron James
e la possibilità di muoversi sul mercato, potrebbe aggiungersi in
qualsiasi momento. Allacciate le cinture: la seconda parte della
stagione NBA –playoffs compresi- si preannuncia quantomai spettacolare.
| February 04 Impresa dei New York Giants che contro ogni pronostico battono gli imbattuti New England Patriots
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| Eli Manning (10) in azione (Reuters)
| NEW YORK - I New York Giants hanno vinto il Super Bowl
sconfiggendo la precedentemente imbattuta squadra dei New England
Patriots. Col risultato di 17 a 14, i Giganti di New York hanno
impedito ai Patrioti di New England di entrare nella storia del
football come l'unica squadra capace di vincere tutte le partite della
stagione.
SUPER ELI - Eroe della partita
il più giovane dei fratelli Manning. Contestato dai tifosi
incontentabili di New York, oggetto delle perplessità di qualche
compagno e bersagliato spesso dalla stampa, Eli ha guidato i New York
Giants all’impresa che nessuno - o quasi - avrebbe immaginato: arrivare
contro ogni pronostico al Super Bowl e battere gli imbattuti per
eccellenza, quei New England Patriots volati alla finalissima con 16
vittorie su 16 partite di regular season e due successi nei playoff. Il
piccolo Manning ha vinto grazie all’appoggio di una difesa granitica.
Anche. Perché nelle quattro ore in cui l’America ha distolto lo sguardo
dalla corsa alle presidenziali di quest’anno, il numero 10 dei Giants
ha firmato una prestazione memorabile, guidando i suoi al successo con
quelle doti che nessuno gli aveva mai riconosciuto: carattere,
freddezza e nervi saldi nel momento più difficile. Un copione da film
per i newyorchesi, divenuti - al termine di una delle finali più
appassionanti nella storia della Nfl - la seconda squadra a trionfare
giocando tre turni di playoff in trasferta (i primi furono i Pittsburgh
Steelers nel 2005).
LA PARTITA - Dopo l’inno,
affidato alla giovane vincitrice dello show televisivo American Idol,
il Super Sunday lascia finalmente spazio al Super Bowl. E l’inizio
della sfida di Glendale sarebbe ancora più Super se i Giants non si
limitassero a 3 punti, anziché 7, al termine del drive più lungo nei 42
anni di storia della finale della National Football League. Il primo
attacco dura nove minuti e 59 secondi, ma nonostante un Manning
particolarmente ispirato la difesa dei Patriots riesce a fermare
l’avanzata di New York concedendo il field goal di Lawrence Tynes che
vale il 3-0. New England risponde senza i giochi pirotecnici che hanno
segnato la perfect season e le due vittorie ottenute nei playoff, Brady
inizia fuori ritmo il suo quarto giro di danze al Grande Ballo e Randy
Moss non riesce ad entrare nel radar. L’attacco della squadra di Bill
Belichick riesce comunque a stampare il 7-3 sul tabellone grazie ad un
touchdown di Laurence Maroney, che porta in meta il pallone piazzato a
pochi centimetri dalla linea bianca dopo un decisivo fallo su Ben
Watson. Le cose per New York sembrano mettersi male quando Manning
incappa in un intercetto sfortunato, ma nel momento della possibile
svolta sale in cattedra la difesa dei Giants, che nei primi due quarti
riesce a colpire diverse volte Brady, costretto ad incassare tre sack
ed a vivacchiare su statistiche mediocri. Ispirata da un esplosivo
Justin Tuck, New York costringe Brady a perdere un pallone pesante a
22" dal riposo.
ROCK E CHITARRE - Break per le
due finaliste, non per la grande macchina del Super Bowl. Il clou
dell’Halftime Show è affidato a Tom Petty, che regala un quarto d’ora
di rock sobrio e americanissimo: suoni puliti, giochi pirotecnici
limitati all’essenziale e le immagini della Monument Valley sullo
sfondo dell’ultimo brano. Con i proverbiali tempi da record il
palcoscenico, modellato sulla sagoma di una enorme chitarra elettrica,
scompare scoprendo nuovamente il rettangolo verde dello stadio
dell’Università di Phoenix. Iniziano gli ultimi 30 minuti e New
England, nonostante il punteggio favorevole, mastica ancora amaro. La
difesa dei Giants continua a fare miracoli, costringendo Brady ad
incassare il quarto sack della serata dall’incontenibile Michael
Strahan. Con lo score inchiodato sul 7-3 la palla torna ai Giants, che
eseguono il copione alla perfezione fino a quando non si tratta di
scaricare il jackpot. Brandon Jacobs e Ahmad Bradshaw si alternano bene
nel ruolo di running back ed il tandem Manning-Amani Toomer va che è un
piacere. L’unico neo, quello che frena i Giants, sta nelle difficoltà
che incontra l’acciaccato Plaxico Burress a divincolarsi da una
costante marcatura doppia. Insomma, come spesso accade la notte più
importante sembra voltare le spalle alle star più attese. Dopo tre
quarti di partita Moss e Burress hanno una ricezione a testa, neanche
un terzo di quanto messo insieme dal coriaceo e rapidissimo Wes Welker,
unica ancora di salvezza di un Brady a tratti irriconoscibile. I Giants
iniziano l’ultimo quarto con una scossa. Manning frusta un pallone
chirurgico tra le braccia di Kevin Boss per 45 yard, poi centra Steve
Smith portando i suoi a 12 metri dalla linea di meta. Il sorpasso è
maturo. Bradshaw corre 7 yard, poi una finta di corsa sbilancia la
difesa dei Patriots: ne approfitta David Tyree, che riceve in piena
endzone un altro bel lancio di Manning per il 10-7. Il sogno inizia a
profumare di realtà, anche perché la difesa di New York continua a
dominare. Fino a quando il Super Bowl non entra nella zona-Brady,
ovvero in quei minuti finali in cui il quarterback dei Patriots ha
costruito le vittorie valse i primi tre anelli della franchigia del
magnate Robert Kraft. Otto completi su undici lanci e passaggio da
touchdown per Moss, che riporta avanti New England per 14-10 con 2’42"
da giocare. Manning torna in campo per il drive che vale una carriera e
ad un minuto dal termine compie il miracolo: evita un placcaggio fatto,
arretra e trova un acrobatico Tyree per 32 yard. A 24 metri dalla
storia il quarterback dei Giants strappa un altro primo down centrando
Smith, poi arriva il lob del trionfo per Burress, incredulo e
stralunato a fine partita. New York è avanti 17-14 con 35 secondi sul
cronometro. E ci resta, grazie alla difesa, fino al doppio zero che
lascia cadere in campo una pioggia di coriandoli. Il Vince Lombardi
Trophy torna nella Grande Mela e per il secondo anno consecutivo porta
inciso il nome dei predestinati. Quello dei Manning.
February 03

Si accendono le luci, si alza il sipario: arriva il Super Bowl!
Ormai ci siamo, l'attesa è quasi terminata, la distanza che ci
divide dal kick off del Super Bowl edizione numero 42 si assottiglia
sempre di più. Si è parlato molto in questi giorni, come ogni anno di
questo periodo, di pronostici, statistiche e cabale riguardanti la
Partita, quella con la “P” maiuscola, ma saranno ovviamente i
protagonisti che domenica scenderanno in campo a dare un esito
definitivo alla stagione 2007, ai nostri pensieri e alle speranze dei
tifosi rimasti in corsa.
Come finirà? Partiamo da un semplice presupposto: se è vero, com'è
vero, che i Patriots erano pronosticati sino alla finale già dallo
scorso luglio e che, in molti casi, l'idea di una stagione da imbattuti
ha accarezzato tutti, chi prima chi dopo, con buon anticipo sull'arrivo
di dicembre, è anche vero che nessuno aspettava i NY Giants dall'altra
parte della barricata. Niente di che, ma una dimostrazione,
fondamentale, di come questo sport, non solo questo ma questo in
particolare, rifiuti i pronostici scontati. Difficile, a settembre,
indovinare le due finaliste, una è quasi sempre sbagliata, spesso
entrambe; anche se a dispensare queste previsioni, magari in modo
estremamente ragionato e ricco di motivazioni, sono i guru
d'oltreoceano che, grazie alla rete, non hanno (quasi) più segreti
nemmeno per noi.
Nessuno, dicevamo, aveva previsto i Giants. Si parlava di Dallas, di
Green Bay, ognuna con la propria bella storia alle spalle; in Afc,
invece, era l'incontro tra i Colts e i Patriots, la tanto attesa
rivincita di una delle sfide più classiche dei playoff del nuovo
millennio, la ciliegina che la Nfl ci stava preparando. Saltata pure
quella. Semplicemente perché le partite si giocano sul campo, poi si
discutono a parole e non il contrario: in nessun caso. Un discorso
banale, per carità, ma che merita di essere ripetuto ogni volta, alla
nausea, per far capire a tutti che le parole dovrebbero stare al loro
posto e la qualità che viene esibita sul campo di volta in volta non
può essere anticipata. Anche se l'adagio secondo cui si vivono sempre
tre partite (quella prevista, quella reale e quella ripensata dopo il
fischio finale) ha sempre un suo fascino e coinvolge ogni sorta di
tifoso e appassionato.
Detto questo è facile capire come sia abbastanza inutile sbilanciarsi
oggi a favore di New England. Certo, vista l'esperienza, le capacità
tecnico-tattiche, una free agency
guidata alla perfezione dalla dirigenza, ci era stata presentata una
squadra che difficilmente avrebbe fallito l'approdo al Super Bowl. Che
poi, loro, abbiano voluto sorprenderci con un 16-0 in stagione
mietendo, una dopo l'altra, illustri vittime tra i detentori di
incredibili primati, beh, questa è un'altra storia.
Di fatto il campo ci ha detto altro, ossia che i Giants sono stati in
partita contro New England all'ultima di campionato, sono stati a lungo
in vantaggio e solo due dettagli (una mancata copertura su Randy Moss
in due identici giochi chiamati uno dopo l'altro e l'intercetto a Eli
Manning, con palla leggermente alta) hanno permesso ai Patriots di
portare a casa la vittoria numero sedici.
Questa sarà però una gara diversa, e non si venga a dire che, tutto
sommato, i Giants non hanno nulla da perdere per cui saranno
psicologicamente più “leggeri”. Paradossalmente hanno meno da perdere
proprio i Patriots, che hanno moltissimi giocatori già titolati in
campo e molte più chance di ritentare l'impresa nell'arco dei prossimi
anni di quante non ne abbiano i Giants, perlomeno per quanto hanno
dimostrato società e coaching staff nelle ultime stagioni.
Quella dei Giants sembra la classica occasione che capita una volta
nella vita e la squadra di New York ha tutte la carte in regola per
essere, in caso di sconfitta, l'ennesima delusa dell'anno che segue la
partecipazione a una finalissima. Dubitiamo che l'assenza di pressione
che può colpire la vittima predefinita in eventi meno “pesanti” di un
Super Bowl la farà da padrona nella testa dei ragazzi della Grande
Mela. La pressione c'è, perché il Super Bowl, un evento di queste
dimensioni, provoca inevitabilmente pressione e perderlo rischia di
rimanere un rammarico che difficilmente abbandona un atleta.
Ai playoff, contano i valori reali di un team e, tra questi, esperienza
e capacità di reagire alla pressione e agli errori. Diciamo la verità:
per quanto perfetti, questi Giants, hanno affrontato due formazioni
che, per buona parte del roster, non avevano grandissimo feeling coi
playoff e che, in totale, vi contavano una partecipazione negli ultimi
due anni (quella di Dallas, uscita subito a Seattle un anno fa). Tampa
era semplicemente inferiore a NY.
I Patriots sono, all'opposto, la squadra per eccellenza dei playoff:
dal 2001 a oggi hanno saltato una sola volta la post season e, quando
ne sono stati protagonisti, sono finiti tre volte su cinque a vincere
il titolo, perdendo due gare e sommando un record di 14-2 comprese le
gare di quest'anno. Certo, nemmeno per loro sarà una partita
semplicissima dal lato psicologico. Randy Moss e Donte' Stallworth, per
fare due nomi, non hanno mai vinto l'anello, e questo titolo
rappresenterebbe comunque una meta storica perché porterebbe alla
ripetizione di un evento che solo Miami riuscì a compiere tanti, troppi
anni fa. La pressione, in queste gare, non manca e non mancherà mai, e
davvero fatichiamo a credere che i Giants non avranno nulla da perdere
e che il loro motto possa essere il sanremese (di chiambrettana
memoria) “comunque vada sarà un successo” è la cosa più lontana dai nostri pensieri in questo momento.
E' fuori discussione che New England sia, nel complesso, superiore ai
Giants, ma New York è giunta fino all'ultimo atto partendo praticamente
sempre da sfavorita, violando campi come quello del Texas Stadium e del
Lambeau Field e sbagliando quasi nulla nell'esecuzione dei giochi. Non
saranno cabale e ricorsi storici a fare la differenza, ma quello che
sul campo New York riuscirà ad opporre all'avversario. Del resto, New
England, non ha mai dominato un Super Bowl, li ha vinti tutti e tre con
un solo field goal di scarto e due è riusciti a strapparli proprio nei
secondi finali. I Giants, arrivati sino a un passo dalla meta,
giocheranno per vincere, convinti di potercela fare, perché questo è il
loro momento, non tra un anno, non tra due. Questo. E da perdere non
c'è il nulla, ma il Super Bowl.
Questi Patriots sembrano i migliori di sempre, anzi, lo sono di sicuro,
anche se il limite di età superato da molte delle colonne portanti
della difesa può essere il punto su cui Tom Coughlin dovrà cercare di
far maggior forza per tentare di scardinarlo. Il possesso palla contro
Green Bay (oltre i 40 minuti) è stata la chiave della gara nella Frozen
Tundra, ma quegli episodi che hanno rischiato di far precipitare,
comunque, i Giants, non dovranno essere concessi a New England, a
partire dai fumble di R.W. McQuarters.
Tom Brady esce da una pessima prestazione contro San Diego, e questo
lascia supporre che non sbaglierà una seconda partita consecutiva,
anche se si parla di una gara del tutto particolare. Al Media Day di
martedì Plaxico Burress ha “garantito” la vittoria dei suoi, come Joe
Namath prima del Super Bowl III, più di Joe Namath, dando anche il
risultato finale: 23-17. Eccessi di chi si deve caricare, supponenza
poco gradita dai coach che non sanno mai quanto un giocatore cerchi di
provocare l'avversario e caricare sé stesso e quanto, all'opposto, sia
(troppo) convinto di avercela già fatta.
Di fatto, cliccando su Nfl.com, è facile intuire come molta gente sia
convinta delle possibilità dei Giants; martedì, su 80000 votanti e più,
il 49% dava vincente New York. Mercoledì il 50%, quando a votare erano
stati oltre 150000 utenti. Insomma, credere nei pronostici, nelle
previsioni, è dura, ma anche pensare che una stagione Nfl sia stata
scritta con così tanto anticipo lo è; la sorpresa è dietro l'angolo, i
Giants sono chiamati all'ennesima impresa, i Patriots a scrivere la
storia di proprio pugno. Per entrambe non sarà facile e noi, come ogni
spettatore neutrale, ci auguriamo che ci venga offerta una bella
partita. Comunque finisca, ci sarà una incredibile storia da raccontare
lunedì mattina.
February 02
02.02.2008. 15:44
Come direbbe il buon Josè Altarini: che colpasso!
Alzi la mano chi, da tifoso Lakers o no, non è balzato sulla sedia alla
lettura di questa notizia. Pau Gasol, la stella e il principale
giocatore, per anni, dei Memphis Grizzlies è passato a vestire la
casacca gialloviola. Il giocatore, quindi, che si presumeva mancasse
alla squadra losangelina per arrivare al titolo è finalmente giunto.
Kobe Bryant, come dire, “appare” molto contento, visti i 46 punti
piazzati a Toronto e lo show fuori dal campo di cui è stato
protagonista: “cinque” agli spettatori, sorrisi, foto di gruppo e tanti
commenti con il pubblico a bordo campo, che rivelano uno stato d’animo
persino euforico. La cosa incredibile, di questa vicenda, è che i Lakers si sono
rafforzati dando in cambio…nulla! Il contratto in scadenza di un
giocatore allucinante in senso negativo ( Kwame Brown), quello di un giocatore ritirato ( Aaron Mckie), quello del rookie Crittenton e due prime scelte del draft 2008 e 2010. Forse, alla fine, il tanto bistrattato G.M. Mitch Kupchak si è, finalmente, riabilitato agli occhi dell’opinione pubblica e anche a quella della squadra stessa, in primis Bryant; proprio il numero 24 ha dichiarato, prima dello show di Toronto: “E’
stato un grande colpo dell’organizzazione. Mi devo togliere il cappello
di fronte al Dr. Buss e a Mitch Kupchak per aver portato in porto
questa trade. Adesso dobbiamo andare là fuori e dimostrare chi siamo”. Tradotto: adesso dobbiamo puntare dritti al titolo.
In realtà, i Lakers avevano offerto il deludente Odom, ma qui è arrivato il colpo di scena: Michael Heisley,
il proprietario dei Grizzlies, ha deciso di non voler spendere soldi
inutilmente in una stagione che sa già adesso essere destinata al
fallimento. Così Lamar è rimasto a L.A. e il proprietario della squadra
di Memphis si è attirato l’odio di tutti i dirigenti della Western
Conference, per avere rinforzato così marcatamente una delle
pretendenti al titolo. Immaginiamo la faccia di D’Antoni, Popovic ed
Avery Johnson alla lettura della notizia…
Veniamo, però, al discorso tecnico, che è poi il principale. Il quintetto
adesso sarà: Fisher, Bryant, Odom, Gasol e Bynum (quando rientrerà).
Sulla carta da titolo, senza dubbio; completo in tutto e per tutto:
punti, rimbalzi, assists, stoppate, recuperi, visione di gioco,
intelligenza cestistica, percentuale di tiro. E non abbiamo considerato
l’ottima panchina: Radmanovic, Walton, Farmar, Vujacic, Turiaf,
Mihm, Ariza. Insomma, chi più ne ha, più ne metta! L’unica nota
dolente, se così si può dire, potrebbe essere la difesa: in realtà,
però, quando una squadra sa di poter arrivare all’anello, in ogni
giocatore nasce la consapevolezza che senza la difesa non si
può avere ciò per cui si lavora ogni giorno, cioè il titolo. Bryant,
Fisher e, soprattutto, Jackson, che conoscono bene la vicenda, sanno
già che l’aspetto difensivo sarà fondamentale e che dovranno spingere
tutti i compagni a lavorare molto in questo senso. Altro fattore da valutare è la compatibilità tra i
compagni: riusciranno tutti questi ottimi giocatori ad essere
soddisfatti dei tiri a disposizione? La risposta, crediamo sia si e
spieghiamo anche il perché: Odom è un giocatore che, notoriamente, non
ama avere molte responsabilità, prendersi molti tiri, fare 20 punti,
quindi, in teoria, dovrebbe amare il futuro ruolo da “jolly”, un po’
alla Shawn Marion; Fisher è un giocatore di complemento, quindi sa che
avrà solo tiri da scarichi (l’esperimento ha già avuto successo con i
Lakers del three-peat, ricordiamolo); Bynum è giovane e non può
pretendere nulla; Bryant è il miglior giocatore della lega, quindi
tutti sanno che i suoi tiri li prenderà, però siamo sicuri che sarà
anche ben lieto di passarne molti, se questi si tramuteranno in punti e
non in palle perse; sarà, dunque, Gasol a doversi adattare un po’ di
più, ma qui sarà compito del coach trovare delle situazioni di gioco
adatte alle sue caratteristiche. E poi, scusate, ma è o non è il “Tripple post-offense”, come lo definiva Jordan, un po’ sarcasticamente, “l’attacco delle pari opportunità”? Quindi, in teoria, è il sistema perfetto.
In questo momento di euforia, sia del mercato in sé che a Los
Angeles, addirittura, si è sparsa la voce che i Lakers sarebbero pronti
a “premere il grilletto” un’altra volta, scambiando Lamar Odom per Jason Kidd.
In realtà, fonti interne al management assicurano che si cercherà
semplicemente di integrare lo spagnolo all’interno del sistema, senza
andare a scompaginare ulteriormente il roster. Anche, perché, diciamo
la verità: in questa situazione, Kidd e il suo contratto non sarebbero
affatto fondamentali; la squadra è gia fortissima, completa ed
equilibrata così com’è.
Gasol, dal canto suo, sprizza entusiasmo: “Sono
scioccato e felicissimo! Spero che sia grandioso. Non ci posso credere.
Andrò a giocare in una squadra fortissima, in un ambiente fantastico e
competerò per il titolo. Ho bisogno di ancora qualche ora per
metabolizzare la notizia. Comunque, voglio il titolo”. Considerando che sono parole riferite al quotidiano spagnolo Marca, c’è da credere che Pau sia veramente entusiasta di fronte a questa grande chance della sua carriera.
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| | Che sia la volta buona, Phil?
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E coach Jackson come ha reagito? Apparentemente con calma e ironia: “Con
Andrew fuori, abbiamo bisogno di qualche punto là sotto i tabelloni;
lui (Gasol, ndr) è una presenza in post ed è anche un grande passatore.
Ci piace tutto ciò. Gli ho lasciato un messaggio in segreteria, dicendo
anche qualche parola in spagnolo, però non mi ha risposto. Forse non ha
capito…”
Insomma, finalmente, il tassello mancante del puzzle sembra essere
stato trovato. La squadra, poi, è giovane, quindi avrà diverse
possibilità per l’assalto al Larry O’Brien Trophy. Tutto sembra
quadrare. E chissà che l’incubo di Bryant, cioè quello di non riuscire
più a vincere un titolo, non resti solo un brutto sogno, cancellato
dalla meravigliosa realtà. Trepidanti attendiamo, sognando, per altro,
una finale magica e dal gusto storico: Boston – Los Angeles.
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01.02.2008. 20:52
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| | Pau Gasol: ora è un Laker...
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Ieri sera i Memphis Grizzlies hanno ceduto il loro (ex) uomo-franchigia Pau Gasol ai Lakers per Kwame Brown, Javaris Crittenton e due prime scelte (draft 2008 e 2010).
Frustrati da una stagione al di sotto delle aspettative, i Grizzlies
hanno così deciso di ricostruire, acquisendo in Brown un contratto in
scadenza che libererà oltre 9 milioni di dollari la prossima estate, un
giovane interessante in Crittenton più due prime scelte che
ringiovaniranno ancor di più in futuro il gruppo allenato da Marc
Iavaroni.
I Lakers - privi di Bynum per almeno un altro mese e mezzo -
acquisiscono un contratto importante (circa 63 milioni fino al 2011) ma
consegnano un altro giocatore di grande qualità a Kobe Bryant,
attualmente in tregua condizionata con la società dopo i fatti della
scorsa estate, quando Mitch Kupchack pose il veto sull'arrivo
di Jason Kidd a Los Angeles. L'arrivo di Gasol potrebbe far scoppiare
di nuovo la pace tra Kobe e i piani alti della società. Lo spagnolo rappresenta - a differenza dell'impresentabile
Kwame Brown - un'ottima alternativa al giovane centro infortunato,
anche se resta da vedere quale sarà la chimica al rientro di Bynum. Di
certo, un quintetto formato da Fisher-Bryant-Odom-Gasol-Bynum aumenta
potenzialmente a dismisura le chance di Titolo dei Lakers. Già da
quest'anno. | February 01 Da notare la convocazione ad Ovest di Brandon Roy recente Rookie
dell'anno e ad Est quella dei Bostoniani Pierce e Garnett che da
quest'anno gioca ad Est.
Mancano parecchi nomi che negli ultimi anni avevano un posto
fisso tipo Shaq e Arenas ma sostanzialmente il gruppo è quello degli
ultimi anni.
NBA All-Stars per la Eastern Conference:
Jason Kidd
(New Jersey Nets), Dwyane Wade
(Miami Heat), LeBron James
(Cleveland Cavaliers), Kevin Garnett
(Boston Celtics) Dwight Howard
(Orlando Magic), Chauncey Billups
(Detroit Pistons), Chris Bosh
(Toronto Raptors), Caron Butler
(Washington Wizards), Richard Hamilton
(Detroit Pistons), Antawn Jamison
(Washington Wizards), Joe Johnson
(Atlanta Hawks), Paul Pierce (Boston Celtics).
NBA All-Stars per la Western Conference:
Allen Iverson
(Denver Nuggets), Kobe Bryant
(Los Angeles Lakers), Carmelo Anthony
(Denver Nuggets), Tim Duncan
(San Anttonio Spurs), Yao Ming
(Houston Rockets), Carlos Boozer
(Utah Jazz), Steve Nash
(Phoenix Suns), Dirk Nowitzki
(Dallas Mavericks), Chris Paul (New Orleans Hornets - prima convicazione), Brandon Roy
(Portland Trailblazers - prima convocazione), Amare Stoudemire
(Phoenix Suns), David West
(New Orleans Hornets - prima convocazione).
01.02.2008. 14:51
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| | Booykins trova casa a Charlotte
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Febbraio e Nba sono notoriamente insieme per un
solo ed unico evento: l’All Star Weekend. Ma mentre per giocatori
(oddio non proprio tutti) tifosi, stampa ed altri questo è un
appuntamento di puro divertimento e di rilassamento all’interno di una
stagione lunga, per altri (il resto dei giocatori di cui sopra) e nella
fattispecie gli ‘addetti ai lavori’ questo è un mese ed un periodo
ricco di appuntamenti, contatti visite e perché no proposte. Insomma è
il mese dei procuratori e delle squadre alla ricerca di qualche pezzo
da inserire nel puzzle composto in estate. Qualcuno si è già mosso e ha accontentato il proprio assistito come per esempio Chris Webber
che dopo aver trascorso mezza stagione in borghese guardando le partite
da bordo campo ora si è accasato ai Warriors, altri invece lo stanno
facendo. Tra chi ha già concluso, proprio negli ultimi giorni (31
gennaio per l’esattezza ndr), è il piccolo grande uomo Earl Booykins
che al pari del talento ex Detroit era restato a guardare fino a questo
momento. Saranno gli Charlotte Bobcats (vestendo la canotta con il
consueto numero 11) di Michael Jordan a giovare fino al termine di
questa stagione (questa la clausola dell’accordo tra le parti) delle
sfuriate in contropiede e canestri impossibile del folletto ex
Milwaukee Bucks. «Earl è un talento di questa Lega e per noi è una vera fortuna averlo aggiunto alla nostra squadra – il primo commento del general manager Rod Hiddings -. Senza
contare che il suo arrivo non turba nella maniera più assoluta la
chimica ed il gruppo della squadra. I numeri e le cose fatte vedere da
Earl duranti il recente passato sono sotto gli occhi di tutti, ci darà
una grossa mano in termini di esperienza e di impatto nel nostro
backcourt»
Chi invece non ha concluso ancora nulla, ma è sulla buona strada per farlo è ormai il free agent più ricercato di tutta l’Nba: Damon Stoudamire. Dopo aver risolto il proprio contratto con i Memphis Grizzlies il cellulare del suo agente Aaron Goodwin
ha iniziato a squillare e suonare stile centralino o call center.
Chiamate provenienti da tutte le parti degli Usa per cercare di
aggiungere un giocatore di grande esperienza. Phoenix, Boston, Toronto
(che ha puntato sul fatto di tornare alla squadra con cui lo stesso
giocatore ha iniziato la sua carriera) Clippers. Tutte c’hanno provato
e nessuno c’è riuscito, dal momento che un’altra squadra ha messo sul
piatto della bilancia (oltre all’eccezione minima per i veterano di 1,2
milioni di presidenti spirati) un fascino che forse in questo momento
solo i Celtics potevano offrire: il ‘Larry O’Brien Trophey’.
Stoudamire non c’è nemmeno mai arrivato in finale e scendere in campo
con la canotta della formazione che deve difendere il titolo non solo è
accattivante come idea, ma è anche forma di garanzia per tentare agli
sgoccioli di una lunga carriera di mettere quel benedetto anello al
dito. Insomma tanti giri di parole per dire che saranno gli Spurs di
coach ‘Spy’ Popovic ad accaparrarsi l’ex Memphis soprattutto per far fronte all’ennesimo infortuni del francesino Tony Parker e rinforzare un lotto di esterni proprio per quello che è l’assalto finale.
Per adesso però c’è solo stato accordo verbale o quanto meno
dichiarazioni da parte dello stesso agente del giocatore ma nessuna
firma ufficiale. Le attese erano per tentare di mettere in campo
Stoudamire nel match di stanotte contro i Suns, ma alla fine non se n’è
fatto nulla. Molto probabile che sarà questione di tempo ma l’accordo
pre-matrimoniale tra le parti sembra già essere in cassaforte.
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